sabato 24 maggio 2008

4 - SPARTANI!

Oltrepassati i confini dell’Egitto, la prima cosa che mi venne in mente era di dirigermi verso casa, verso Uruk. Mi sentivo confuso, senza uno scopo. Dentro di me sapevo che il mio compito nella terra dei faraoni era stato assolto. Lo capii nel momento stesso in cui decisi di andarmene. Quando ci si sente persi, come lo ero io, l’unico posto dove andare è a casa e l’unica casa che conoscevo era Uruk. La mia città natale era stata conquistata più volte da popolazioni straniere, almeno così avevo sentito dire dai diplomatici egiziani. Io ero l’ultimo vero sumero di sangue puro perché la mia razza si era fusa con le altre nel grande calderone mediorientale. Mentre camminavo verso oriente, iniziavo a domandarmi se davvero quella era ancora la mia casa.
Fu il destino, come spesso accade, ad indicarmi la via. Ero giunto nella città di Gaza, sul mare, per rifornirmi di acqua e cibo e magari acquistare anche un cavallo per viaggiare più velocemente. Nel mercato locale reincontrai i miei vecchi, vecchissimi amici fenici che mi parlarono della magnificenza della città di Tiro, il più grande porto commerciale di quell’angolo di mondo. A quel tempo era come l’America dei tempi nostri, dove ogni sogno può diventare realtà. Non avevo una meta precisa quindi decisi di imbarcarmi e di visitare quella città.
Tiro non era solo magnifica, era anche potente. Il commercio era l’attività principale dei tiriani e il cuore dell’abitato non era il palazzo del governo, come in altre città, ma il mercato. Denaro e pietre preziose circolavano a fiumi e chiunque avesse una minima abilità commerciale, o nell’artigianato, poteva intercettarne un po’ e arricchirsi. Mentre vagavo per il movimentato mercato mi venne un’idea bizzarra. Dall’Egitto avevo portato molto oro e gemme. Non ero ricco ma in quel momento potevo definirmi molto benestante. Decisi di mettermi in affari e vedere quanto sarei riuscito a rimanere lontano dagli spargimenti di sangue. Speravo per il resto dei miei giorni, anche se non sapevo quanti sarebbero stati.

-Ogni volta che lasciasti un luogo dici che cercavi la pace-, mi fa notare Cristina. –Eppure finisci ogni volta in mezzo a qualche battaglia, congiura o duello.-
-La tua osservazione è sensata e, giudicandomi con gli occhi di adesso, io potrei giustamente sembrarti un ipocrita. Il fatto è che a quel tempo l’aspettativa di vita, in termini di anni, era molto più bassa di adesso e in moltissimi casi si trattava di morti violente, specie per chi lavorava nei commerci o aveva a che fare con il potere. Se non fosse stato per il mio potere di rigenerazione, io sarei morto la notte della rivolta in Egitto, a causa delle tante ferite riportate. Solo chi sapeva combattere aveva buone speranze di rimanere vivo e, contemporaneamente, di arricchirsi in certe attività.-
-Ma se sapevi già quello che rischiavi, per quale motivo ti volevi mettere in affari?-
-Perché Tiro era quasi un protettorato internazionale. Pur essendo una città indipendente, a causa della sua grande importanza commerciale, i paesi vicini avevano stipulato un tacito accordo di non aggressione, quindi non rischiava di entrare in guerra con nessuno. Se due regni si volevano combattere, entrambi si sarebbero riforniti di vettovagliamenti per i loro eserciti a Tiro, perché era il solo luogo dove si potesse farlo in breve tempo.-
-Bene. La guerra era esclusa. Ma per quanto riguarda azioni isolate? Magari un concorrente irritato dalla tua presenza o uno sgarbo ad una persona influente?-
Scoppio a ridere. –Parli quasi come un mafioso-, le dico per prenderla in giro. –Comunque, il trucco per evitare certi guai è essere sempre informati su tutto quello che accade in città e scegliere una professione dove la concorrenza sia limitata.-
-E tu cosa ti mettesti a fare?-

Con una parte dei miei averi acquistai una casa con un grande magazzino appena fuori città, al di fuori della confusione del mercato e del porto. Sfruttando le conoscenze che mi ero portato in dote dall’Egitto, avviai quello che oggi si potrebbe chiamare un conservificio. Acquistavo prodotti freschi come pesce, carne, frutta e cereali da commercianti di mia fiducia e li trasformavo in prodotti conservati per rifornire carovanieri, navi e piccoli gruppi armati. Con cereali e uva producevo anche un’ottima birra e del buon vino, oltre naturalmente al pane, una vera specialità in Egitto. Nel giro di poco tempo mi arricchii come mai nella mia lunga vita ed entrai nella cerchia degli intoccabili di Tiro, persone che svolgevano un’attività indispensabile e a cui nessuno osava dare fastidio.

-Vivevi solo?-, mi domanda mia nipote sollevando una lecita questione.
-No, ma non presi mai moglie. Tua nonna è stata la mia prima e unica moglie in più di quattromila anni.-
-Come mai?-

Un maschio che non potesse dare figli non era considerato neppure un uomo e questa idea si è conservata fino a i tempi nostri, anche se più velatamente. Mi presi accanto molte donne finché vissi a Tiro e sto parlando di un periodo di circa otto secoli e mezzo. Alcune solo per brevi periodi, altre per tempi più lunghi, sempre con l’accordo che non le avrei sposate, e mai abbastanza a lungo perché intuissero il mio segreto e la mia menomazione fisica. Molte si innamorarono di me, o del mio denaro, ma riuscii sempre a resistere alla tentazione di farne delle compagne ufficiali.
C’era anche un’altra questione che mi assillava. Più volte avevo rischiato di perdere i miei averi più importanti, e non parlo del denaro ma degli oggetti che conservavo dalle mie passate esperienze. Dovevo trovare un luogo sconosciuto a chiunque dove nasconderli, per essere sicuro che non andassero perduti. Trovai il nascondiglio che faceva al caso mio un giorno che facevo un giro a cavallo per le colline dell’entroterra. Individuai una spaccatura nella roccia in cui riuscivo a passarci. Si trattava di una piccola grotta larga pochi metri e non molto più lunga. L’ambiente era perfettamente asciutto. Era al di fuori di qualsiasi pista o sentiero e neppure i pastori sarebbero arrivati li. Quelle colline erano composte prevalentemente da roccia e non c’era nessun tipo di vegetazione che gli animali potessero brucare. Era il luogo perfetto. Dopo avervi riposto dentro i ricordi della mia vita e un po’ d’oro, in previsione di periodi meno fortunati, sigillai l’entrata con pietre e malta. Cercai infine di dissimulare il mio operato poggiandovi sopra una lastra di pietra che avevo trovato poco lontano e che con grande fatica avevo trasportato fin li.

-Vi nascondesti anche la spada?-
-Naturalmente no. Quella era sempre al mio fianco. Era un oggetto troppo prezioso, potente e carico di significato per abbandonarla in un qualsiasi posto.-
-In otto secoli e mezzo ne avrai accumulate di ricchezze.-
-Tante da comprarmi un regno tutto mio-, ammetto. –Ma ciò che gli Dei danno, gli Dei tolgono ed esattamente nel 470 a.c. persi letteralmente tutto, a parte quello che avevo nascosto nella grotta.-

Nel V secolo a.c. ci fu una grande carenza di materie prime, sia in fatto di cibo che di materiali. Avevo molta difficoltà a reperire i prodotti che servivano alla mia attività, quindi decisi di chiudere momentaneamente per cercare nuove fonti di approvvigionamento. Consegnai le chiavi di casa e della fabbrica ad un mio uomo di fiducia e distribuii dei lauti indennizzi alla mia manovalanza, per compensarli della temporanea perdita del lavoro. Accettai l’offerta di un capitano di nave che stava partendo per la Grecia in cerca di merci da trasportare e magari qualche nuovo accordo commerciale. Quell’uomo aveva una pessima fama e i suoi marinai non erano da meno, tuttavia era l’unico che fosse sempre in mare alla ricerca di miglior fortuna, quindi andai con lui.
Approdammo sulle coste greche della regione chiamata Laconia, nel Peloponneso. Era quella un’area relativamente tranquilla e non poteva essere altrimenti visto che era sotto il dominio di Sparta, la città dei guerrieri. Toccammo terra in una baia sabbiosa dove dovevamo incontrare i mercanti che avrebbero comprato il carico della nave, costituito prevalentemente da tessuti e birra della miglior qualità, ovvero la mia. Non c’era nessuno.
Scesi a terra, il capitano disse che forse erano in ritardo ma i miei sensi di combattente si misero subito all’erta e accarezzai l’impugnatura della mia spada, pronto a sguainarla. Non eravamo soli. Quando tutto l‘equipaggio fu sceso a terra, infatti, un nugolo di soldati armati in modo leggero irruppe nella baia e fummo circondati.
-Che succede?! Che volete da noi?!- strombazzò il capitano guardando i militari che ci accerchiavano. Portavano tutti un mantello color cremisi ed erano armati di lancia e spada. Erano spartani.
-Posate tutti le armi!- intimò il loro comandante a quelli di noi che avevano estratto un’arma.
-Sono solo un onesto mercante…-, piagnucolò ancora il capitano.
-Sei tutt’altro che onesto, uomo. Da molte parti della Laconia ci giungono lamentele su di un mercante fenicio che non paga le merci che trasporta. Tu disonori la tua gente!-
Vista la malparata, alcuni marinai non accolsero l’invito di posare le armi e aggredirono i soldati con i loro coltelli. Gli spartani attaccarono e lo fecero per uccidere. In pochi minuti ero rimasto in piedi solo io. Ero riuscito a schivare un paio di lance e ad abbattere tre soldati.
-Non faccio parte dell’equipaggio!-, urlai. –Sono solo un passeggero!- Quelli però tornarono a farsi avanti. Ne uccisi altri due prima che un colpo dell’asta di una lancia dietro la nuca non mi fece cadere a terra svenuto.
-Questo si che ci sapeva fare. Portiamolo a Sparta. Magari a qualcuno servirà-, furono le ultime parole che udii prima di perdere definitivamente conoscenza.
Sparta era una città piuttosto austera e con una scala sociale semplice e antiquata. Il potere era in mano ad un numero ristretto di famiglie, gli Spartiati, dediti esclusivamente all’esercizio militare. Avevano sottomesso le popolazioni del posto, gli Iloti, i quali coltivavano le terre ed eseguivano i compiti più umili per i loro padroni guerrieri. Infine c’erano i Perieci, liberi abitanti dei centri che gravitavano attorno alla città, ma che erano obbligati a fornire prodotti, armi e uomini in caso di necessità.

-Era la prima volta che fosti fatto prigioniero a quanto ho capito-, mi fa notare Cristina.
-Si e ti assicuro che non è una bella sensazione. Perdere la propria libertà, la possibilità di decidere della propria vita, è una cosa che un essere umano non dovrebbe mai provare.-
-Che anno era? Te lo ricordi?-
-Era esattamente il 500 a.c.-
-Dieci anni prima della prima guerra con i persiani…-

Mi svegliai con un gran mal di testa quando mi scaraventarono, qualche ora più tardi, giù dal cavallo che mi aveva trasportato. Mi diedero un po’ d’acqua e, dopo una brevissima sosta, riprendemmo il viaggio a piedi. Il comandante portava a tracolla la mia spada e un altro soldato teneva stretto il capo della corda con cui mi avevano legato le mani e il collo, dandomi spesso dei violenti strattoni per farmi camminare più svelto. Giungemmo a Sparta nel primo pomeriggio. Essendo una delle due più potenti città della Grecia, me l’ero immaginata viva e dinamica come lo era stata Troia, ma mi sbagliavo. Sparta, la città-stato su cui un tempo regnava Menelao e che aveva visto la bellezza di Elena, era ora un’immensa caserma. Tutto ruotava in funzione dell’esercito e non c’era un solo angolo di strada o bottega di artigiano dove non fossero visibili armi e articoli militari. Fui portato in una delle caserme della città e rinchiuso in una buia e fredda cella con un po’ di cibo e dell’acqua. Ci rimasi per il resto del giorno e tutta la notte senza vedere più nessuno. Poi, il giorno seguente di buon mattino, un carceriere, un uomo anziano ma dal fisico ancora possente, venne a svegliarmi in malo modo.
-Sei fortunato, straniero. Forse vivrai ancora per qualche ora. Il nostro giovane re è rimasto molto incuriosito dalla tua strana spada e vuole vederti.-
Fui trascinato nuovamente in strada e poi su per una salita di scale fino al palazzo reale che aveva visto da appena un anno l’insediamento di un nuovo re, un giovane di soli diciannove anni ma dalla fama di formidabile guerriero.

-Era lui?- mi chiede mia nipote affascinata all’idea.
-Si. Era Leonida, il Leone di Sparta. Colui che mi insegnò il valore della libertà.-

Il palazzo reale di Sparta non era molto differente da una caserma visto che era frequentato da molti soldati e comprendeva un’armeria e un campo di allenamento personale per il monarca. Fu li che incontrai per la prima volta il giovane Leonida, sul campo di addestramento assieme ad alcuni suoi fedelissimi. Era un uomo alto, forte fisicamente e dal portamento fiero. Era nudo, fatta eccezione per un telo di lino che lo copriva dalla vita alle ginocchia, e su di lui potevo notare già molte cicatrici, nonostante non dovesse avere più della mia età apparente. I capelli neri e l’accenno di barba dello stesso colore facevano risaltare il candore della sua carnagione, come pure gli occhi, due specchi neri che mi stavano scrutando proprio come avrebbe fatto l’animale di cui portava il nome. La mia spada stava posata un angolo, a ridosso di una colonna.
-Tu saresti il ladro che ha tenuto testa ad un intero manipolo di spartani-, disse il giovane re facendosi avanti.
-Non sono un ladro. Sono un produttore di birra di Tiro. Non centro nulla con i traffici del capitano della nave che mi ha portato qui.-
-E cosa saresti venuto a fare in Laconia, produttore di birra?-
-Acquistare materie prime per il mio lavoro.-
-E intendevi sparire come ha fatto in precedenza il tuo capitano?-
-Vi ripeto che non sono un ladro, maestà!-
-Questo lo vedremo-, disse il re voltandomi le spalle e andando a raccogliere la mia spada. –Porti una spada piuttosto strana per essere un mercante. E sai batterti bene a quello che mi hanno detto.- Leonida stava girando e rigirando la spada tra le mani per osservarne ogni particolare, ogni sfumatura. –Di sicuro poteva essere forgiata meglio.-
Mi venne da ridere. –Ridatemela e vedrete che la sua imperfezione non conta nulla.-
Avevo appena fatto una cosa che gli spartani adoravano, il loro re più di tutti. Lo avevo sfidato.
-E sia. Ma per ora non voglio che nessuno ci lasci la pelle quindi ci batteremo con spade di legno, tanto per vedere quello che sai fare.- Fui slegato e mi venne data una spada da allenamento di lunghezza molto simile alla mia. Leonida attese che mi massaggiassi i polsi per riattivare la circolazione nelle braccia, poi cominciammo. Ci girammo intorno per studiare le nostre rispettive posizioni e subito mi resi conto che con un avversario del genere avrei dovuto dare fondo a tutta la mia abilità.

-Vincesti, naturalmente-, sentenzia Cristina.
-Naturalmente no-, rispondo io sorprendendola. –Leonida non era solo abile e forte, caratteristiche in cui gli ero sicuramente pari. Il re di Sparta era anche duro come il marmo e astuto come una volpe.-

Più volte ci colpimmo a vicenda con i legni ma mentre io accusavo i colpi, lui rimaneva impassibile, come se lo avessi accarezzato con una piuma. Le nostre tecniche erano simili ma ad un guerriero spartano veniva insegnato a sopravvivere oltre che a combattere e, nelle poche occasioni in cui lo misi in difficoltà, si cavò d’impiccio con mosse astute al limite della scorrettezza. Che senso aveva essere corretti in guerra quando era in gioco la propria vita? Il combattimento finì con me che volavo gambe all’aria e il giovane re che mi teneva a terra con un piede premuto sulla gola.
-Ti sai battere, te lo concedo, fenicio…-
-Non sono… fenicio. Mi chiamo Khalàd e vengo…. dalla Mesopotamia-, dissi faticando a respirare.
-Non importa da dove vieni. Il tuo destino non cambia. Rimarrai a Sparta come schiavo.-
-Non lo uccidi, mio signore? E’ un ladro!- intervenne un ufficiale anziano che aveva assistito al duello.
-Lo hai visto rubare per dire questo?- domandò serio Leonida al suo uomo.
-No, ma…-
-Allora non lo possiamo accusare di furto-, asserì il sovrano lasciandomi rialzare… e respirare. –Lo comprerò io. Sarà schiavo nella mia casa-, disse infine Leonida sorprendendo un po’ tutti, me compreso.
-Ma signore! Non sarà uno spartano ma è pericoloso! Avete visto come si batte!- si fece avanti un altro ufficiale.
-Silenzio! Così ho deciso!- ruggì il re di Sparta e tutti fecero silenzio.

-Un uomo che sapeva farsi obbedire nonostante fosse così giovane-, commenta Cristina, ammirata dalla figura che le sto descrivendo.
-Un giovane re che era di vedute più larghe dei suoi concittadini-, affermo sicuro.
-Che intendi dire?-
-La selezione tra gli spartani era durissima. I bambini nati con qualche malformazione venivano gettati da una rupe perché inabili a combattere. La stessa sorte toccava alle donne incapaci di avere bambini.-
-Ma è crudele!- esclama mia nipote inorridita.
-Era Sparta. La città dove venivano forgiati i combattenti più forti del mondo antico. E Leonida era il più forte tra i più forti. Nonostante ciò, era dotato anche di un’intelligenza fuori dal comune ed era capace, a differenza degli altri spartani, di guardarsi intorno, di vedere il mondo nella sua complessità e vastità, non solo come il prossimo nemico da abbattere.-

Venni mandato alla casa degli schiavi, un’area del palazzo attigua a quella destinata come residenza del sovrano e della sua famiglia, e fui affidato al sorvegliante, un uomo rude e dal colpo di frusta facile. Mi fece lavare e rivestire con una tunica pulita, da schiavo. Fui assegnato al sotterraneo, ad accudire i forni che scaldavano l’acqua del palazzo, a spaccare e accatastare la legna per alimentarli, a piangere sulle mie disavventure. In verità potevo uscire dal palazzo quando volevo, purché avessi espletato tutte le mie mansioni della giornata. Potevo girare libero per la città. Mi avevano detto fin da subito che per chi tentava di scappare c’era la tortura più spietata prima della morte. La sola minaccia bastava a dissuadere qualsiasi schiavo dal fuggire, me compreso. Non temevo tanto la tortura quanto il fatto che sarebbe durata a lungo, molto a lungo, vista la mia capacità di guarigione.
In vita mia non mi sono mai tirato indietro quando c’era da faticare, ma ammetto che non ho mai sgobbato tanto quanto in quel periodo. Mi ci volle più di un anno per imparare a fare il mio lavoro bene e in fretta, guadagnando quel poco di tempo libero che mi permetteva di uscire.
Durante una delle mie esplorazioni della città, finii un po’ più lontano del solito e giunsi ai campi di addestramento. Quando poteva, Leonida dirigeva personalmente gli allenamenti e quel giorno era li, ad osservare alcuni ragazzi di non più di quindici anni che si allenavano battendosi a coppie. Non lo vedevo spesso e quando accadeva non mi rivolgeva niente più di uno sguardo. Non quel giorno.
-Schiavo!- mi chiamò il sovrano. –Vieni qui!- Obbedii. –Hai finito i tuoi compiti per oggi?-
-Si, signore-, risposi mestamente. Detestavo quella situazione ma in quasi duemila anni avevo imparato molto sull’autocontrollo.
-Allora aiutami. Devo vedere quanto questi ragazzi siano migliorati. In particolare uno, quello più piccolo, laggiù.- Indicò un ragazzetto alto poco più della metà di me che stava combattendo con un compagno grosso almeno il doppio di lui.
-Vuoi che mi batta con lui?! Gli farò del male!- risposi preoccupato.
-Fallo e basta-, si limitò a dire il re con un mezzo sorriso. Ad un suo cenno i combattimenti si fermarono e uno degli istruttori prese per un braccio il mio avversario e lo trascinò in malo modo davanti a me. –A mani nude prima-, ordinò Leonida.
Il ragazzo si mise in posizione di guardia e puntò i suoi giovani occhi su di me. Il suo sguardo era truce, carico d’odio. Era così che venivano forgiati gli spartani fin da piccoli? Nella violenza? Iniziavo finalmente a comprendere l’origine della loro forza.
Il mio avversario attaccò per primo e io schivai mandandolo gambe all’aria. Volevo vedere fino in fondo di cosa era capace uno spartano in erba. Si rialzò subito e tornò all’attacco. Stavolta lo bloccai. Aveva una forza insospettabile per un corpo così giovane. Con uno sgambetto improvviso riuscì ad atterrarmi e mi assestò un calcio nello stomaco. Non mi sconfisse ma sentii molto dolore. Sotto gli occhi dei compagni, degli istruttori e del suo re, il ragazzo era determinato a battermi facendomi anche molto male. Mi rimisi in piedi e prima che potesse colpirmi ancora reagii. Con un violento calcio in pieno petto scaraventai il ragazzo lontano parecchi metri da me. Si rialzò che faticava a respirare ma riuscì a prendere al volo la spada di legno che uno degli istruttori lanciò ad entrambi. Tornò ad attaccarmi e io, forte della mia maggior esperienza, ribattei ogni suo colpo, restituendone molti. Lo colpivo in zone non vitali, per non rischiare di fargli davvero male. Ancora una volta, come quando mi ero battuto con Leonida, il ragazzo sembrava non sentire il dolore i io continuavo a fare l’errore di sottovalutarlo. Il primo colpo che riuscì a mettere a segno con la spada mi colpì all’altezza di un rene. Urlai di dolore cadendo in ginocchio tenendomi un fianco e non mi accorsi del secondo colpo alla testa che mi stese.
-Basta così!- comandò il re rispedendo con un cenno il ragazzo e gli altri soldati ad addestrarsi.
Grazie al mio potere di guarigione le piccole ferite si rimarginarono rapidamente e anche il rene colpito, dopo pochi minuti, non mi fece più male. Rimasi però a terra, ferito nell’orgoglio ma più ricco di esperienza. Mai sottovalutare uno spartano, neppure un ragazzo.
-Lo hai sottovalutato, Khalàd-, ribadì Leonida inginocchiandosi accanto a me. Mi alzai a sedere.
-E’ vero. Errore imperdonabile, specie per uno della mia esperienza.-
-La tua esperienza?! Avrai al massimo la mia età!-
-Le apparenze ingannano, padrone-, gli risposi un po’ piccato. –Ora conosco di più il mio avversario. Non capiterà più che venga sconfitto su questo campo.-
-Accadrà ancora, invece-, affermò il re tendendomi il braccio per aiutarmi a rialzarmi. –Ti manca una cosa che noi spartani abbiamo. Qualcosa che si acquisisce con anni di addestramento.-
-E sarebbe?-
-La resistenza. Al dolore. Alla fatica. Alle pressioni emotive anche. Questo è quello che ci distingue dagli altri soldati.-
-Siete spietati combattenti senza umanità, quindi?-
-Assolutamente si. Ma dentro le mura di casa, nei nostri letti con le nostre donne o con i nostri bambini, non siamo dissimili dagli altri uomini-, mi rispose facendo il movimento di voltarsi per andarsene.
-Potrei impararlo anch’io?- domandai bloccandolo.
-Che cosa?- mi chiese il sovrano tornando a guardarmi.
-Ad essere come voi?-
Leonida mi fissò inespressivo per qualche istante poi annui. –Potresti. Non saresti mai uno di noi ma non negherei l’addestramento di base ad un combattente come te.-
-Non voglio essere uno di voi. Voglio essere come voi. Svolgerò i miei compiti di schiavo in meno tempo e mi presenterò al campo di addestramento.-
-E sia, Khalàd. Sono proprio curioso di vedere quanto resisterai.-

-Non capisco una cosa-, inizia perplessa Cristina. –Detestavi la guerra e gli spargimenti di sangue ma finisti sempre per trovarti in qualche combattimento e ora mi dici che hai chiesto, di tua volontà, di sottoporti all’addestramento spartano?-
-Esatto-, rispondo con un mezzo sorriso. Mi piace metterla in difficoltà nei ragionamenti.
-Ma perché?! Non ha senso!-
-In parte ti ho già risposto prima. Erano tempi violenti e per sopravvivere dovevi sapere combattere. Poi c’era un’altra cosa, un pensiero che si faceva largo in me. Stavo imparando molto sulle qualità e sulle virtù dell’essere un guerriero e più il tempo passava, più mi rendevo conto che un vero guerriero non era semplicemente uno spietato assassino ma un uomo che intraprendeva un arduo cammino di conoscenza e questo mi attraeva.-
-Ti attraeva l’idea di sfidare te stesso?-
-No. Il desiderio di vedere cosa c’era in fondo a quel cammino.-

Furono anni durissimi per me. L’addestramento di uno spartano era lo sforzo fisico e mentale più tremendo che si potesse immaginare e io avevo anche i miei compiti di schiavo da svolgere. Feci appello a tutta la mia forza di volontà e per otto lunghi anni mi sottoposi ad allenamenti massacranti. L’esercizio fisico era solo una parte dell’addestramento, che i ragazzi spartani iniziavano a soli sette anni. Si imparava a lottare con e senza armi, a vedere il tuo avversario sempre e comunque come qualcuno che tenta di ucciderti, anche nel campo di addestramento. Poi c’era la prova della fustigazione, dove ogni aspirante soldato veniva legato ad un albero e preso a bastonate sulla schiena. Questa prova, ripetuta spesso nel corso degli anni, temprava la volontà e la resistenza, nonostante molti svenissero per il dolore. Si insegnavano poi le tecniche di combattimento con lancia, scudo e spada, e soprattutto il modo di combattere in formazione a falange, l’arma più temibile degli spartani in guerra. Ogni elemento della falange proteggeva gli altri ed uniti diventavano invincibili. Oltre a tutto ciò, la competizione era stimolata ad ogni grado dell’addestramento, per spronare i giovani soldati a dare sempre il massimo. Capitava a volte che persino i fratelli combattessero tra loro in duelli all’ultimo sangue, vedendo l’uno negli occhi dell’altro solo un avversario da battere. Questa era Sparta.
Mi sottoposi a tutto questo di mia volontà e risultai essere il migliore tra i migliori. Non solo per la mia età ed esperienza di cui nessuno sospettava, ma per la determinazione che dimostravo e per la mia capacità innata di imparare rapidamente ogni tecnica alla perfezione. Gli spartani si sarebbero messi a ridere se avessero saputo che io ero l’uccisore di Achille, il loro modello di perfezione guerriera. Il principe di Ftia era stato fortissimo, non lo metto in dubbio, ma dopo aver combattuto con Leonida penso sinceramente che se quei due fossero vissuti nello stesso tempo, il re di Sparta avrebbe abbattuto l’eroe greco senza neppure curarsi di scoprire il segreto della sua tecnica.
Fu proprio il sovrano, verso la fine dell’ottavo anno di addestramento, che mi mise alla prova. Ero arrivato al campo d’addestramento prima degli altri, per allenarmi. Un vizio che non avevo perso dai tempi del mio primo arruolamento a Uruk. Mi esercitavo con la lancia, da sempre la mia arma preferita in guerra. Il miei movimenti erano diventati perfetti, plastici e potentissimi. Avrei potuto competere con qualsiasi spartano, persino con il loro re, e così fu.
-Sei mattiniero, Khalàd. Come sempre-, mi disse il sovrano giungendo sul campo di addestramento. Era mezzo nudo ma portava addosso spada, scudo e lancia.
-Cerco di non farmi mai sorprendere-, risposi facendogli un inchino.
-L’ho sentito dire. Il capo dei sorveglianti dice che svolgi il tuo lavoro in metà del tempo degli altri schiavi e che anche a palazzo, quando puoi, ti alleni.-
-E’ vero-, mi limitai a rispondere guardando negli occhi quell’uomo tanto enigmatico.

-Per quale motivo ti aveva concesso di sottoporti all’addestramento? In fondo eri solo uno schiavo.-
-Leonida, da buon spartano, apprezzava la forza e l’abilità guerriera e di conseguenza la rispettava. Aveva visto il combattente che c’era in me e per questo mi comprò come schiavo e mi permise di addestrarmi come uno spartano. Il monarca voleva attorniarsi degli uomini più fori, qualsiasi fosse il loro status sociale.-

-Vediamo quanto sei migliorato. Battiti con me-, mi disse il re mettendosi in posizione.
Senza distogliere lo sguardo da lui, feci alcuni passi indietro e raccolsi lo scudo. Iniziai a girargli intorno in attesa del suo attacco che avvenne poco dopo, con un possente affondo della sua asta. Iniziammo a scambiarci colpi in modo frenetico ma sempre ragionato. Ogni movimento aveva uno scopo, una funzione. Deviavo ogni suo attacco e lui i miei. Dopo un po’ di quel gioco, gettò la lancia ed estrasse la spada, quella vera. Sapendo che non mi avrebbe concesso il tempo di armarmi tranquillamente, spiccai la corsa verso la rastrelliera delle spade e, prima che potesse raggiungermi, gli scagliai contro le gambe la mia lancia per rallentarlo e mi impossessai di una spada. Altri erano giunti al campo di addestramento e tutti rimanevano ammirati da quello scontro tanto violento quanto sublime per tecnica e forza. Presa l’arma, fui io stavolta ad attaccare per primo ma lo scenario precedente tornò a dominare. Nessuno dei due riusciva a prevalere. Ci scambiavamo colpi che avrebbero abbattuto un toro ma nessuno dei due mostrava alcun segno di fatica, dolore o cedimento. Eravamo assolutamente alla pari e infine Leonida lo riconobbe.
-Strepitoso!-, esclamò dopo essersi disimpegnato. –Non solo hai acquisito le capacità e la tecnica di uno spartano, ma hai anche eguagliato il mio livello. Sei un guerriero nato.-
-Ti ringrazio, mio re. E’ un onore detto da te-, risposi inchinandomi, sinceramente grato di un complimento del genere.
-Che ne faccio ora di te?- mi chiede dopo avermi fatto un cenno di seguirlo fuori dal campo di addestramento. Ci avvicinammo ad un lavatoio colmo d’acqua limpida e ci rinfrescammo.
-Potresti rendermi la libertà, tanto per cominciare. In nove anni non ho ancora capito perché sono finito in schiavitù.-
Il re scoppiò a ridere. –Primo, perché viaggiavi in compagnia di un ladro. Secondo, perché eri un combattente troppo abile per tornare a Tiro a fare il birraio. E terzo, perché forse era tuo destino apprendere la via del guerriero spartano.-
-Confortante-, risposi sarcastico. –Ma qual è lo scopo ultimo di un tale estremismo? Che cosa vi esalta in tutto ciò? Il piacere di uccidere? O la consapevolezza di saperlo fare meglio degli altri?-
Leonida non perse il suo buonumore. –Interessanti supposizioni ma totalmente errate. Come già ti dissi anni addietro, tra le mura delle nostre case siamo uomini come tutti gli altri, con affetti, desideri, frustrazioni e piccole gioie. Il fine ultimo del nostro estremismo guerriero non sta nel piacere di combattere. Ricorda, Khalàd. Un guerriero che combatte per il gusto di uccidere è un essere inutile anche nella più violenta delle società. Quello che ha uno scopo, buono o cattivo che sia, ha una ragione d’esistere. In nove anni che sei qui, mi hai mai visto andare all’attacco di una città vicina o compiere scorrerie nelle terre dei domini confinanti? Gli spartani combattono per difendere ciò che è loro e quando veniamo attaccati reagiamo con tutta la forza di cui siamo capaci.-
-Un guerriero deve avere uno scopo. Me ne ricorderò-, dissi accantonando quell’insegnamento degno di future riflessioni. –Ma rimane sempre il problema di che ne farai di me.-
-Vero. Ma credo che ci penserò tra qualche settimana, dopo il mio ritorno da Atene. Dario, l’imperatore persiano, ha posato gli occhi sulla Grecia e Temistocle di Atene ha convocato un consiglio di tutti i re per decidere il da farsi.-
-Perché mi dici questo? Sono solo uno schiavo…-
-Hai detto di avere esperienza in fatto di guerra. Magari mi tornerai utile proprio in faccende militari.-

-La tua vita cambiò per davvero?- mi chiede Cristina. –Leonida ti aveva effettivamente in simpatia, mi sembra-
-Effettivamente la mia vita cambiò in meglio, ma non la mia condizione di schiavo, nonostante ottenni più libertà di movimento.-
-In che modo?-

Leonida e la sua piccola scorta, che comprendeva il suo fedele amico Pausania, generale dell’esercito regolare spartano, ritornò esattamente tre settimane dopo il nostro duello. Il suo umore era nero e non mi arrischiai di sollevare la questione della mia sorte proprio in quel momento. Continuai a svolgere i miei compiti e gli allenamenti quando, un mattino molto presto, alcuni giorni dopo il suo ritorno, mentre portavo delle anfore di vino dal magazzino del palazzo, incontrai il sovrano nel suo perimetro di allenamento privato, da solo.
-Sei sveglio di buon mattino, mio re-, lo salutai.
-In verità ho dormito poco nelle ultime notti, Khalàd-, rispose lui sospirando. In quel momento, con il viso tirato per le preoccupazioni, sembrava avesse vent’anni di più. –Sparta ha fatto una pessima figura al consiglio dei re, ad Atene-, continuò lisciandosi la corta e lucente barba nera.
-Per quale motivo, se posso chiedere?-
-I re greci si stanno coalizzando contro i persiani e hanno chiesto anche l’appoggio di Sparta. Appoggio che avrei dato se il consiglio degli anziani non avesse negato il consenso, affinché il nostro esercito si unisse a quello ateniese. Come scusante, siccome gli spartani sono un popolo molto religioso, ho dovuto dire che i nostri oracoli ci sconsigliavano di partecipare a questa alleanza.-
-Immagino che Temistocle non abbia creduto a questa storiella.-
-Naturalmente no, ma è abbastanza intelligente da comprendere la mia situazione. Il re di Sparta è il dominatore assoluto della città e dei suoi possedimenti, ma per scendere in guerra la nostra legge prevede che sia tutto il popolo a decretarlo e il popolo è rappresentato dal consiglio degli anziani.-
-Che hanno negato il consenso-, conclusi al suo posto.
-Esattamente.-
-Temi che gli ateniesi e i loro alleati possano essere sopraffatti?- domandai avvicinandomi a lui.
-E’ solo una delle mie paure. Se verranno sconfitti, lo saranno sia in mare che in terra e il Peloponneso si troverà circondato dai persiani di Dario. E poi c’è un’altra cosa. Ho sentito parlare di Serse, il figlio di Dario. Un uomo ambizioso e spietato che sta già conducendo una campagna di conquista per conto suo nelle regioni orientali. Se sottometterà tutte quelle genti, temo che un giorno ce lo ritroveremo alle porte di casa con un esercito immenso.-

-Leonida aveva già previsto, più di dieci anni prima, il tentativo di invasione di Serse?!- Cristina è a bocca aperta.
-Esattamente. Come ti dicevo, re Leonida era più lungimirante dei suoi simili e predecessori. Sapeva vedere oltre l’avversario che aveva a portata di spada.-
-Come riuscì Leonida, e in generale tutti gli spartani, a guardare gli altri greci fermare Dario e sconfiggerlo a Maratona, senza fare nulla?-
-Con molta apprensione.-

Appena un anno più dopo quel primo consiglio dei re ad Atene, Dario varcò con un grande esercito i confini della Grecia. In verità gli ateniesi e i loro alleati tentarono di fermare i persiani ben prima di Maratona ma non vi riuscirono. Il terreno, seppure ben conosciuto, non era favorevole per affrontare un esercito del genere. Il massimo che si poteva fare era ridurre i rifornimenti persiani sbaragliando le navi che mettevano in mare. I greci, infatti, sebbene non fossero irresistibili soldati sulla terraferma, in mare diventavano praticamente invincibili.
Per quanto riguarda me, ero diventato, seppure ancora in schiavitù, l’uomo di fiducia del re. Ero stato sollevato dai lavori domestici e ora il mio servizio consisteva nell’eseguire tutte le commissioni che Leonida mi affidava. Una volta mi ordinò persino di portare un messaggio a Temistocle, ad Atene.
-Sei ancora uno schiavo, Khalàd, ma voglio fidarmi lo stesso-, mi disse il mattino che mi consegnò il messaggio. –Avrai mille opportunità di fuggire-, sottolineò.
Presi un cavallo veloce dalle scuderie e andai ad Atene a consegnare il messaggio. In pochi giorni fui di ritorno. Era vero, avrei potuto scappare, ma sarebbe stata una macchia imperdonabile sul mio onore e, in quella condizione, l’onore era l’unica cosa che mi restava. Il sovrano di Sparta non fu particolarmente sorpreso di vedermi tornare.
Nel 490 a.c., dieci anni esatti dal mio arrivo a Sparta, il re persiano Dario entrò dunque in Grecia. Pur correndo molti rischi, gli ateniesi e i loro alleati lo attirarono nella piana di Maratona, il campo più favorevole per affrontare un esercito di tali dimensioni che sovrastava di molto quello ellenico. Quella sconfitta risuonò in lungo e in largo per molti anni e la fama della potenza persiana vacillò.
L’ombra che Leonida vedeva a oriente si stava però ingrandendo. Serse tesseva la sua tela. Conquistava e sottometteva e nel contempo creava un’armata dalle dimensioni mostruose.

-Perché i persiani furono sempre sconfitti dai greci?-
-Perché vollero combattere su un terreno poco agevole. Tali moltitudini avevano bisogno di molto spazio per manovrare e in Grecia lo spazio pianeggiante era limitato, riducendo di molto il vantaggio della superiorità numerica. E poi, per il fatto che gli eserciti persiani in molti casi erano tenuti insieme dalla frusta mentre i greci avevano uno scopo comune, difendere la loro patria.-

Passarono altri dieci anni, anni nei quali Leonida aveva tenuto sotto controllo la situazione persiana vedendo il mostro ingrandirsi a dismisura. Il re sapeva che l’invasione era imminente e spiegò tutto ciò al consiglio, il quale approvò con riserva una partecipazione spartana ad una eventuale nuova alleanza. Non molto ma era comunque un inizio.
Fu indetto un nuovo raduno dei re ad Atene e il grande guerriero partì nuovamente alla volta della futura capitale della Grecia, per dire che stavolta Sparta avrebbe fatto la sua parte. Prima di partire mi aveva lasciato istruzioni piuttosto enigmatiche, anche se non mi ci volle molto per scoprirne il senso. Leonida mi aveva ordinato di tenere sotto controllo, con discrezione, alcuni membri del consiglio che si erano dimostrati più reticenti di altri a dare il loro consenso all’azione militare. Chiaramente temeva che gli mettessero i bastoni tra le ruote. Per giorni li sorvegliai a turno finché una notte si riunirono tutti nell’abitazione del più anziano. Il sorvegliante degli schiavi era stato avvisato che non dipendevo più da lui ed ero sicuro che non mi avrebbe creato problemi quando sarei tornato, quasi all’alba. Riuscii a sgattagliolare dentro la casa che si trovava non molto lontano dal palazzo reale e, eludendo le guardie armate, riuscii ad appostarmi sotto la bassa balconata dove stava avendo luogo il convegno segreto. Le luci all’interno dell’ambiente erano soffuse ma riuscivo chiaramente a sentire le voci di quattro persone.
-Dobbiamo fermarlo-, disse uno. –Siamo già d’accordo sul piano. Basta solo decidere quando.-
-Mandiamo i nostri uomini domani sera. Prima è meglio è-, disse un altro. Avevo il sospetto che si riferissero a Leonida ma non capivo come.
-Siete davvero sicuri che rapire sua moglie e suo figlio sia una buona idea?- esclamò preoccupata una terza voce. Sbarrai gli occhi per la sorpresa. –Potrebbe anche non cedere al nostro ricatto.-
-Cederà, vedrai-, sentii dire al quarto, il padrone di casa a giudicare dal tono. –Gli spartani non si devono alleare agli ateniesi e ai tessagliani. Oggi l’alleanza, domani ce li ritroveremo alle porte della città. Che se la cavino da soli contro i persiani. Noi possiamo difendere l’accesso al Peloponneso senza di loro!-
Avevo sentito abbastanza e me ne andai, silenzioso come ero venuto. Ritornai a palazzo e mi misi a letto ma non riuscii a dormire. Che fare? Io non dovevo nulla a Leonida e a Sparta in fondo. Al contrario, era lui che mi aveva rubato quasi vent’anni della mia esistenza, per quanto il tempo che passava per me contasse poco. Poi mi venne in mente il rispetto con cui mi aveva sempre trattato, le concessioni che mi erano state accordate e che nessuno schiavo sognerebbe mai di ottenere. E poi sua moglie, la regina, e suo figlio. Sempre gentili nei miei confronti… Riuscii finalmente a chiudere gli occhi e ad addormentarmi. Chiunque fosse venuto la notte seguente per rapire la famiglia del re, avrebbe trovato pane per i suoi denti. Il palazzo era ben sorvegliato ma la regina e il piccolo principe, di appena cinque anni, godevano di una certa privacy. Solo io ero in grado di essere vicino a loro.
La notte seguente mi nascosi in un piccolo antro poco lontano dalle stanze della regina e del bambino, in attesa. C’era luna calante e sicuramente gli aggressori ne approfittarono perché appena qualche ora dopo che il cielo si era fatto buio, anche a causa di pesanti nuvole cariche di pioggia, sentii dei movimenti sospetti venire dal giardino. Cinque figure ammantate di nero irruppero silenziose nel corridoio antistante la porta delle stanze reali. Probabilmente avevano neutralizzato le guardie all’entrata degli appartamenti del re. Dovevano essere ben addestrati per aver fatto tutto nel più assoluto silenzio. In un lampo spalancarono la grande porta di legno di noce ed entrarono nella camera da letto della regina. Mentre mi muovevo, silenzioso al pari degli intrusi, sentii un grido soffocato venire dall’interno. La moglie di Leonida aveva capito ciò che accadeva. Entrai nella stanza e sfruttando il fattore sorpresa afferrai il più vicino degli aggressori per la testa e con un movimento rapido e secco gli spezzai il collo. Presi alla provvista, i quattro superstiti non mi fermarono quando passai rapidamente tra di loro e mi posi a protezione della regina. La donna teneva stretto suo figlio, spaventato a morte. Lei, da vera spartana, aveva riacquistato il suo autocontrollo e osservava la scena in silenzio.
-Fatti da parte, schiavo! Questi non sono affari tuoi!- mi ringhiò contro quello che sembrava il capo degli aggressori, un uomo tarchiato dalla pelle scura e segnata da molte cicatrici.
-Tornatevene da dove siete venuti, o morirete qui dove vi trovate-, li minacciai, anche se non ero sicuro di poter mettere in pratica il mio intento. Io ero disarmato mentre loro avevano corte spade dall’aria pericolosa.

-Se almeno avessi avuto la tua spada-, commenta Cristina rapita dal mio racconto.
-Già. La mia spada.-

I quattro avanzarono e io indietreggiai verso un angolo della stanza. Da buon spartano, Leonida teneva delle armi nelle stanze da letto della sua famiglia e io le avevo intraviste proprio nell’angolo verso il quale mi stavo dirigendo. Senza distogliere lo sguardo dai miei avversari, portai la mano dietro al corpo e impugnai la prima arma che mi capitò. Mi venne quasi da sorridere pensando a quanto gli Dei si divertivano con me. Sentii nella mano la forma e la freddezza familiare del metallo plasmato a testa di sciacallo. Feci scivolare la mano in basso e strinsi l’impugnatura dell’arma che tante volte mi era stata compagna nei combattimenti. Avevo impugnato proprio la mia spada benedetta da Seth. La estrassi lentamente dal cesto in cui era riposta e la feci volteggiare alcune volte di fronte a me. Dopo quasi vent’anni mi sentivo nuovamente completo e carico di euforia per quel ritrovamento, iniziai ad avanzare verso coloro che non sapevano ancora di essere dei cadaveri. Lo scontro durò poco, molto poco. Persino la regina, abituata a vivere tra guerrieri, inorridì di fronte alla mia spietatezza e si spaventò quando, coperto dal sangue dei miei aggressori, mi voltai verso di lei e suoi figlio.
-Non temere, maestà. E’ tutto finito. Non chiamare le guardie o la notizia dell’aggressione farà il giro di Sparta ancora prima che sorga il sole. Penserò io a far sparire questo disastro.-
-Non… so come… ringraziarti…Khalàd-, balbettò lei, bianca in volto con gli occhi fissi su di me e la mia spada.
Pulii la lama sulla tunica di uno dei morti e riposi l’arma nella cesta dove l’avevo trovata.
-Perché non la tieni? In fondo è tua-, mi disse la regina dopo che si fu un po’ ripresa.
-Sarà tuo marito a restituirmela quando lo riterrà opportuno. Io sono ancora uno schiavo.-
Feci sparire i cadaveri caricandoli su un carretto e portandoli fuori città, alle fosse comuni dove venivano scaricati i corpi dei giustiziati. Ritornato a palazzo, consigliai alla regina di andare a dormire in un’altra stanza per quella sera e lavai il sangue dal pavimento. Avevo molto a cui pensare. In cosa mi ero trasformato? Più diventavo abile e forte, più apprezzavo l’ebbrezza del combattimento… e del sangue. Mi stavo accorgendo di assomigliare sempre di più al mio antico amico fraterno Sunàt, che aveva trovato nella battaglia, e nell’uccidere, un piacere, oltre che una ragione di vita. Finii che mancavano poche ore all’alba e decisi di approfittarne per riposare un po’. Ne avevo bisogno.

-Tu eri diverso da Sunàt-, mi fa notare Cristina. –Da quello che mi hai raccontato, lui non ha mai provato rimorso o dispiacere per le vite che toglieva. Non si è mai spaventato di se stesso, di quello che era diventanto.-
-Hai ragione, ma arrivai alla stessa conclusione solo molto tempo dopo. In tempo comunque per imparare a dominarmi. Questa però è un’altra storia.-

Mi svegliai che il sole era già alto e subito mi preoccupai. Anche se non avrei subito nessun danno, sarei stato frustato per aver oziato fino a quell’ora ed era una cosa umiliante, oltre che dolorosa. Mi alzai di colpo e sbarrai gli occhi nel trovare, seduto sul letto accanto al mio, il re Leonida in persona.
-Ben svegliato-, mi salutò con un mezzo sorriso. Dimostrava appena i suoi quarant’anni ma nei suoi occhi vedevo una stanchezza tutta nuova.
-Maestà, mi dispiace! Non so come ma non ho sentito la sveglia del sorvegliante…- Il re mi zittì sollevando una mano.
-Ho detto io al sorvegliante di lasciarti dormire.-
-Quando sei tornato, maestà?-
-All’alba. Giusto in tempo per sentire da mia moglie quello che hai fatto. Ti sono debitore.-
-Ho solo fatto ciò che era giusto fare-, risposi alzandomi e vestendomi in fretta. Anche il re si alzò.
-E’ questo che ti rende un uomo migliore di molti altri. Fai le cose perché è giusto farle, non per dovere. Prendi. Questa è tua-, mi disse porgendomi la mia spada dalla testa di sciacallo.
-Ti ringrazio, re Leonida. Ammetto che mi mancava.-
-Forse non conoscerò mai il tuo segreto, il motivo per cui non invecchi neppure di un giorno, ma di sicuro non terrò più in schiavitù un amico come te, Khalàd.-
Mi stava rendendo la mia libertà! E mi aveva chiamato amico! Gli occhi mi si inumidirono. –Mio signore!- lo chiamai mentre stava per andarsene. Leonida si voltò verso di me. Estratta la spada mi ferii di proposito ad un braccio. Neanche sentivo il dolore nonostante raggiunsi l’osso con la lama.
-Cosa fai, folle….- Leonida si fermò impietrito a osservare la ferita, che avrebbe menomato per sempre chiunque, smettere di sanguinare e richiudersi.
-Non chiedetemi come o perché, ma non sono solo invulnerabile. Sono letteralmente immortale-, gli rivelai.
-Quanti anni hai… Khalàd?-
-Sono nato quasi duemila anni fa a Uruk, quando era ancora una città sumera.-
Gli ci volle un po’ per riprendersi e dovette risedersi. Non sapevo che aspettarmi, quale sarebbe stata la sua reazione. Sorrise. –Questo spiega molte cose, immagino. Sei stato bravo a nascondere il tuo segreto per tutto questo tempo.-
-Come è andata ad Atene?- domandai per cambiare discorso.
-Andiamo a parlarne davanti ad un po’ di cibo-, mi incitò dandomi una pacca su una spalla e alzandosi di scatto. –Sono affamato.-
Il re fece imbandire una tavola con ciò che il cuoco riuscì a preparare con così poco preavviso. Non ci lamentammo e mangiammo con appetito.
-Abbiamo un piano. Serse si muove e si avvicina alla Tessaglia con un esercito di dimensioni spaventose. Gli ateniesi stanno mettendo in mare una vasta flotta di triremi da guerra, ma non faranno in tempo ad ingaggiare battaglia e distruggere le navi persiane prima che diano man forte alla fanteria.-
-Dovete rallentare l’immenso esercito di Serse-, supposi.
-Esatto. Mi sono preso l’onere di bloccarlo al passo delle Termopili, uno stretto passaggio tra le montagne e il mare dove il loro numero non conterà più nulla.-
-Ma? Ti vedo preoccupato per qualcosa. Immagino che ci siano problemi.-
-Detesto la tua intelligenza-, mi disse cercando di scherzare. –Pausania mi ha detto che il consiglio sta tentando di tornare sui suoi passi e non permettere all’esercito di muoversi da Sparta. Il tradimento che hai scoperto era ben più radicato di quanto immaginassi. Non potendo rimangiarsi la parola data, il consiglio non permetterà all’esercito regolare di partire fino alla fine delle prossime celebrazioni religiose.-
-Cosa intendi fare?-
-Domattina molto presto mi metterò in marcia con la mia guardia personale, i Trecento. Raggiungeremo le Termopili e li ci affiancheranno delle milizie locali. Saranno utili per ripulire la piazza dopo che noi avremo finito.-
-E’ follia, re Leonida. Trecento conto un milione-, dissi scuotendo la testa.
-Sarà quel che sarà. Pausania resterà qui. Se la situazione si sbloccherà, accorrerà alle Termopili con quasi diecimila spartani e allora vedremo quanto divino saprà dimostrarsi l’imperatore persiano, come ama farsi soprannominare.-
-Attendi la fine delle cerimonie, Leonida. Ti supplico. Sei un uomo di troppo valore per rischiare di perderti.-
-Grazie per l’interessamento, Khalàd, ma ho dato la mia parola e la manterrò.- Si alzò in piedi e mi tese il braccio. –Questo è un addio, Khalàd. Che gli Dei ti accompagnino per… tutti i giorni della tua vita.-
-E’ stato un onore, re Leonida. Ti sono debitore per tutto quello che mi hai insegnato-, lo salutai stringendoli il braccio alla maniera dei guerrieri.
Il re Leonida partì il mattino seguente con i suoi Trecento, i più forti e feroci guerrieri di Sparta. Li guardai dirigersi verso nord mentre il sole sorgeva e illuminava il loro cammino. In una settimana di marcia forzata sarebbero giunti a destinazione, al passo delle Termopili. Che triste addio era stato.
Anch’io sarei partito presto. Avevo in mente di tornare a Tiro ma non di fermarmi. Non avevo idea di dove sarei andato ma ero sicuro che avrei viaggiato ancora.
Circa cinque giorni dopo la partenza di Leonida e i Trecento, incontrai il generale Pausania, furioso come un leone.
-Khalàd!- mi salutò. –Non sei ancora partito? Sei un uomo libero ora.-
-Mi imbarcherò per Tiro domattina, generale. Ma cosa ti succede? Ti vedo irrequieto.-
-Quegli stolti del consiglio!- inveì. –Hanno convinto i sacerdoti a prolungare le celebrazioni!-
-Che cosa?!- esclamai lasciando cadere la sacca che portavo in spalla. –Il re Leonida si troverà da solo contro tutti i persiani!-
-Già e io non conterei neppure sulle milizie locali-, asserì il generale stringendo i pugni.
-Per quale motivo? Potrebbero dargli man forte.-
-Non sono soldati. Sono contadini e artigiani che a malapena sanno tenere in mano una lancia. Senza qualcuno che li comandi sono solo un branco di pecore mandate al massacro. Non saranno di nessuna utilità a Leonida.-
Era spacciato, pensai. Erano tutti spacciati.
-Generale Pausania! Ho da chiederti un grosso favore!- dissi d’improvviso. Non avrei lasciato morire il re senza fare nulla. –Ora non posso pagarti ma ho bisogno di un equipaggiamento da oplita e un cavallo.-
-Che vuoi fare?! Ti ho visto combattere e so che sei forte quanto il re ma saresti solo uno in più.-
-Ho molti modi per aiutare il re a guadagnare tempo ma tu devi far di tutto per far muovere l’esercito il prima possibile!-
Pausania mi fissò per qualche istante poi annuì. –E sia! Vieni con me!-
Un’ora dopo ero in viaggio verso le Termopili. Non sarei mai arrivato in tempo per l’inizio degli scontri ma sicuramente abbastanza presto da dare aiuto al mio re.

-Lo consideravi davvero il tuo re?- mi domanda mia nipote stupita per ciò che le avevo appena detto.
-Leonida è stato l’unico sovrano per cui sarei morto-, rispondo fiero.
-Ma per quale motivo? Non capisco.-
-Perché aveva creduto in me nonostante fossi uno straniero e uno sconosciuto. Mi aveva trattato sempre con rispetto e, soprattutto, mi aveva insegnato che un guerriero non solo si batte per uno scopo ma deve anche essere libero di farlo. La libertà, Cristina, è il valore che Leonida mi ha trasmesso, e lo ha fatto anche facendomi suo schiavo.-

Oltre ad un robusto cavallo, il generale mi aveva dato alcuni elementi del corredo da oplita spartano, tranne la spada, naturalmente. Una lancia, uno scudo con il simbolo della V rovesciata, l’emblema di Sparta, un elmo crestato di rosso e un mantello cremisi con una spilla di bronzo per tenerlo allacciato addosso. Non volli la corazza ne i bracciali ne gli schinieri perché mi avrebbero solo appesantito durante il viaggio. In una situazione normale mai e poi mai uno straniero avrebbe potuto indossare quei simboli della forza spartana, ma quella non era una situazione normale. C’era in gioco il futuro di tutta una nazione.
Feci poche soste e mi fermai di notte solo il tempo necessario a far riposare il cavallo. Giunsi al passo delle Termopili, le Porte di Fuoco in soli tre giorni. Il passo era chiamato così a causa delle sorgenti di acqua calda e vapore che si trovavano nelle vicinanze. Quando mi fermai su di un’altura da dove si dominava con la vista tutto il passo, il cuore mi si fermò, tanto era lo sgomento che mi assalì. Una marea umana, l’esercito persiano, si riversava ondata dopo ondata contro una stretta gola, una gola che i soldati del Divino Serse potevano senza esagerare chiamare morte, tanta era le ferocia con cui Leonida e i suoi valorosi la difendevano. Durante l’assalto dei persiani, gli spartani univano gli scudi a muro e spingevano avanti le lance. Quando il nemico si ritraeva per lasciare spazio all’ondata seguente, il re e i suoi guerrieri guadagnavano spazio andando all’assalto e mietendo vittime in quantità spaventosa. A quel punto le milizie irregolari avrebbero dovuto intervenire per impedire il nuovo attacco in massa ma, come il generale spartano aveva previsto, la paura li faceva esitare e re Leonida doveva ritirarsi nuovamente nella gola. Serviva qualcosa che rompesse quell’equilibrio… o qualcuno. Legai il cavallo in un boschetto erboso di olivi, calcai l’elmo in testa e con scudo e lancia in pugno scesi lungo il fianco dell’altura fino a raggiungere le ultime file degli irregolari.
-Che cosa fate, branco di pecore!- urlai. –Il vostro compito è quello di dare assistenza agli spartani e voi restate qui in preda alla paura!-
-Noi non siamo guerrieri!- urlò di rimando uno degli uomini che tentavo di ridestare. –Non siamo come gli spartani!-
-No, ma siete greci! E se non combatterete da greci la vostra terra verrà divorata da quella marea!- dissi loro indicando con la lancia l’immenso esercito persiano. –Fate ciò che vi dico e sarete finalmente d’aiuto a quelli che combattono per voi! In riga!-
Prima esitanti, poi sempre più decisi, quella marmaglia assunse almeno una parvenza di un fronte unito.
-Su gli scudi e lance in avanti!- comandai piazzandomi proprio al centro dello schieramento, composto da circa un centinaio di uomini armati di scudo e lancia. Le buone spade purtroppo scarseggiavano.
Attesi che Leonida respingesse il nuovo assalto per fare intervenire i miei. Sebbene fossero abituati a sopportare fatiche immani, vedevo i Trecento e il loro re che iniziavano a muoversi con fatica. Ero davvero arrivato appena in tempo. L’assalto fu respinto e diedi l’ordine di avanzare.
-Greci! Avanti compatti al piccolo passo! Spazziamo via ciò che resta di loro!- A suon di urli e qualche imprecazione riuscii a mantenere unita la formazione e a farli avanzare in modo compatto. Incontrammo i persiani che si stavano ritirando proprio mentre una nuova ondata iniziava ad avanzare. Il nostro intervento ruppe l’azione nemica e, finalmente, Leonida e i suoi poterono riprendere fiato. Con le nostre lance e gli scudi riuscimmo a fare piazza pulita dei supersiti e a tenere indietro i nuovi assaltatori. Quelli che non uccidemmo li spingemmo in mare, sugli scogli, per poi arretrare e ricomporre la nostra formazione lungo la linea del pendio.
-Ce l’abbiamo fatta! Li abbiamo respinti!- iniziarono ad urlare le mie pecore ma io smorzai subito facili entusiasmi.
-Fatela finita! Tra poco li dovremo impegnare un’altra volta e non si faranno sorprendere come prima! Greci! In formazione!- comandai. Poi guardai verso il passo e vidi Leonida, in piedi al centro dello schieramento spartano, che sollevava la sua lancia in segno di saluto. Ricambiai il saluto e preparai i miei uomini per il nuovo assalto. Ne respingemmo altri tre prima che il sole calasse e finalmente i persiani si ritirarono. Il re di Sparta mi venne subito incontro.
-Khalàd! Cosa ci fai qui?! Perché non te ne sei andato?! Sei un uomo libero ora!-
-Hai ragione, mio re. Sono libero di essere qui a combattere al tuo fianco-, risposi.
-Quando arriva Pausania?- si affrettò a chiedere il sovrano ma all’incupirsi del mio volto capì immediatamente la situazione. –Non arriverà. E’ bloccato a Sparta.-
-Si. Mi ha armato lui e ci siamo lasciati con la promessa che avrebbe fatto di tutto per far partire l’esercito.-
-Non ci riuscirà. I contrari a questa alleanza sono troppi. Le loro fila si sono ingrossate da quei membri del consiglio che fino a poco tempo fa erano indecisi.-
-Intanto resistiamo. Ci faremo venire un’idea-, conclusi senza avere effettivamente nessuna idea.
-Uomini di Grecia!- urlò il re ai soldati della milizia. –Obbedirete a quest’uomo, il comandante Khalàd, come obbedireste a me o ad un altro re. Siamo intesi?-
Il mio gregge, che iniziava finalmente a comportarsi come un’unità combattente, rispose con un urlo di approvazione levando in alto le lance.

-Quanto avete resistito, nonno?-
-Pochi giorni. Leonida lo aveva previsto ma io non volevo accettarlo. Il mattino dell’ultimo giorno, allo spuntar del sole, feci qualcosa che non osavo fare da oltre ottocento anni.-

-Amon-Ra, signore del Sole e della Vita, se anche ti chiami Febo o Apollo in questa terra, ricordati di me e dammi la forza in questo giorno di battaglia-, pregai dentro di me prima di lanciare i miei uomini all’assalto per proteggere la ritirata degli spartani. Mentre gli altri operavano la solita pulizia, io estrassi la spada e sotto gli occhi attoniti di Leonida mi buttai nel cuore dei nemici. Il sole stava spuntando e io strinsi la mia arma invocando il potere tempestoso di Seth. I raggi dell’astro infuocato mi ridonarono le forze perdute negli scontri precedenti e seppi in questo modo che il Dio del sole era ancora con me. Iniziò il mio massacro. Con la spada menavo precisi fendenti a destra e a sinistra spezzando lance e spade, corazze e corpi. Mai un passo indietro, sempre uno in avanti. Non sentivo ne fatica ne dolore per quei pochi graffi che i persiani mi procuravano. Ed erano gli Immortali quelli che stavo uccidendo, la guardia personale di Serse, i migliori tra i soldati persiani. Ironia della sorte usurpavano un nome che di diritto spettava a me. Continuai ad avanzare finché non li ricaccia indietro, fuori dello slargo tra il monte e il mare che fungeva da campo di battaglia. Finalmente mi fermai, madido di sudore, e mi guardai alle spalle. Cadde il silenzio. Pensavo che i miei uomini mi avessero seguito, invece erano rimasti ai loro posti, impietriti per lo stupore, al pari degli spartani. Dietro di me c’erano più di cento cadaveri. Fu Leonida a ridestare i nostri soldati con un urlo di tripudio che subito divenne gigantesco e mi accompagnò nella mia ritirata.
-Mai avevo visto una tale furia distruttrice-, mi disse Leonida appena mi raggiunse. –Gli Dei sono sicuramente con te.-
-Temo però che neppure loro basteranno. Li respingiamo ma i persiani tornano sempre all’assalto. Sono troppi.-
Leonida mi trasse in disparte. –Li potremmo respingere in eterno se serve, Khalàd. Il problema è un altro.-
-Di cosa stai parlando?-
-C’è un sentiero che sale sul monte e ridiscende oltre il passo. Ormai conto che lo abbiano scoperto e si stiano preparando ad accerchiarci.-
-Dimmi dov’è e andrò subito a sbarrare loro il passo.-
-No. Sei il combattente più micidiale che io abbia mai visto ma siamo troppo pochi per lottare su due fronti. Sarebbe inutile. Congeda la milizia e vattene, Khalàd. Qui, tra poco, subiremo tutta la forza devastante dei persiani ma se vi sbrigate riuscirete ad andarvene prima di incontrarli.-
-Io resto con te, Leonida-, esclamai senza nessuna esitazione.
-No, amico mio. So che nessuno ti può uccidere ma non sei uno spartano ne un greco. Non hai motivo di batterti per una terra che non è la tua. Ti chiedo solo un ultimo favore.-
-Comanda, mio re. Io eseguirò-, gli dissi quando compresi che ogni tentativo di farlo desistere era inutile.
-Torna a Sparta e parla al consiglio. Racconta quello che hai visto. Oramai la flotta ateniese sarà all’isola di Salamina e quindi la parola data è rispettata. L’onore di Sparta è salvo.-
-Cosa importa l’onore se il prezzo è la tua vita e quella dei tuoi uomini?-
-Un prezzo giusto per noi spartani. Il nostro onore vale molto, come noi, quindi è giusto che il prezzo sia il più alto, la nostra vita. Addio, amico mio.-
-Addio, re Leonida-, gli dissi con le lacrime agli occhi.
-Spartani!- urlò il re tornando verso i suoi uomini. –Alla guerra! Alla morte e all’eterna gloria!- Il ruggito di guerra dei Trecento fu sicuramente sentito anche da Serse in persona, nel cuore del suo accampamento.

-Te ne andasti, quindi-, conclude Cristina un po’ delusa.
-Congedai la milizia ma mi trattenni, al riparo dalla vista di chiunque, per vedere ciò che sarebbe accaduto. Avevo dentro una rabbia terribile e volevo sbatterla in faccia a quei vecchi stolti del consiglio di Sparta, che con la loro reticenza avevano condannato a morte il più grande re di Grecia. Comprendevo il piano di Leonida anche se non lo condividevo. Si stava sacrificando assieme ai suoi uomini, tutti consenzienti, per scatenare la furia di Sparta. Io ero l’anello finale di quel piano estremo quindi rimasi, per poter poi raccontare tutto ciò che accadde.-
-Rimanesti fino alla fine? Fino a quando li uccisero tutti?-
-Si-, rispondo con un filo di voce. –Me ne andai solo quando Serse in persona, venuto ad osservare i cadaveri degli spartani, trafitti a morte da centinaia di frecce, diede ordine di squartare il corpo di Leonida e di portarne i pezzi in giro per la Grecia, come monito per chi avesse ancora osato opporsi a lui. Non aveva idea che la sua flotta di navi, su cui contava molto per ottenere la vittoria finale, stesse affondando nel mare di Salamina.-
-Una fine orribile-, commenta mia nipote stringendosi le mani. –Parlasti poi al consiglio?-
-Lo feci cinque giorni più tardi. D’accordo con Pausania, che sarebbe stato nominato re di li a poco, feci in modo che nell’anfiteatro dove si sarebbe riunito il consiglio di Sparta fossero presenti anche molti soldati.-

Il consiglio era presente al gran completo e, anche se di malavoglia, avevano accettato di ascoltare quello che avevo da dire. La morte del loro re e la guerra che si avvicinava aveva messo il generale Pausania in una posizione di favore e ora erano costretti ad obbedirgli in ogni sua richiesta. Si fece silenzio e io raccontai a tutti i presenti la storia della battaglia alle Termopili. Quando giunsi alla tremenda fine che i Trecento avevano fatto, a causa della codardia degli anziani del consiglio, un mormorio carico di rabbia serpeggiò tra i soldati e persino il loro generale, futuro re, fece fatica a trattenersi. Era il momento. Feci esplodere Sparta.
-E ora ascoltate le ultime parole del vostro re, pronunciate prima di andare incontro alla morte per la libertà di tutta la Grecia!-, urlai. –Spartani! Alla guerra! Alla morte e all’eterna gloria!-
Il grido di battaglia di Sparta diede inizio al più terribile incubo di Serse.

-Re Pausania sconfisse i persiani definitivamente a Platea, un anno dopo, se non ricordo male-, afferma Cristina attingendo ai suoi ricordi sulla Storia della Grecia classica. –Perso l’appoggio della flotta, a Serse venne a mancare una fetta importante del suo esercito e decise di desistere e di ritirarsi.-
-Andò così ma il vero motivo fu un po’ diverso. I persiani avevano effettivamente perso una grossa parte del loro esercito, ma erano ancora in superiorità numerica schiacciante. La resistenza di Leonida, in fondo, fu solo una vittoria di Pirro. Gloriosa ma inutile ai fini dei numeri perché i persiani erano troppo numerosi.-
-Allora il loro sacrificio fu inutile!- si infervora Cristina.
-Al contrario! Fu l’elemento che salvò la Grecia! La verità è che, a Platea, Serse ebbe paura e si arrese quasi senza combattere. Trecento spartani avevano umiliato il suo immenso esercito e massacrato i suoi Immortali. Ora se ne trovava di fronte quasi ottomila, uno più inferocito dell’altro. Il Divino Serse preferì rinuciare piuttosto che rischiare l’ennesiam sconfitta persiana. Leonida aveva vinto.-
-Valeva così tanto la gloria per gli spartani?-
-La libertà valeva molto. La libertà di conquistarsi la gloria. Fu questa la grande vittoria di re Leonida e dei Trecento di Sparta-, concludo mostrandole, sul palmo aperto della mia mano, la spilla di bronzo con l’emblema di Sparta che aveva accompagnato me e il mio mantello durante i terribili giorni delle Termopili.

venerdì 16 maggio 2008

3 - IL SENTIERO DEGLI DEI

Scelsi di lasciare Cassandra e di seguire quella via oscura che lei vedeva sempre nei miei occhi. Se devo essere sincero, già da tempo meditavo su quello che sarebbe stato il nostro futuro. Un futuro senza figli in cui l’avrei vista invecchiare e morire, come già successo a molte persone a cui avevo voluto bene.
Mi diressi quindi verso sud, verso le terre che mi avevano visto nascere e oltre. Non avevo fretta quindi non mi affrettai. Ero veramente stanco di guerre, battaglie e duelli. Volevo un po’ di pace e speravo di trovarla proprio in Egitto. Ettore non era stato il primo a parlarmi di quella terra, anche se le mie informazioni riguardavano argomenti differenti dalla metallurgia. Si diceva di quel popolo che le loro vite erano scandite dalla religione, dal loro esercito di Dei. Veneravano la morte come la vita e avevano un complesso sistema di valori morali. Avevo conosciuto molti egiziani durante i miei viaggi e con uno di loro, un marinaio, passai abbastanza tempo da imparare i rudimenti della lingua di quella terra.

-Se dici che la datazione della guerra di Troia è sbagliata, allora devo per forza chiederti quando vi arrivasti-, mi domanda Cristina versando in piccoli bicchieri di cristallo l’amaro a base d’erbe che ero solito bere dopo il pasto, per digerire.
-Giunsi in Egitto, a bordo di una nave fenicia, circa quattro anni dopo la distruzione di Troia da parte dei greci, durante il periodo che gli storici chiamano medio regno. Al potere c’era la XII dinastia con il faraone Sesostri I.-
-Viaggiavi spesso con i fenici.-
-Era un popolo intraprendente e dal grande senso pratico. Formidabili navigatori, erano un po’ i traghettatori del Mediterraneo. Quella volta, tuttavia, sarebbe stato meglio fossi andato a piedi-, ironizzo ripensando a quell’evento lontano.

Quando dico che viaggiai con calma intendo letteralmente. Ci misi ben quattro anni ad arrivare nel cuore della terra dei faraoni. Un viaggio segnato da molte soste e pause di riflessione. Quella più lunga la feci a Uruk, nella mia città natale che ormai non riconoscevo più, tanto era cambiata. Dopo un anno, mi decisi a procedere nel mio viaggio e mi imbarcai su di una nave fenicia diretta proprio alla capitale d’Egitto di allora, Tebe. Non fummo fortunati perché una tempesta fuori stagione fece naufragare il legno a poca distanza dal delta del Nilo, il fiume più grande del mondo. Non so quale mano invisibile mi trasportò a riva ma quando mi svegliai dopo il disastro in mare, con il sole che mi scaldava il volto, mi accorsi che le onde mi avevano adagiato in un canneto. Un rumore alle mie spalle mi fece riprendere in fretta. Sapevo dalle storie che avevo sentito dai mercanti che la foce del grande fiume era infestata dai coccodrilli. Fortunatamente erano solo degli ibis ma cercai comunque di togliermi in fretta da li. Controllai i miei pochi averi. La spada che portavo a tracolla e una sacca di tela in cui tenevo i ricordi della mia vita, recuperati a Uruk, assicurata alla cintura. Quando vivevo a Troia possedevo molte più ricchezze ma fui costretto ad abbandonare tutto per fuggire più velocemente. Avevo tenuto solo un po’ d’oro per i casi d’emergenza.
Il sole picchiava forte e presto i suoi effetti iniziarono a farsi sentire. Il caldo e l’umidità dell’aria erano soffocanti. Camminai tutto il giorno e la sera crollai esausto sotto un albero. Mi assicurai che non ci fossero tracce del passaggio di animali e mi distesi a riposare.

-Ti trovavi ancora nel delta del Nilo, immagino.-
-Si, nei pressi di un canale occidentale della diramazione del Nilo. O almeno è quello che mi dissero i sacerdoti che mi salvarono.-
-Chi ti salvò?! E da cosa?!-

Caddi addormentato quasi subito e nonostante la notte portasse frescura, il mio corpo continuava a bruciare. Il sole, le zanzare e i miasmi degli acquitrini che avevo attraversato quel giorno, probabilmente mi avevano fatto salire la febbre e rimasi svenuto per molto tempo. Quando mi svegliai mi trovavo in una stanza semibuia dalle pareti di pietra. L’ambiente era fresco ed io ero adagiato su di un letto di legno. Accanto al letto vidi un piccolo tavolino sul quale era posata la mia spada e i miei averi. Mi sollevai a sedere, con la testa pesante come un macigno. Evidentemente feci rumore perché un uomo vestito di bianco e con la testa completamente rasata entrò nella stanza ed accese una delle lampade attaccate alle pareti. Al collo portava un medaglione d’oro raffigurante un ibis.
-Sono felice che ti sia ripreso. Iniziavamo a temere che ti stessi avviando verso la nuova vita-, disse l’uomo in egiziano. Ricordavo ancora un po’ di quella lingua e cercai di capire cosa mi era successo.
-Dove mi trovo? E quanto sono stato svenuto?-
L’uomo, probabilmente un sacerdote, rimase sorpreso di sentirmi parlare la sua lingua e fu estremamente gentile ed esauriente. -Sei a Hermopolis, la città sacra di Thot, custode del sapere e scriba degli Dei. Ti trovi all’interno del suo grande tempio e sei stato svenuto per quasi cinque giorni da quando ti abbiamo trovato alla foce del fiume, durante il nostro pellegrinaggio annuale. Io sono Hempter e sono un sacerdote del tempio.-
-Vi ringrazio di avermi soccorso e curato, e di aver recuperato anche i miei pochi averi.-
-Il nostro Dio in persona ci ha condotti a te ma questo è meglio che te lo spieghi il nostro Sommo Sacerdote, Anarray.-
Stavo per alzarmi in piedi quando mi accorsi di essere nudo. Hempter provvide a procurarmi un cingilombi, uno di quei gonnellini che erano in uso tra gli abitanti di quella terra, e del cibo. Ero affamato e divorai in un attimo la zuppa di cereali che il sacerdote mi offrì, assieme a pane e vino un po’ aspro. Finito di mangiare iniziai ad osservare meglio la stanza. Era piccola, dal soffitto basso e con pochi arredi. Un paio di letti, compreso quello su cui avevo dormito io, dei tavolini e molte casse di legno. In alcuni punti delle pareti erano scolpite serie verticali di figure stilizzate che doveva essere la scrittura degli egizi, i geroglifici. Camminai un po’ per la camera, per riattivare le gambe bloccata da cinque giorni di inattività. Il sacerdote, che non avrà avuto più di trent’anni, mi portò anche un bacile d’acqua calda e un rasoio. Mentre ero svenuto il mio copro era stato lavato dalla sporcizia accumulata nel delta del fiume, ma la barba era stata lasciata crescere.
Quando fui finalmente pronto presi con me la spada e la sacca e mi preparai a seguire Hempter, il quale mi guardò perplesso.
-Quella non ti servirà dal Sommo Anarray, e nemmeno il resto…-, affermò indicando la mia arma.
-Non preoccuparti, Hempter-, lo rassicurai. –Non intendo fare del male a nessuno. Questa spada è il motivo per cui sono venuto in Egitto e la voglio mostrare al tuo Sommo Sacerdote.-
-In questo caso, andiamo.-
L’alloggio che mi aveva ospitato era situato in una costruzione separata dal tempio principale, una specie di depandance. Uscito all’aperto mi ritrovai in un cortile lastricato di pietra posto di lato al tempio principale, un’alta e grande costruzione circondata da enormi colonne, decorate da interminabili serie di geroglifici. Camminando di buon passo giungemmo nel grande spiazzo anteriore alla casa del Dio Thot. La via per l’entrata del tempio vero e proprio era segnalata da due file di blocchi di pietra su cui poggiavano statue di babbuini seduti. Scimmie della stessa specie, in carne e ossa stavolta, correvano un po’ dappertutto nel perimetro dell’area del tempio.
-E’ una scimmia l’animale che impersona il vostro Dio?- domandai incuriosito da quella ripetitiva presenza.
-E’ l’animale che rappresenta l’azione terrestre di Thot e lo veneriamo al pari di quello che rappresenta la forma spirituale del Dio, l’ibis.-
Entrati nell’ombra del tempio e superata la prima serie di alte colonne, due grandi statue, alte almeno come tre uomini, erano poste a guardia della porta principale. Statue dal corpo umano e dalla testa di ibis. Ero già stato in altri templi, a Troia e anche nella mia terra natale ma non ricordavo fossero uguali a quello di Thot. Nell’aria si sentiva il classico odore di spezie che bruciavano nei bracieri e il salmodiare lento e un po’ monotono dei celebranti, ma dove in altri luoghi regnava il vuoto che dava l’idea della grandezza del tempio, le sale di quella costruzione erano piene di scaffali di legno nero colmi di rotoli di papiro, il supporto da scrittura degli egiziani. Era un’immensa biblioteca.
-Il tempio di Thot, essendo lui lo scriba degli Dei e il custode dei segreti, è il luogo dove viene conservato tutto il sapere dell’Egitto. Persino il faraone, quando un dubbio assilla la sua mente, fa visita a queste sale per consultare i rotoli qui conservati.-
-Non ho mai visto nulla di simile, tranne forse a Babilonia-, commentai esterrefatto.
-Ho sentito parlare delle magnificenze della città dalle alte torri, anche se non l’ho mai veduta. Non sono mai uscito dai confini dell’Egitto.-
Attraverso molte sale piene di scaffali carichi di rotoli, fui condotto fino ad un corridoio che, come mi spiegò la mia guida, dava accesso al santuario vero e proprio, dove si trovava la statua d’oro di Thot. A metà del passaggio, interamente dipinto con scene che rappresentavano il servizio del Dio per le altre divinità, c’era la porta che introduceva alle stanze di Anarray, il Sommo Sacerdote.

-Che emozione poter vedere i dipinti egiziani nel loro originale splendore-, commenta Cristina estasiata.
-E’ vero. Anche se i disegni sembravano molto stilizzati, gli egizi erano artisti pittorici di una raffinatezza assolutamente unica.-
Anarray, Sommo Sacerdote di Thot, era un uomo non molto più vecchio di Hempter. Vestito alla stessa maniera, come lui aveva la testa rasata, fatta eccezione per un fascio di capelli neri, tenuto legato da un raffinato laccio dorato, che gli scendeva da un lato della nuca fin sulla spalla.
-Thot ha sicuramente vegliato su di te se ti sei svegliato in così splendida forma-, mi salutò nella sua lingua. Poi, ricordando che ero uno straniero, guardò Hempter perplesso.
-Non preoccuparti, Sommo Anarray-, iniziai nel mio stentato egiziano, -Conosco abbastanza la tua lingua da poterti comprendere. Ti ringrazio di avermi curato e accudito in questi giorni. Ti sono debitore.-
-Non mi sei debitore di nulla, straniero. Thot ci ha condotto a te mentre effettuavamo il nostro annuale pellegrinaggio alla foce del grande Nilo, per venerare i nobili animali che ospitano la sua anima immortale. Eri attorniato da uno stormo di ibis che ci hanno fatto da guida. Sicuramente il nostro Dio ti protegge.-
-Io sono straniero e, ammetto, non molto religioso. Stavo venendo nel vostro paese quando la nave su cui viaggiavo è naufragata. Il mio nome è Khalàd e vengo da Uruk, in Mesopotamia.-
-Cosa ti porta nel nostro paese, se posso chiederlo?-
Estrassi la mia spada e la porsi al sacerdote per esaminarla. –Questa spada è stata fatta con del metallo caduto dal cielo. I fabbri che l’hanno forgiata, per quanto abili artigiani, non sono riusciti a completarla. Mi è stato detto che i metallurghi d’Egitto hanno raggiunto vette eccelse in quest’arte e speravo di trovarne uno in grado di riforgiarla.-
Anarray rimase dapprima sorpreso nel vedere un’arma simile poi si fece pensieroso e iniziò a passeggiare per la stanza. Si sedette infine su una seggiola di legno e mi invitò a fare altrettanto. Hempter, intanto, prendeva da un altro ripiano delle coppe d’oro e una caraffa che si rivelò contenere una birra fresca e fragrante che scacciò ogni rimasuglio di torpore dal mio corpo.
-I nostri fabbri eccellono sicuramente nella loro arte, Khalàd di Uruk. Tuttavia, la spada che porti è un dono del cielo e credo che solo un uomo speciale possa darle il giusto splendore.-
-Parli di un fabbro, ovviamente.-
-Lo è, ma è anche un mistico. Ha scelto di seguire la via di Seth, signore del deserto, e vive isolato nelle aride pianure a ovest di qui. Il suo nome è Setharma.-
-C’è qualcosa che indugi a dirmi, Anarray…-
-Il Sommo Anarray sa che, sebbene il fabbro del deserto sia sicuramente il più abile di tutto l’Egitto-, intervenne Hempter, -La spada che da lui venisse forgiata sarebbe intrisa del potere distruttivo del suo terribile e potente padrone.-
Come mi avevano detto, gli egiziani erano un popolo molto religioso e la loro vita un rito continuo da celebrare con devozione. Tuttavia, io non ero così attaccato al soprannaturale come loro, nonostante più di altri avrei dovuto testimoniarne l’esistenza. Detestavo ciò che le potenze celesti mi avevano fatto e per questo avevo scelto inconsciamente di non credere a nessun Dio.
-Quindi cosa proponi di fare, nobile Anarray?- domandai dopo aver terminato le mie riflessioni.
-Ci sono altri abili artigiani nella terra dei faraoni. Potresti affidarti a qualcuno di loro. Ma questa scelta è solo tua. Qualsiasi essa sarà, noi ti sosterremo.-
-Perché siete così premurosi nei miei confronti?- domandai senza capire. –In fondo sono uno straniero in terra straniera, con poco o nulla da offrire…-
-Tu hai molto da offrire, Khalàd di Uruk. Thot ti ha inviato a noi, come il suo oracolo ci aveva predetto. Un uomo dal lungo passato e dal difficile futuro, che impugna una spada celeste e cerca la Via degli Dei. Così ti ha definito il sacerdote che ha interpretato il volere del nostro Dio.-

-Piuttosto preciso, non trovi, nonno?-
-La definizione calzava a pennello ma la mia strada attraverso l’Egitto mi era ancora nascosta.-
-Cosa facesti?-

-Non sono un messia, Anarray. Sono solo un uomo che cerca delle risposte.- Non parlai della mia innaturale lunga vita. Non volevo che la profezia dell’uomo dal lungo passato li convincesse definitivamente che ero una specie di divinità.
-Sei giunto comunque nel luogo giusto, Khalàd. Tu cerchi risposte e le risposte stanno nella conoscenza e nella comprensione di essa. Seguimi-, disse il Sommo Sacerdote del tempio alzandosi in piedi. Mi condusse nuovamente nella sala principale, dove c’era la maggior parte dei papiri. –Dove puoi trovare una conoscenza più vasta? Ed essa che cos’è?-
-E’ Thot-, risposi senza neppure accorgermene. Quel luogo iniziava a condizionare i miei pensieri… oppure no?
-Esatto. Cerchi Thot e nonostante tu ritenga te stesso poco religioso, brami il Sentiero degli Dei.-
Iniziò da quel giorno la mia lunga vita egiziana. Scelsi di rimanere a Hermopolis, ospite del tempio del Dio-ibis. Cercavo risposte, è vero, ma cercavo anche un po’ di pace e quello mi sembrò fin da subito il luogo adatto per averla. Ebbero inizio i miei anni di studio e devozione al sapere e, devo ammettere, che il sapere dell’Egitto era enorme.

-E la spada?- mi domanda Cristina, evidentemente interessata alla mia scelta di riforgiarla.
-Concordai con Anarray di inviarla a Setharma, il fabbro di Seth, ma mi avvertì che il giorno in cui fosse stata pronta, soltanto io potevo andarla a riprendere. Fu enigmatico in proposito e piuttosto serio.-

Con il tempo, naturalmente, tutti i sacerdoti si accorsero che non invecchiavo neppure di un giorno e, prima che potessi dare qualsiasi spiegazione, attribuirono quel miracolo a Thot e iniziarono a chiamarmi Merenthot, il prediletto di Thot. Il primo passo era stato perfezionare la mia conoscenza della lingua egizia, scritta e parlata, e in breve tempo divenni uno scriba. Non mi ci volle molto per leggere gran parte dei papiri conservati nel tempio e di assimilarne il sapere. Il Sommo Sacerdote rimase stupito dalla mia facilità di apprendimento e un giorno si fece scappare la frase in fondo è il tuo destino. Quando il mio egiziano fu assolutamente perfetto, in tutte le sue forme e semplificazioni, Anarray mi concesse di proseguire il mio cammino nella conoscenza dandomi accesso ai testi più esclusivi, quelli riguardanti i sovrani dell’Egitto, di cui erano riportate la storia, le gesta e il loro stile di vita nel rispetto degli Dei. Con rammarico e cruccio del Sommo Sacerdote, non mi convertii mai del tutto alla religione dei miei ospiti, tuttavia avevo imparato a rispettare la figura di Thot. Nel mio immaginario però, non lo impersonificavo in un animale, come il babbuino o l’ibis, me nella conoscenza stessa racchiusa nel suo tempio. In quel periodo, Thot era stato la divinità più reale che avessi mai conosciuto e, a modo mio, lo veneravo.
Dopo sei anni di studio, infine, con la qualifica di scriba reale e alla vigilia del mio accesso ai misteri, i fondamenti segreti della religione egizia, giunse il tanto atteso messaggio di Setharma. La spada era pronta. Fu lo stesso Anarray a comunicarmelo un sera, mentre rilassavamo le menti davanti ad una buona coppa di vino tebano. Avevo assimilato fin da subito gli usi e i costumi di quel popolo. Mi abbigliavo come loro, ne apprezzavo il cibo e soprattutto iniziavo a pensare come uno di loro. Più volte avevo immaginato la vita oltre la morte, una vita a me negata. Non come l’aldilà degli egiziani, ma semplicemente come un posto dove pene e patimenti infine svanivano e tutto il mio essere trovava l’agognata pace.

-Vestivi con il gonnellino e portavi il copricapo tipico degli egiziani?- mi chiede Cristina quasi ridendo.
-In verità il copricapo lo indossavo di rado. Per il resto è vero. Indossavo sandali e cingilombi, talvolta una tunica bianca, simile a quelle greche.-
-E il loro cibo? Era davvero così buono?-
-Erano cibi semplici. Carni arrostite o stufate e bevande fermentate. Una cosa però rimarrà per sempre nella mia mente come un dolce peccato di gola-, le confido, perso nei ricordi.
-Che cosa, nonno?-
-Le focacce al miele. Tu sai che lo zucchero non sarebbe stato conosciuto ancora per molti secoli e che l’unico dolcificante era il miele. Gli egiziani sapevano fare delle focacce dolci che deliziavano il palato anche dopo che il boccone era andato.-
-Torniamo alla spada, nonno-, mi dice divertita da quella confessione quasi infantile.

Anarray mi parlò del messaggio di Setharma.
-Il discepolo di Seth comunica che la tua spada è pronta. Solo tu, però, potrai andare da lui a prenderla e per far questo dovrai dimostrarti degno di essa.-
Fui seccato da quella richiesta. –La spada è mia e non devo dimostrare nulla a nessuno. Gli pagherò il lavoro e saremo pari.-
-Non è così semplice, Merenthot. Se ricordi bene, ero perplesso sul fatto di inviare un oggetto tanto importante ad un uomo simile, senza mettere in dubbio la sua maestria, sia chiaro.-
-Ricordo. Va avanti-, lo incitai. Aveva stuzzicato la mia curiosità.
-Setharma, come discepolo di Seth, Dio-sciacallo dei deserti e delle tempeste, invoca il suo padrone ogni qual volta deve operare sul metallo, infondendo vita alle sue creazioni. La tua spada ora è sicuramente molto più potente di prima, tuttavia è carica di un’energia negativa che dovrai essere in grado di dominare.-
-Un incantesimo?- domandai perplesso. Quel discorso mi sembrava un’altra delle sue discussioni teologiche sul Sentiero degli Dei.
-Non proprio. Diciamo che l’arma è stata benedetta da Seth e ora ne possiede le peculiarità. Per raggiungere la dimora del fabbro, nel cuore del deserto, dovrai sfidare il potere tempestoso del Dio-sciacallo e per fare questo ti servirà aiuto divino.-
-Sono sicuro che Thot mi proteggerà-, tentai di rassicurare il sacerdote, il quale però sospirò scuotendo la testa.
-Il nostro benevolo Thot sicuramente ti ama, ma in questi anni mi sono reso conto che, nonostante tu sia il miglior studente che abbia mai varcato la soglia di questo tempio, non è lui il tuo nume protettore.
-Se non lui, chi allora? Osiride? Ra? Oppure Amon?-
-Questa risposta è celata dentro di te. Nel momento del bisogno, sarà il tuo intimo ad invocare l’aiuto del Dio ed egli accorrerà. Stanne certo. Questo è un passo fondamentale sul Sentiero. Scoprire a quale divinità dobbiamo la nostra vita.-
Rimasi in silenzio per un po’, tentando, o meglio, sperando che nel profondo io condividessi davvero le credenze del mio amico Anarray. –E’ molto lontana la dimora di Setharma?- domandai pensieroso.
-Un giorno e una notte di viaggio con poco riposo-, sentenziò il discepolo di Thot altrettanto serio.
-Partirò domattina presto, prima dell’alba-, dissi soltanto. Lo salutai e mi congedai da lui. Prima di tornare al mio letto, girai per i magazzini del tempio e presi alcune cose che pensavo mi sarebbero servite, tra cui un buon coltello e una corda, oltre naturalmente a cibo e acqua in abbondanza.
Quando lasciai il tempio, il mattino seguente, cosa che facevo di rado in verità, il sole non era ancora sorto e un forte vento freddo soffiava da occidente, la direzione che dovevo prendere. Ritenevo le parole di Anarray frutto della sua superstizione o, più precisamente, della sua fede. Tuttavia, fin dalle prime ore di viaggio, fu chiaro che non solo la natura era all’opera. Con il passare del tempo il vento freddo non dava segno di volersi placare nonostante il sole fosse già alto alle mie spalle. Mi flagellò per quasi tutto il giorno toccando il suo massimo al tramonto, quando fui investito da una violenta tempesta di sabbia. Era talmente forte da riuscire a sollevare ghiaia e piccole pietre che, come proiettili, mi ferivano di continuo. Trovai un riparo ai piedi di una bassa collina argillosa dove alcune rocce mi fecero da scudo. Forse per la prima volta ringraziai il cielo per la mia capacità rigenerativa, altrimenti sarei stato un ben più misero spettacolo a vedersi. Per il momento, solo le mie vesti si erano lacerate in qualche punto. Mi rifocillai e decisi di riposare un po’, sperando che quello strano vento placasse la sua furia. Questo avvenne circa un’ora dopo ma fu sostituito dal guaito degli sciacalli. Mi venne in mente che era strano trovare quelle bestie in un deserto tanto arido dove non c’era ne cibo ne acqua. Iniziavo a pensare che forse le parole di Anarray non fossero così campate per aria. Mi sollevai in piedi e ripresi ad avanzare al suono di quegli ululati. Vedevo occhi rossi tutto intorno a me ma continuavo a ripetermi che era solo frutto della mia immaginazione. Mi ero fatto suggestionare, pensai…. Fino a quando un sciacallo in carne e ossa non mi attaccò per davvero. Fu un miracolo se riuscii a scansarlo in tempo perché era molto veloce, oltre che grosso. I suoi occhi erano rossi come il fuoco. Quella visione malefica fece cadere il muro di razionalità che avviluppava la mia mente e accettai finalmente che Seth, un Dio, era all’opera. Nel momento stesso in cui ciò avvenne, lo sciacallo svanì e il cielo si infiammò dei colori del tramonto. Una prima prova del Signore delle tempeste era probabilmente superata.

-Il sole del deserto ti aveva cotto il cervello?- insinua mia nipote con un po’ di impertinenza.
-Forse. Ma per esperienza personale è nei momenti in cui siamo più deboli e vulnerabili che gli Dei amano manifestarsi-, ribatto un po’ stizzito.

Ero stanco ma avevo deciso di proseguire ancora per un po’. Tenevo il coltello in mano, per evitare altri spiacevoli imprevisti. Seth mi considerava un uomo. Gli avrei dimostrato che ero molto di più con un’arma in pugno. Calò la notte e il cielo stellato divenne la mia guida. Faceva freddo e questo sembra incredibile in un deserto tanto ardente di giorno. Durante le ore notturne attraversai una vasta pietraia disseminata di grandi massi di roccia gialla e, mentre si avvicinava l’alba, pensavo di essere ormai riuscito nella mia impresa. Fu il momento in cui subii l’attacco più deciso di Seth. Il cielo si oscurò avvolgendomi nelle complete tenebre e i rumori del pericolo tornarono ad assillarmi. Non solo l’ululato degli sciacalli stavolta ma anche il sibilo dei serpenti e il ticchettio delle zampe di ragni e scorpioni sulla roccia. Si avvicinavano inesorabili e in me iniziò a montare la frustrazione. Doveva finire in quel modo? Anche se ero immortale e quelle creature non mi avessero ucciso, da quella situazione ne sarei sicuramente uscito pazzo. Seth era più reale di quanto immaginassi… Questo pensiero fece scattare in me la molla della comprensione. Un barlume di speranza si riaccese e divenne presto fiamma mentre vedevo i primi occhi rossi avanzare verso di me nell’oscurità. Se il Dio-sciacallo era reale, anche altre divinità lo erano. Anarray mi aveva detto che avrei dovuto trovare da solo il mio nume protettore. Io cercavo la comprensione, la luce che illuminasse il mio destino. Due divinità impersonificavano la luce nella schiera dei divini dell’Egitto, una tangibile e una spirituale. Quando queste due divinità si univano nella loro completezza divenivano uno, il Dio più potente della terra dei faraoni. Ripeto spesso di avere raramente invocato l’aiuto celeste. Questa è stata una delle poche occasioni in cui è capitato e quando vidi la testa del primo serpente materializzarsi nell’oscurità, mi inginocchiai e levai le mani al cielo.
-Grande Amon-Ra, aiuta il tuo servitore! Scaccia l’oscurità che mi avvolge e permettimi di compiere il mio destino!- urlai verso il cielo.

-Ti ha risposto?- chiede Cristina sollevando scetticamente il sopracciglio.
-Naturalmente. Ero il suo protetto.-

Appena terminata quella preghiera, il cielo si schiarì immediatamente rivelando le prima luci dell’alba, la comparsa di Ra. Le bestie che Seth mi aveva mandato contro si dissolsero in piccole fumate nere e il sole che spuntava a oriente, alle mie spalle, mi inondò con la potenza vitale di Amon. Amon-Ra, il Dio solare che elargisce vita e forza era arrivato in mio soccorso e ora mi mostrava la mia meta. Di fronte a me, verso la fine della pianura rocciosa, una colonna di fumo si innalzava da una bassa collina, la dimora e fucina di Setharma, il fabbro del Dio-sciacallo che mi attendeva sulla porta di casa.
Setharma era un uomo alto e magro, con i capelli completamente bianchi e gli occhi neri come il carbone. A vederlo nessuno avrebbe pensato che lavorasse in una fucina. La pelle scura del torso nudo era tatuata con innumerevoli simboli mistici tra cui riconobbi quello che indicava il suo padrone, all’altezza del cuore.
-Ti aspettavo, Merenthot… o dovrei dire Khalàd di Uruk-, mi salutò l’uomo storcendo la bocca in un accenno di sorriso.
-E’ Khalàd a reclamare la spada, fabbro-, risposi freddamente avvicinandomi a lui. Non avevo gradito molto di essere messo alla prova per ottenere qualcosa che era già mio.
-E’ pronta, naturalmente, come già comunicai al tuo maestro di Hermopolis. Hai superato le prove a cui il mio Signore ti ha sottoposto e quindi posso dire con certezza che la meriti, prediletto di Thot e protetto di Amon-Ra il Luminoso. Entriamo in casa.-
Mi ero sbagliato sulla dimora di Setharma. Non c’erano la casa e la fucina. C’era solo la fucina che fungeva anche da abitazione. Un letto con un pagliericcio era posto in un angolo della stanza scavata nella collina e assieme ad un tavolo era tutto ciò che assomigliava ad un arredamento domestico. Sopra un piano da lavoro era poggiata la spada. Riconobbi subito il metallo della mia arma anche se la forma era totalmente cambiata. La lama era pressappoco ancora della stessa lunghezza ma ora aveva il doppio taglio. Più larga in punta, si inseriva in un’elsa di forma trapezoidale arrotondata che la divideva dall’impugnatura, rivestita con sottili strisce di cuoio chiaro. Il pomolo di bilanciamento aveva la forma di una testa di sciacallo, la rappresentazione di Seth.
-La superficie della lama è ancora imperfetta-, feci notare al fabbro dopo avere esaminato la spada da vicino.
-Mio giovane amico… anche se giovane non sei….-. Come faceva a saperlo? Era stato forse Anarray? –Il metallo che mi hai portato è un dono degli Dei e pertanto destinato a resistere a forze soprannaturali inimmaginabili. Credi forse che gli uomini possano plasmarlo tanto facilmente? Questo è il meglio che ho potuto fare e ti assicuro che la mia arte non ha eguali in tutto l’Egitto. Volevo incidere sulla lama i simboli del potere ma neppure quello mi è stato possibile.-
Provai la spada facendola volteggiare. Era davvero migliorata molto. Perfettamente equilibrata e maneggevole come nessuna arma che avessi mai provato. Cercai infine un ceppo di legno per saggiarne il taglio ma Setharma mi consigliò di uscire all’aperto. Il sole del mattino illuminava parecchi massi sparsi appena fuori della fucina.
-Provala su uno di quelli-, mi disse il fabbro indicando uno dei massi.
-Rovinerò irrimediabilmente il filo-, replicai dubbioso.
-Fallo. Resterai sorpreso.-
Senza molta convinzione mi avvicinai al masso e calai un fendente verticale su di esso. Lo tagliai in due quasi senza sforzo.
-E’ incredibile!- esclamai stupefatto.
-Un’arma speciale per un uomo con un destino speciale.-
-Che ne sai tu del mio destino?!- gli domandai irritato. Non so il perché non mi piacesse quell’uomo. Forse per la sua arroganza. Ad ogni modo lui non ci badava.
-So molto su di te, Khalàd. Il mio Dio, Seth, mi è apparso molte volte in sogno parlandomi di te. Ho alcune cose da dirti ma ci sarà tempo dopo che avremo mangiato qualcosa.
Il pasto fu semplice ma gustoso. Pane, carne arrosto, frutta e un prelibato vino rosso della terra di Caanan.
-Hai creato una spada formidabile-, mi complimentai con lui dopo esserci rifocillati. –Una spada per uccidere velocemente.- Mi vergogno ora a dirlo ma mi ero convinto che più era veloce la morte che elargivo con quella spada, meno la mia coscienza ne avrebbe risentito. Detestavo togliere la vita ma se proprio dovevo farlo non volevo che le mie vittime soffrissero. Che ipocrita ero.
-E’ una spada nata per distruggere-, precisò Setharma. –La testa di sciacallo che vi ho modellato non è un semplice pomolo. E’ uno strumento per collegare la spada alla potenza distruttrice di Seth. Quando ti servirà, se avrai fede in lui, il mio signore inonderà la spada con la sua forza.
-A quale scopo hai fatto ciò? Io volevo solo che riforgiassi la spada. Anarray non te lo ha comunicato quando te l’ha inviata?-
-Naturalmente. Ma questo è avvenuto prima che Seth mi parlasse di te e di quale importanza tu rivesta per il futuro dell’Egitto.-
-Di cosa stai parlando? Sono solo uno straniero, venuto in questo paese in cerca di….-
-In cerca di risposte-, mi interruppe il discepolo del Dio-sciacallo. –Io non posso dartele, Khalàd. Non tutte, almeno. Il mio Signore mi ha però mostrato quello che sarai chiamato a fare con questa spada.-
-Ovvero?-
-Salvare un’anima. L’anima di un ragazzo che sarà di fondamentale importanza per l’Egitto.-
-Come può un tale strumento di morte salvare l’anima di qualcuno?- commentai con un filo di tristezza. –Sai almeno quando dovrà accadere?-
-Tra molto, molto tempo. Tu avrai la pazienza di aspettare, vero?-
-Credo che ne avrò molta. Secoli di pazienza, temo.-

-Chi era il ragazzo da salvare?- domanda Cristina incuriosita.
-Tutto a suo tempo, cara. Accadde molto tempo dopo.-
-Quanto tempo dopo?-
-Seicento anni. Anno più, anno meno.-
-Sei rimasto in Egitto tutto quel tempo?!-

-Seth gli ha mostrato questo?!- disse Anarray sorpreso quando gli parlai del mio incontro con Setharma. Era quasi balzato dalla sedia.
-Sai di cosa stava parlando?- domandai servendo della birra in due coppe e offrendone una al Sommo Sacerdote di Thot.
-Riguarda il Papiro di Isis veggente. Isis, sorella e moglie di Osiris e madre di molti Dei, impersona anche il mistero. Il papiro di cui ti parlo è la trascrizione della profezia di un oracolo della Dea. Parla di un momento di crisi dell’Egitto in cui l’Unico tenterà di sostituire i Molti. Si pensa sia riferito alle divinità. Il testo continua dicendo che solo i Due che sono Uno rimarranno a combattere e tramite il loro protetto restituiranno all’Egitto l’ordine e l’armonia. E’ scritto che perché l’impresa abbia successo, il protetto deve salvare l’anima di un ragazzo il cui cuore è avvelenato dall’influenza dell’Unico. Questo giovinetto è di vitale importanza per il regno perché spianerà la strada all’avvento del Figlio della Luce.

-Non ci ho capito molto neppure io in quel momento-, ammetto. –Col senno di poi tutto mi fu chiaro e ancora oggi mi sorprendo di quanto fosse veritiera quella profezia.-
-Immagino tu fossi il protetto-, ipotizza Cristina.
-Si e il Figlio della Luce era Ramses II, il più grande faraone della storia d’Egitto.-
-E che significato aveva l’anima del ragazzo per quel re?-
-Ora capirai.-

Convenni con Anarray che la mia permanenza al tempio di Thot era ormai inutile e potevo partire per Tebe, l’allora capitale, per entrare nei ranghi degli scribi reali. Per rendere ancora più forte la mia posizione mi fu donato un medaglione d’oro raffigurante l’ibis, un grande onore per chi non era un sacerdote a tutti gli effetti. Giunsi a Tebe come un dignitario e fui accolto immediatamente tra gli scribi reali. Scelsi io di intraprendere quella strada. Se le risposte che cercavo erano nel mio destino e il mio destino era legato al trono della terra del Nilo, come scriba reale avrei potuto tenere meglio sotto controllo la situazione. Tebe era anche la sede del tempio di Amon e mi presentai per prima cosa al Sommo Sacerdote del Dio-ariete. Quando il religioso lesse la missiva di presentazione datami da Anarray, per poco non gli prese un colpo. Chiaramente non metteva in dubbio le mie credenziali ma si rivelò scettico sul fatto che potessi essere l’uomo della profezia. Non mi importava visto che neppure io ci credevo molto.
Iniziò in questo modo un lunghissimo periodo di pace interiore che mi vide, per quasi seicento anni, come uno spettatore delle vicissitudini del trono d’Egitto. Tutti sapevano della mia immortalità e ormai mi consideravano parte dell’arredamento stesso. Come Merenthot ho fatto da mentore a moltissimi futuri faraoni, alcuni dalla mente brillante, altri molto meno.

-Ti rendi conto, nonno, che potresti gettare luce sulle dinastie perdute? Quelle di cui non si sa nulla?-
-Meglio lasciarle perdute, Cristina. Se non ve ne è traccia è perché non fecero nulla di importante per essere ricordate, oppure recarono tali danni al paese che gli scribi, io per primo, fecero in modo che i loro sovrani fossero menzionati il meno possibile.

Scegliendo la via della conoscenza, decisi di nascondere la spada in una piccola nicchia nella mia stanza e di celarla con un pannello di terracotta. Quasi per gioco vi incisi sopra anche una bella maledizione, per tenere lontani i curiosi. Diceva pressappoco L’ira funesta di Seth si abbatterà su coloro che violeranno questo segreto. Naturalmente in seicento anni nessuno tentò di forzare la nicchia.
Come detto, vidi nascere, salire al trono e morire molti faraoni, ma fu all’alba della XVIII dinastia che notai dei segni inequivocabili che le gerarchie celesti erano in subbuglio. Il paese usciva da un periodo difficile passato sotto la dominazione degli Hyksos, un popolo mediorientale che dopo aspre battaglie aveva conquistato gran parte dell’Egitto, usurpando persino il trono dei faraoni. Furono i principi tebani, poi faraoni, Taa II e Kamose a dare inizio alla riconquista, terminata con il faraone Ahmosi, fondatore della nuova dinastia. Celebrante di Amon era diventato un uomo più giovane del solito e piuttosto ambizioso. Il suo nome era Amonek. Si dimostrò fin da subito un capace amministratore del tempio e una mente brillante in fatto di religione. Nonostante fosse un sacerdote, infatti, era dotato di quel senso pratico che era spesso mancato ai suoi predecessori, resi ciechi dai dogmi del loro ruolo. Diventammo presto buoni amici.
-Sta succedendo qualcosa, Merenthot-, mi disse un giorno mentre passeggiavamo per le vie del tempio di Amon, a Karnak. –Il principe Amenothep, che tu hai istruito come ora fai con suo figlio, sta per salire al trono con il nome di Amenifis IV.-
-Non vedo nulla di strano in tutto questo-, dissi non capendo i timori del mio amico.
-Ho avuto modo di parlare con lui a riguardo dei riti per la sua ascesa al trono. Mi ha detto che decidessi io come svolgerli, che a lui non interessava. Non si è mai sentita una cosa del genere.-
-Amenothep ha una mente brillante e sicuramente porterà molte innovazioni all’Egitto. Probabilmente vorrà semplificare i riti e le procedure per l’incoronazione.-
-No, amico mio. Lui è chiaramente ostile ad Amon. Lo leggo nei suoi occhi.-
-Esageri, Amonek. Dagli tempo e vedrai che non ne resterai deluso. La nuova coppia reale sa il fatto suo e tutti ne gioveremo.-

-Ti sbagliavi, vero? Amenofis IV fu il faraone della riforma religiosa.-
-Non me lo ricordare-, rispondo un po’ seccato.

Appena incoronato faraone, Amenofis e sua moglie, la bellissima Nefertiti, attuarono un piano che sicuramente avevano in mente già da molti anni. Dichiararono illegale la religione politeistica dell’Egitto e proclamarono Aton, il disco solare, come unico e solo Dio. Secoli di tradizione venivano rinnegati in un solo giorno e il nuovo re impose questo cambiamento anche con la forza, dove fu necessario.

-Un vero folle-, commenta Cristina scuotendo la testa.
-Un genio della politica-, ribatto io. –Amenofis aveva capito che da troppo tempo il faraone era in pugno ai sacerdoti di Amon, rendendolo debole nelle decisioni più importanti. Con la rivoluzione monoteistica sperava di togliere potere dalle mani dei religiosi di Karnak ed Heliopolis, la città sacra di Ra, per concentrarlo in quelle del faraone.-
-Il popolo egiziano era troppo religioso. Era destinato a fallire in partenza.-
-Ciò nonostante il suo regno durò quasi diciassette anni. Anni difficili, è vero, ma devo ammettere di buon governo. Io credo che la sua idea di fondo fosse buona. E’ stato il metodo ad essere sbagliato. Cambiò persino il suo nome in Akhenaton e quello del figlio, mio pupillo, in Tuthankaton.-
-Era il padre di…-
-Si. Proprio lui.-

Dal canto mio iniziai a pensare che il tempo della profezia si stesse per compiere. Notavo che neppure il figlio di Amenofis condivideva quella scelta. Si era convertito ad Aton, naturalmente, ma in cuor suo disapprovava suo padre e spesso lo trovavo a pulire una piccola statuetta d’oro raffigurante il Dio Amon.
-Temo che mio padre si sbagli, Merenthot-, mi confidò infatti un giorno in cui stavamo studiando nel giardino del palazzo. Aveva solo dieci anni. –Questa cosa di Aton… Non credo sia una buona cosa per l’Egitto.-
-Tuo padre sa quello che fa. Altrimenti non sarebbe il faraone-, risposi poco convinto. Poi ebbi un’illuminazione. Il ragazzo si era convertito ad Aton ma il suo cuore apparteneva ancora ad Amon. Era lui! L’anima da salvare era la sua!
Non ebbi molto tempo per pensare al come portare a termine quel compito perché nel giro di qualche mese scoppiò la rivolta che depose Amenofis. Era guidata dal mio vecchio amico Amonek che per anni si era tenuto nascosto e aveva organizzato con pazienza la caduta di Akhenaton e del suo falso Dio. Purtroppo ai suoi seguaci si erano uniti anche dei fanatici zeloti che durante l’assalto al palazzo compirono indicibili massacri…finché non li fermai.
Accadde di notte, la notte in cui morì Merenthot lo scriba e risorse Khalàd, il guerriero. Trascinandomi dietro Tuthankaton per metterlo in salvo, raggiunsi la nicchia nel muro e con un solo pugno spezzai il coccio che celava la spada.
-Dei dell’Egitto-, invocai sottovoce. –Se davvero sono il vostro prescelto, datemi la forza di compiere il mio destino.-
-Che cos’è quella, Merenthot?- mi chiese il ragazzino spaventato.
-E’ la mia spada, riforgiata da un discepolo di Seth e intrisa della sua potenza distruttrice-, gli spiegai. -Prima di essere uno scriba, ero un soldato.-
-Allora puoi salvare i miei genitori! Andiamo Merenthot! Ti prego!-
Mi inginocchiai per essere alla sua altezza e poterlo guardare negli occhi. Lo presi amorevolmente per le spalle. –Purtroppo per i tuoi genitori è troppo tardi, mio piccolo amico. In verità io sapevo già della rivolta.-
-Sei un traditore anche tu allora!-
-No, Tuthankaton. Non lo sono perché sono ancora fedele al faraone, anche se non è quello che è morto stanotte.-
-Che intendi dire?!-
-Sapevo della rivolta, è vero. Era destinata a deporre tuo padre e mettere te sul trono perché tu restauri la fede negli antichi Dei e scacci definitivamente Aton. Il popolo dell’Egitto si aspetta molto da te. Purtroppo la rivolta è sfuggita di mano a coloro che l’hanno organizzata e ora gruppi di assassini stanno cercando tutti i componenti della famiglia reale, te compreso.-
-Vogliono uccidermi…-, disse con voce tremante il ragazzo.
-Non accadrà. Ti proteggerò io da loro ma dobbiamo uscire dal palazzo il prima possibile e nasconderci nel tempio di Amon, dove sarai al sicuro.-
-Mi sono sempre fidato di te, Merenthot…-
-Khalàd. Il mio vero nome è Khalàd di Uruk.-
-Mi fiderò ancora di te, Khalàd-, asserì il giovane principe ricambiando il mio abbraccio.
Uscimmo nel vasto corridoio nel momento peggiore. Un centinaio di rivoltosi, tagliagole e ladri, stavano venendo verso di noi.
-Scriba!- chiamò il capo dei ladri che era un vero colosso. La sua spada era macchiata di sangue. –Dai a noi il ragazzo! Lo sacrificheremo ad Amon e agli altri Dei!-
-Ne Amon ne altri Dei chiedono sacrifici umani. Il ragazzo viene con me-, dissi loro ritrovando la mia antica freddezza.
-Allora morirai con lui! Non puoi nulla contro tutti noi!-
Avanzarono tutti insieme urlando e mi posi tra loro e il mio protetto. Impugnando stretta la spada, invocai il potere di Seth e menai un potente fendente orizzontale. La prima fila di aggressori cadde a terra con il ventre e le armi tagliate. Considerato il loro numero sarebbe stata una follia attenderli al varco. Dopo sei secoli liberai tutta la mia rabbia e mi feci possedere dalla forza distruttrice del Dio-sciacallo. Ero molto arrugginito ma, forte della nuova spada e della tecnica di Ettore, compii un vero massacro che fece inorridire persino Tuthankaton. Dopo alcuni minuti era rimasto in piedi solo il colosso che aveva guidato gli aggressori, terrorizzato nel vedere le mie ferite che si rimarginavano. Ero esausto e quell’avversario richiedeva ancora molto sforzo. Scelsi di sfruttare la mia ultima risorsa e invocai il potere del mio protettore, Amon-Ra.
-Amon-Ra, Signore della luce e della vita! Inondami della tua energia vitale! Per un’ultima volta!-
In risposta alla mia preghiera, un dolce calore mi permeò le membra e mi restituì tutto il mio vigore. Ancora una volta feci il primo passo e attaccai il mio avversario che, seppur fisicamente più forte, non poté fare nulla contro la terribile potenza degli Dei unita alla mia tecnica di combattimento. Mentre lo uccidevo decapitandolo, compresi finalmente ciò che mi disse Setharma, secoli prima, nel momento in cui lo salutai per tornare a Hermopolis. Un guerriero senza fede è un guerriero solo e viene presto sconfitto.
Pulii il sangue dalla spada su di una tenda e presi il piccolo principe per un braccio trascinandolo via, prima che quelle scene di morte divenissero per lui incubi.
Riuscimmo a raggiungere il locale tempio di Amon dove già Amonek ci attendeva.
-Sono felice di vedere che siete riusciti a fuggire da palazzo, Merenthot. Temevo che quei tagliagole vi avessero presi.-
Lo guardai con lo sguardo più feroce di cui ero capace. –Ne ho appena uccisi un centinaio di quei tagliagole. Quelli che si sono appropriati della tua rivolta, per intenderci.- Rimase allibito.
-So che le cose non sono andate come avevo immaginato ma l’importante è che il principe sia sano e salvo e che Amon e gli altri Dei possano presto tornare al posto che spetta loro di diritto.-
-Ripristina i tuoi Dei, Amonek. Riorganizza anche l’Egitto se vuoi ma il tuo primo dovere è salvaguardare il principe.-
-Naturalmente. Naturalmente. E’ stata mia premura trovare una persona di altissima fiducia da affiancare come tutore al principe.- Mi diceva velatamente di farmi da parte.
Un uomo sui trentacinque anni, calvo e vestito come un sacerdote, si fece avanti e si inchinò a me con reverenza. Aveva un volto affilato come il becco di un falco e due occhi da furetto che non mi piacquero per niente.
-Il mio nome è Ay e sono uno dei quattro Sacerdoti Maggiori che affiancano il Sommo Amonek nel suo compito. E’ un onore conoscere Merenthot, prediletto del Dio Thot e protetto del grande Amon-Ra.-
-Merenthot è morto nel momento in cui ho reimpugnato la spada. Il mio nome è Khalàd di Uruk.-
-Mi prenderò io cura del principe. La vostra fiducia non è mal riposta.-
-Lo spero bene per te, Ay. Non sono dell’umore di scherzare quindi proteggi il ragazzo come fosse tuo figlio, sia come principe che, in futuro, come faraone.-
-Lo farà… Khalàd. Mi fido di lui come di me stesso, ma tu…-
-Io partirò. Tornerò a Hermopolis per recuperare al tempio di Thot alcune mie proprietà, poi lascerò l’Egitto.-
-Per sempre?- mi domandò enigmaticamente Amonek, che non consideravo più l’amico di un tempo.
-Forse.-

-Che ne fu del ragazzo?- mi chiede Cristina anche se avrebbe già dovuto sapere la risposta.
-Gli fu cambiato il nome da Tuthankaton in Tuthankamon e, pochi mesi dopo la deposizione del padre, fu messo sul trono a soli undici anni, con Ay e Amonek come tutori.-
-Tornasti?-
-Tornai nove anni dopo, per uccidere entrambi. Ay era divenuto faraone dopo la misteriosa morte del mio pupillo-, rispondo duro. Quel fatto mi ha segnato profondamente.
-Per quale motivo lo facesti?-
-Avevo mantenuto dei contatti a corte ed ero venuto a sapere che Tuthankamon non era morto di malattia, come avevano detto i sacerdoti di Amon, ma era stato lentamente avvelenato proprio da Ay, a soli diciotto anni.-
-Ma è orribile!-
-Erano tempi in cui si uccideva per poco, credimi, e senza distinzioni di età, sesso o classe sociale. Mi consola solo il fatto che con la restaurazione della religione originale, vennero creati i presupposti per l’ascesa al trono della XIX dinastia del Nuovo regno, quella di Ramses.-
-Cosa puoi mostrarmi di quel tempo?-
-Questo-, le dico mostrandole l’oggetto che ho furtivamente preso dalla cassa dei reperti. E’ il medaglione d’oro raffigurante l’ibis del Dio Thot, il simbolo del mio rango di scriba reale.
Cristina prende con mani tremanti il monile e lo osserva da vicino.
-Come faccio a sapere che è autentico…- Si zittisce mentre le porgo il certificato di datazione eseguito dallo stesso laboratorio di fiducia della sua università.
-Altre domande?- le domando divertito gustandomi la sua espressione sorpresa.
-Lasciasti l’Egitto. Per andare dove?-
Ritorno serio rievocando la seguente tappa del mio viaggio nella Storia. -In un luogo dove ad essere riforgiato sarei stato io e non la mia spada.-

giovedì 8 maggio 2008

2 - LE MURA DI TROIA

Iniziò così la mia nuova vita di guardia di carovane. Il giorno prima della partenza, di buon mattino, ero tornato nel luogo dell’incidente e avevo recuperato il pezzo di metallo che non era andato distrutto dal fulmine assieme a Sunàt.

-O non si trattava di metallo oppure il fulmine era davvero potente per distruggere quel minerale-, mi fa notare Cristina.
-Ti assicuro che era metallo ma scoprii che fine aveva fatto l’altro pezzo solo molti secoli dopo-, affermo tentando di cambiare argomento. Non voglio rivelarle troppe cose insieme, per non distrarla dal corso della narrazione.

Avevo deciso di portarlo con me e cercare un fabbro abbastanza abile da fonderlo e farne una spada. Pensavo così di onorare la memoria del mio amico, realizzando l’ultimo desiderio che le sue labbra avevano proferito. Nella solitudine di quel luogo di dolore avevo anche cercato di capire cosa era successo a me. Non avevo parlato a nessuno delle mie ferite che si erano rimarginate. Poteva essere stata un’allucinazione e l’ultima cosa che mi serviva era di essere preso per pazzo. Assicuratomi che nessuno fosse nei paraggi, estrassi il mio coltello personale e mi ferii di proposito il palmo di una mano. Il sangue iniziò a sgorgare lentamente e quasi con sollievo cominciai a pensare di essere ancora un uomo normale. Dopo pochi istanti però, la carne prese a richiudersi e il sangue smise di uscire. Non era rimasta neppure una cicatrice. Caddi in ginocchio continuando a guardarmi la mano, oramai soltanto sporca di sangue. Che cosa mi era successo? Che fosse stato il fulmine a fare ciò? Oppure la forza celeste che lo aveva scagliato.

-Non pensasti mai che fosse grandioso essere invulnerabile? Per un soldato, intendo-, mi domanda mia nipote.
-Ci ho pensato molte volte negli anni a seguire e magari lo avrei trovato fantastico… se Sunàt non fosse morto proprio a causa di quel fulmine.-

Dunque non ero pazzo. Le mie ferite si rimarginavano per davvero. Avevo ricevuto un dono dal cielo anche se non me ne rendevo ancora conto e non ne comprendevo il significato. Ritornai in città con il pezzo di metallo scuro e lo riposi tra le poche cose che intendevo portare con me.
La vita del carovaniere è dura e quella degli uomini che lo proteggono lo è ancora di più. Non mi ci volle molto ad imparare il mestiere e soprattutto la regola principale del gioco: uccidi prima che ti uccidano o che si prendano il carico. Potevamo viaggiare tranquilli per giorni e poi venire assaltati più volte in poche ore. Un giorno dovemmo respingere ben tre assalti da gruppi di predoni del nord e noi eravamo appena in cinque a difendere la carovana. Grazie anche al mio addestramento, passati pochi mesi ero già considerato una guardia esperta e la prima volta che tornai a casa, dopo quasi un anno, potei lasciare a mio padre una parte sostanziosa del mio compenso. Come si sarà capito, il denaro come lo intendiamo oggi non era ancora stato inventato. Solo l’oro e le pietre preziose potevano fungere da moneta e in alternativa si utilizzavano le merci di prima necessità, come gli alimenti e i capi di vestiario. Venni anche a sapere che Assya si stava per sposare con il figlio di un amico di mio padre, un pastore che possedeva un gregge di considerevoli dimensioni. Con la carovana eravamo arrivati fino ai confini dell’Egitto e in un villaggio di frontiera, dove veniva allestito un piccolo mercato, acquistai per lei una spilla d’oro decorata con arcaici simboli di quella terra. Con l’occasione potei offrirgliela come dono di nozze, un dono che attirò l’attenzione e l’invidia di molte sue amiche. Non potei partecipare ai festeggiamenti perché dovevo ripartire ma le augurai ogni bene lo stesso.
Viaggiare con le carovane aveva anche un altro vantaggio. Seguendo il consiglio di una vecchia guardia, ormai sulla soglia della vecchiaia, approfittai dei nostri viaggi in paesi stranieri per imparare le lingue di quei posti. Ero molto portato per l’apprendimento e in pochi anni sapevo parlare abbastanza bene quasi tutti gli idiomi delle terre mediorientali.
Tornai a Uruk più o meno una volta l’anno. Stagione dopo stagione passarono gli anni quasi senza che me ne accorgessi. Non me ne accorgevo perché non invecchiavo. Il carovaniere che mi aveva assunto era morto e il figlio aveva ereditato il mestiere. Dopo trent’anni di quella vita avevo ancora l’aspetto di quando lasciai Uruk per la prima volta, alla soglia dei vent’anni.

-Ci mettesti così tanto ad accorgertene?- mi chiede Cristina perplessa.
-No, tesoro mio. Me ne accorsi molto prima e dovetti inventare una storia convincente per dare una spiegazione.-
-Ovvero?-
-A chi mi chiedeva come mai non invecchiassi raccontavo che gli Dei mi avevano benedetto con una vita che scorreva molto più lenta degli uomini normali e che quindi invecchiavo talmente piano che nessuno se ne accorgeva. Più avanti nei secoli dissi che un medico aveva riscontrato che il mio cuore batteva più lento e così via…-
-Se la bevevano?-
-Naturalmente. I popoli antichi erano molto superstiziosi e quando si tiravano in ballo gli Dei era dogma.-

Una vita lunga può avere certamente molti vantaggi ma mi accorsi, quando compii quarant’anni, che gli svantaggi possono essere davvero crudeli. Quell’anno morì mia madre a causa di una malattia e mio padre la seguì appena un paio di anni più tardi. Iniziai a capire ciò che mi aspettava, vedere le persone che amavo invecchiare e morire, mentre io continuavo a calcare la terra del mondo. Mi assaliva l’angoscia quando pensavo al momento in cui avrei dovuto dire addio ad Assya.
Con il tempo scoprii anche di non poter avere figli. Nonostante mi fossi unito a molte donne durante i miei viaggi, nessuna di loro mi riferì mai di avere concepito e questo fu un sollievo. Vedere morire un figlio è lo strazio più grande per un padre.

-Ma allora mio padre…- esclama Cristina confusa.
-Non preoccuparti. Quello stato delle cose cambiò quando la mia vita riprese a scorrere come quella di tutti gli esseri umani.- A questa risposta sembra rilassarsi.
-E la spada? Trovasti il fabbro che l’avrebbe fusa?-
-Lo trovai, anche se lui e i suoi figli ci misero tutti gli anni della mia carriera di guardia per realizzare qualcosa che assomigliasse ad una spada.-

Fu durante il secondo anno di viaggio con i carri che incontrai la persona che avrebbe potuto aiutarmi. Eravamo nell’entroterra della Mezzaluna Fertile, la terra dei fenici, e ci eravamo fermati nella città di Damashqa, quella che noi conosciamo oggi come la siriana Damasco. Mi era nota la fama degli artigiani metallurghi di quella terra e con l’occasione chiesi un paio di ore di permesso per visitare il mercato. Girovagando per il quartiere degli artigiani, tra i tanti maestri orafi trovai finalmente i fabbri armaioli. Uno in particolare attirò la mia attenzione. A differenza di quelle dei suoi colleghi, le armi che produceva erano essenziali, senza decorazioni o abbellimenti, ma solide e ben fatte. Provai alcune spade e ne apprezzai il perfetto bilanciamento e l’affilatura curata. Lui era l’uomo che cercavo. Era quasi il tramonto e avevo ancora un po’ di tempo. Attesi che chiudesse la sua bottega poi chiesi di parlargli in privato. La sua fucina era uno spazio angusto ma ben organizzato, attiguo alle stanze che fungevano da abitazione per la famiglia del fabbro che si chiamava Nesser. Due ragazzetti fecero capolino da una porta in fondo alla stanza, subito richiamati da una voce femminile.
Nesser era un uomo dalla corporatura imponente e dalle braccia grosse come tronchi, frutto degli anni di duro lavoro nella fucina. Aveva la testa rasata e l’unica peluria che gli cresceva sul volto era una corta barba nera come il carbone che gli nascondeva il mento e la linea delle labbra. Quando gli mostrai il pezzo di metallo scuro la sua espressione cambiò in sorpresa.
-Dove lo hai preso questo, signore?-
-L’ho trovato. Un amico, figlio di un fabbro come te, mi ha assicurato che è metallo e forse si tratta di ferro.-
-Forse, ma non del tipo che ho visto io. Questo è più scuro e senza le striature rossastre del minerale del ferro. Perché lo hai portato da me?-
-Voglio che provi a fonderlo e ne faccia una buona spada, di quelle che sai fare tu. Ti pagherò una parte in anticipo e il resto alla consegna del lavoro.-

-Riuscì a fonderlo?-
-Ci riuscirono i suoi figli, quasi cinquant’anni dopo. La spada che forgiarono era esteticamente imperfetta anche se ben equilibrata ed affilata.

-Mi dispiace, signore-, mi disse il figlio maggiore del fabbro quando per l’ennesima volta passai a Damashqa per vedere come procedeva il lavoro. –Questo è il meglio che siamo riusciti ad ottenere. Siamo finalmente stati capaci di fondere il vostro metallo ma il martello sembrava non fargli niente, neppure quando la barra era incandescente. Con tanta pazienza e duro lavoro, io e mio fratello siamo riusciti a dare alla lama una forma approssimativa, poi ci siamo concentrati sulla maneggevolezza, l’equilibratura e l’affilatura.-
Presi in mano la spada che il fabbro mi porgeva e la soppesai in mano. La feci volteggiare e ne ammirai la maneggevolezza. La lama era dritta, lunga poco meno del mio braccio e affilata solo da un lato. La superficie era irregolare e piena di sfaccettature ma pareva robusta.-
-L’avete provata?- domandai.
-Non ancora. Abbiamo appena terminato di affilarla. Se la volete provare calatela su questo ceppo di legno-, mi disse il fabbro indicandomi la sezione di un tronco d’albero poco lontano dai miei piedi.
Menai un fendente verticale proprio al centro del ceppo e incredibilmente lo tagliai a metà come fosse fatto di burro. Persino il fabbro rimase stupefatto.
-Un eccellente lavoro-, mi complimentai soddisfatto. Sunàt aveva avuto ragione. Anche se non bella a vedere, la spada era davvero un’arma straordinaria. –Forse un giorno le tecniche di metallurgia progrediranno e allora sarà possibile migliorarla-, aggiunsi consegnandogli il resto del compenso pattuito con il padre quasi cinquant’anni prima, più un lauto extra.
-Voi mi lusingate, signore-, rispose l’uomo accettando il pagamento. Assomigliava molto a suo padre mentre io avevo lo stesso aspetto di quando ero entrato per la prima volta in quella fucina.

-Hai parlato di Troia, nonno-, mi fa notare Cristina. –Quella guerra viene collocata tra il XIII e il XII secolo a.c. Che hai fatto nel frattempo, diciamo per circa mille anni?-
-Viaggiai molto. Continuavo a fare la guardia di carovane ma mi spinsi anche per mare con i fenici e visitai molti luoghi, persino nell’Europa occidentale. Per quanto riguarda Troia, o Ilio come si chiamava in realtà quella città, la datazione della guerra è sbagliata di parecchio. Avvenne circa settecento anni prima di quel che si crede.-
-Non è possibile! Come puoi confutare centinaia di datazioni di reperti, di documenti e…-, si infervora ad ogni secondo che passa per poi riprendere il controllo. –Come puoi?-
-Io c’ero. Dei fatti di quel periodo sono giunte fino ad oggi testimonianze confuse e spesso analizzate in modo superficiale. Non si è minimamente seguita la “via del ferro”.-
-Che intendi dire?-
-La guerra di Troia fu combattuta con armi di bronzo. Quando finì la tarda Età del Bronzo?-
-Verso la fine del II millennio a.c.-, risponde Cristina cercando di seguire il mio ragionamento.
-Anche questa datazione è sbagliata. Finì molto prima e questo perché alla metà del II millennio, grazie proprio ai navigatori del mediterraneo, il ferro e le sue tecniche di fusione erano già note in gran parte dell’Europa e del nord Africa.-
-Ma la discrepanza di cui parli è enorme! Come minimo settecento anni!-
-La Storia è come la mia vita passata, cara. Scorre molto più lenta di quel che si crede.-

Mi ero fatto un nome come guardia e c’erano molti mercanti disposti ad assumermi e a pagarmi molto bene. Tuttavia, dopo oltre sessant’anni di quella vita, e dopo che gran parte dei miei familiari erano morti, decisi di prendermi una pausa. Avevo guadagnato abbastanza oro da poter vivere bene per molto tempo e con la nuova spada mi imbarcai su una nave mercantile fenicia. Quando il capitano conobbe le mie credenziali accettò di imbarcarmi gratuitamente a patto che difendessi le merci durante le operazioni di carico e scarico, il momento più favorevole per gli attacchi dei briganti. Ebbi così modo di visitare quasi tutti i paesi che si affacciavano sul mediterraneo e altri ancora che raggiungemmo per via fluviale. Ci spingemmo persino al di fuori del mediterraneo e toccammo le coste della Galizia, dove incontrai i primi celti appena giunti dalle rive del Danubio orientale. Considerai quei viaggi come una vacanza ma non mi sentivo ancora pronto a radicarmi in un posto diverso dalla Mesopotamia. Tornai a fare la guardia di carovane ma stavolta in famiglia. I figli e i nipoti di mio fratello maggiore avevano continuato l’attività di mercanti e, una volta chiarita la solita questione del fatto che non invecchiavo di un giorno, furono ben lieti di ingaggiarmi. Per la verità, essendo di famiglia, ero praticamente il capo aggiunto del convoglio e se loro dovevano assentarsi per qualche motivo, ero io a dare gli ordini. Un’altra cosa mi allietava. Un figlio di Assya aveva rilevato l’attività di vasaio di mio padre da uno dei miei altri fratelli e l’aveva fatta rifiorire e prosperare come non mai. Ero molto felice per loro e quando tornavo a Uruk il dispiacere di non avere una mia progenie si faceva sentire.
Feci da balia ai miei nipoti e pronipoti per quasi quattrocento anni finché in me iniziò a destarsi un senso di inquietudine. Sentivo che qualcosa mi chiamava, mi incitava a mettermi in cammino. Fu così che all’alba del II millennio a.c. mi trovai in viaggio verso Ilio, o Troia. Si diceva che quella città dalle immense mura stesse diventando il cuore pulsante dell’Asia Minore, dove si concentravano abilità, ricchezze e soprattutto forza. L’esercito troiano non aveva eguali su quelle rive del mare e colui che lo comandava, Ettore, figlio del re Priamo, era ritenuto il guerriero più forte del mondo… fatta eccezione per Achille, principe di Ftia, patria dei mirmidoni.

-Conoscesti gli eroi cantati da Omero?- mi chiede mia nipote in estasi.
-Li ho conosciuti-, rispondo, -ma non come eroi o semidei. Solo come uomini.-

Giunsi a Troia alla metà del XIX secolo a.c., circa tre anni prima dello scoppio della guerra con gli achei, il gruppo etnico che dominava la Grecia delle nascenti città-stato. Era buffo come nella città più fortificata e armata del mondo, sperassi di condurre una nuova vita, lontana dalle armi. Il destino è davvero beffardo perché l’unico lavoro che tutti erano pronti a offrirmi era quello del fabbro armaiolo. Con i miei valori avrei potuto avviare un’attività mia ma chissà perché l’idea non mi esaltava. Trovai impiego e alloggio presso un tessitore che, neanche a dirlo, tesseva e cuciva tuniche da soldato. La paga era buona e l’idea di un nuovo mestiere mi piaceva.
Le leggende dicevano che le mura di Troia erano state erette dagli Dei su richiesta del re Laomedonte, il padre di Priamo, e che nessuno sarebbe mai riuscito a varcarle in armi. All’interno della grande città fortezza il dinamismo della gente si poteva tagliare con la spada, tanto era intenso il fervore con cui si gestivano commerci e si lavoravano le merci nelle botteghe artigiane. Il nome di Troia era però supportato dal suo potentissimo esercito, guidato dal principe Ettore.
Un giorno, mentre il mastro tessitore non c’era, entrò nella bottega una giovane donna molto attraente. Si vedeva chiaramente che non era una serva ma nel suo portamento c’era qualcosa di più, qualcosa di… regale.
-In cosa posso servirla, signora?- domandai con cortesia avvicinandomi alla sconosciuta.
-Nulla di particolare. Sono entrata a curiosare. Mi dicono che qui producete dei tessuti di ottima qualità e volevo appurarlo di persona-, rispose lei voltandosi verso di me, facendo oscillare la sua cascata di riccioli neri luccicanti d’olio profumato.
-Io sono solo l’aiutante. Il mastro tessitore sarà qui a breve. Se nell’attesa posso offrirle…-
-La signora viene con noi-, disse una voce proveniente dalla porta della bottega. –Ci deve fare compagnia mentre beviamo… e magari anche dopo.- Erano un paio di giovinastri mezzi ubriachi che evidentemente avevano seguito la donna fin nella bottega.-
-Non credo proprio-, dissi io minaccioso. –Finché la signora rimane entro queste mura è sotto la mia protezione.-
-La protezione di un fabbricante di stracci!- strombazzò uno dei due, il più grosso e trasandato.
-Andatevene prima che faccia intervenire le guardie-, li minacciai ulteriormente, piazzandomi tra loro e la donna.
Le mie parole sembrarono un affronto per i due che divennero più seri e mi si fecero incontro. Entrambi avevano già estratto delle corte spade di bronzo. Peccato per loro che io tenessi sempre la mia brutta ma efficace spada a portata di mano. L’afferrai dal suo nascondiglio e con un solo fendente orizzontale tagliai di netto le loro armi. Gli misi una tale paura addosso che scapparono a gambe levate, sicuramente più sobri di quando erano entrati. Con un elegante movimento del braccio rimisi la spada al suo posto e mi voltai verso la sconosciuta. Mi stava fissando con sguardo indagatore. Evidentemente non si era affatto spaventata dall’accaduto.
-Siete un soldato, non è vero?- mi chiese.
-Lo sono stato, signora. E per molti anni ho lavorato come guardia carovaniera.-
-Per molti anni?! Sembrate persino più giovane di me e…-
-Le apparenze ingannano, signora-, risposi sorridendole.
-Mi fido. Vi ringrazio di avermi difeso. Farò in modo che mio marito vi ricompensi a dovere.-
-Non è necessario, signora. Ho fatto solo ciò che ci si aspetta da un aiutante di bottega.-
Mi sorrise in modo ironico, segno che secondo lei ero tutto fuorché un garzone. La guardai uscire con disinvoltura e, dopo un attimo di trance dovuta alla misteriosa bellezza della donna, tornai alle mie faccende.
Passò un mese prima che la rivedessi, in occasione dei giochi di Troia, una serie di gare sportive che mettevano in premio manufatti di raro pregio. Vagavo per i campi di gara assieme a mille altre persone quando una voce femminile mi chiamò.
-Aiutante del tessitore!- Mi voltai e vidi la donna misteriosa al fianco di un uomo prestante, dai capelli ricci e neri e un accenno di barba sul viso. Entrambi erano vestiti con tuniche di rara bellezza, ricamate a fili d’argento e d’oro. –Gli Dei ci fanno reincontrare perché io possa saldare il mio debito.-
-Sono io che lo devo ringraziare, Andromaca-, parlò l’uomo avvicinandosi e tendendomi il braccio. Poi, di fronte alla mia esitazione si mise quasi a ridere. –Immagino che non siate originario di Troia, altrimenti mi conoscereste.-
-Mi chiamo Khalàd, e provengo dalla Sum.. dalla bassa Mesopotamia.-
-Ti sono debitore per aver protetto mia moglie, Khalàd. Io sono Ettore, principe di Troia, e questa è mia moglie Andromaca.- Sorpreso, mi inchinai come era usanza davanti ad un nobile signore ma lui mi fermò afferrandomi per le spalle. -Non t’inchinare, Khalàd. Siamo entrambi uomini.-
-Tra poco inizieranno i combattimenti a coppie, Ettore-, intervenne Andromaca. –Perché non partecipate assieme? Khalàd è stato una guardia carovaniera e sa certamente battersi molto bene.-
-E’ un’ottima idea, sempre che tu sia d’accordo, Khalàd-, rispose Ettore.
-Ne sarò onorato, principe. Solo non conosco le regole.-
-Sono semplici-, iniziò il troiano avviandosi verso un recinto attorno al quale già si erano radunate molte persone. –Ci battiamo a coppie con spade di legno duro e senza scudi o altre protezioni. La coppia che abbatte tutte le altre vince.-
In verità non avevo molta voglia di gareggiare ma preferii non contraddire un principe che si stava dimostrando così gentile nei miei confronti.
-Chi sono gli avversari più forti?- chiese Andromaca osservando le altre coppie che già entravano nel perimetro di gara. Conoscendola meglio non era molto dissimile dal marito. Internamente era una guerriera che apprezzava la forza.
-Enea, naturalmente. Gareggerà con Camone e sono entrambi combattenti temibili.-
-Potrei farti fare una pessima figura contro avversari simili e davanti al tuo popolo per giunta-, dissi per tentare di evitare quella prova.
-Non preoccuparti. E’ solo un gioco-, minimizzò il principe Troiano porgendomi una corta spada di legno. –Sei pronto?-
-Pronto. Spalla a spalla contro un lato del recinto. Non facciamoci prendere alle spalle-, dissi senza quasi rendermene conto, poi capii la mia impertinenza. –Scusami, principe. Non volevo…-
-Ottima strategia-, tagliò corto Ettore con un sorriso soddisfatto. –Da campo di battaglia. Avanti!-

-Vinceste?- mi domanda Cristina completamente conquistata dal mio racconto.
-Naturalmente, anche se l’ultimo scontro fu davvero duro. Enea era un combattente formidabile, sicuramente non inferiore a Ettore. Solo la mia maggiore esperienza militare ha rotto l’equilibrio dello scontro.-
-Quale fu il premio?-
-Un arco con una faretra piena di frecce e una lancia. Ettore me le offrì entrambe come ringraziamento per aver protetto Andromaca e mi invitò ai festeggiamenti a palazzo della sera.-

Lavorando per un tessitore non fu difficile trovare una tunica adeguata da mettermi. Nulla di esagerato, niente ricami dorati o altri abbellimenti, tuttavia non sfigurai nella mia candida semplicità. I principi e i nobili troiani, sapendo che ero amico di Ettore, mi trattarono come loro pari, intrattenendomi nei modi più svariati. Alcune fanciulle arrivarono persino ad offrirsi velatamente a me. Anche il re Priamo e la regina Ecuba mi vollero conoscere. Consideravano Andromaca al pari di una figlia e io l’avevo salvaguardata. Ciò nonostante, notando il fisico perfetto della donna, l’eleganza con cui si muoveva e la giusta dose di forza che metteva in ogni movimento, mi ero convinto che se avesse avuto una spada in mano avrebbe sistemato quegli aggressori da sola, senza nessuno sforzo. Tra gli ultimi conobbi Paride, il fratello donnaiolo di Ettore. Omero si riferirà a lui chiamandolo “bello come un Dio ma timoroso come una pecora”. La descrizione non poteva essere più veritiera. Sembrava una statua di marmo tanto era perfetto il suo corpo e i lineamenti del suo volto. A differenza di Ettore, del cugino Enea e di altri suoi fratelli, nessuna cicatrice gli segnava la pelle.
-Ha un destino da compiere impostogli dagli Dei-, disse una voce di donna alle mie spalle mentre guardavo il giovane principe troiano allontanarsi per andare ad intrattenere delle fanciulle.
-Cosa dite, mia signora?- chiesi voltandomi. Mi trovai di fronte una ragazza molto giovane, forse di sedici anni, con lunghi e mossi capelli neri, occhi scuri come la notte e la pelle candida come la veste che indossava. Ne oro ne argento decoravano il tessuto che avviluppava quel corpo flessuoso e delicato. Non possedeva il fascino misterioso di Andromaca ma una bellezza infantile che mi fece innamorare all’istante.
-Paride segue un destino tutto suo, tracciato per lui dagli Dei-, spiegò la giovinetta avvicinandosi.
-Tu lo conosci meglio di me che sono straniero. Il mio nome è…-
-Khalàd. A questa festa non si parla che di te ed ero curiosa di incontrarti. Di solito non partecipo a questi eventi ma il tuo nome risuonava nella mia testa come il rombo di un tuono.-
-Tu mi onori-, risposi con il cuore che mi batteva a mille. –Posso conoscere anche io il tuo nome, mia signora?-
-Sono Cassandra, figlia di Priamo, la folle veggente a cui nessuno crede ma che tutti evitano per timore che riveli cose spiacevoli.-
-Io non fuggo di fronte alla tua bellezza e non temo le tue predizioni-, risposi calmo offrendole una coppa di vino che feci riempire da un coppiere appositamente per lei. Sembrò sorpresa e spiazzata da quelle parole e mi fissò intensamente negli occhi per alcuni istanti.
-E’ vero. Tu non temi il destino o la morte. Non riesco a leggere in te come negli altri. Tu non temi nulla… o forse si?-
-Temo la vita-, dissi con amarezza. –Una vita triste e sola fatta di vagabondaggi e di violenza.-
-In questo caso non siamo dissimili, Khalàd-, mi rispose. Con il primo sorriso che le vidi fare da quando avevamo iniziato a parlare, si congedò da me e se ne andò.

-Era davvero Cassandra, la benedetta dal Dio Apollo con il dono della preveggenza?- mi chiede Cristina perplessa.
-Il suo potere era tutto fuorché una benedizione-, rispondo tristemente ripensando a lei.
-E te ne eri innamorato?-
-Follemente.-

-Sei il primo a non temere Cassandra-, disse Ettore venendomi incontro. –Sei davvero la persona giusta per ciò che ti devo proporre.-
-E sarebbe?-
-Appartiamoci sulla terrazza. L’aria è fresca e porterà via i vapori del vino, amico mio.-
Appoggiati al parapetto di una delle grandi terrazze del palazzo, Ettore mi rivelò i suoi piani futuri, ciò che inconsapevolmente avrebbe dato origine ad una delle più grandi guerre del mondo antico.
-Io partirò presto, Khalàd. Assieme a mio fratello Paride e a una delegazione di mio padre mi metterò in viaggio per far visita ai re greci, per rinsaldare con loro patti ed alleanze.-
-Perché mi dici questo, Ettore?-
-Perché voglio che tu diventi la guardia personale di mia moglie e… di mio figlio-, disse l’uomo con il viso che si allargava per il compiacimento.
-Tuo figlio?-
-Andromaca me lo ha rivelato questo pomeriggio. Purtroppo non sarò qui per vederlo nascere perché la mia missione mi terrà lontano parecchi mesi. Ti chiedo di trasferirti a palazzo e di vegliare su di loro.-
-Perché ti fidi tanto di me? Mi conosci appena-, gli feci notare.
-Ho molti bravi soldati nel mio esercito a cui potrei affidare questo compito, è vero. Ma proprio perché li conosco so che non sarebbero adatti. Senza che ti fosse chiesto tu ti sei parato a difesa di una sconosciuta solo perché era giusto farlo e non hai chiesto nulla in cambio, cosa che chiunque altro avrebbe fatto conoscendo il mio rango. Ora io ti domando, Khalàd. Veglierai sulla mia famiglia?-
Feci finta di rifletterci per qualche istante poi teatralmente sospirai e annuii.

-Per quale motivo esitasti? Volevi tenerti lontano dalla vita del soldato come ti eri prefissato?-
-Avrei avuto mille altri momenti per tirarmi fuori da quel gioco, Cristina, ma quella volta ero deciso ad accettare senza indugi, anche se non volevo far trasparire il mio entusiasmo.-
-Per quale motivo?-
-Per stare più vicino a Cassandra.-

-Sono un po’ arrugginito-, ripresi. –So che al mattino ti alleni sul campo di addestramento. Mi permetteresti di partecipare?-
-Sei il benvenuto. E poi sono curioso di vedere all’opera quella strana spada di cui mia moglie mi ha parlato.-
Fu così che scoprii un’altra mia capacità. Il mattino seguente mi ritrovai con Ettore sul campo di addestramento. Eravamo a torso nudo, avvolti dalla vita in giù solo con dei drappi di lino. Entrambi sfoggiavamo le nostre cicatrici. Lui quelle della battaglia, io quella del fulmine. Iniziammo a batterci con le armi da addestramento dando sfoggio ognuno della propria tecnica. Fu subito chiaro che la mia era piuttosto antiquata e spesso inefficace. Lo stile di Ettore era più essenziale ma la perfezione dei suoi movimenti e l’efficacia delle sue tecniche mi mettevano sempre in difficoltà. L’essenza del più grande guerriero dell’Asia Minore non era il talento ma la perfezione. Tuttavia, man mano che il tempo passava, mi accorsi che stavo acquisendo familiarità con quel nuovo modo di combattere e che facevo rapidamente mio lo stile di movimento dell’avversario. Dopo un’ora di quell’esercizio ero in grado di battermi alla pari con il principe troiano. Anche lui lo notò.
-E’ strabiliante! Dopo i primi assalti della mia lancia stavo pensando di essermi sbagliato sul tuo conto, invece, in così breve tempo, hai imparato alla perfezione il mio stile di combattimento!-
-Apprendo in fretta se ho un buon maestro-, mi limitai a rispondere asciugandomi il sudore con un braccio. –Passiamo alla spada?-
In ancora meno tempo acquisii anche l’abilità di Ettore nel maneggiare la spada. A onor del vero dovevo dirozzarmi un po’ in alcuni movimenti. Nel complesso però, potevo considerarmi forte come il principe di Troia e il suo amico e cugino Enea. La dimostrazione del potere della mia brutta spada lo lasciò a bocca aperta e mi confermò che in tutta l’Asia Minore e l’Egeo non si era mai vista un’arma simile. Quando gli spiegai il motivo dell’aspetto tanto sgraziato della mia arma si fece pensieroso.
-A Troia sicuramente non troverai nessuno in grado di riforgiare un simile metallo. Tuttavia ho sentito dire che i metallurghi dell’Egitto, dove gli uomini si dipingono gli occhi e venerano Dei dalla testa di animale, hanno raggiunto livelli di conoscenza di quest’arte che non ha eguali in tutto il mondo.-
-Un giorno, forse, visiterò quel paese-, dissi sinceramente grato per quell’informazione. Ero già stato in Egitto durante i miei viaggi ma non mi ci ero mai inoltrato e non conoscevo molto quel popolo. –Tengo molto a questa spada e desidero vederla un giorno completata.-
Fu così che divenni la guardia personale di Andromaca e mi trasferii nel palazzo reale di Troia. Alloggiavo in una piccola stanza attigua a quella della mia protetta e fin dal primo giorno mi premurai di conoscere le abitudini e i movimenti della moglie di Ettore. Il figlio maggiore di Priamo era partito per la Grecia assieme al fratello Paride su di una nave carica di doni per i re achei. Il mio amico mi aveva parlato di quella missione e del suo vero scopo. Si trattava solo di una manovra di imbonimento, un modo per tenere i pensieri dei re greci, di Agamennone in particolare, lontani da Troia. Non era la città o le sue ricchezze ad ingolosire il re di Micene ma il controllo che essa aveva sull’Ellesponto, il canale per il Mar Nero che era la chiave per il controllo dell’Asia Minore. Ettore però avrebbe fatto visita per primo al re di Itaca, Ulisse chiamato Odisseo. Il principe Troiano sapeva di poter contare su di lui in molti modi. Neppure il re della piccola isola voleva una guerra con Troia perché sarebbe stata un disastro per entrambe le parti. Ultimo a essere visitato sarebbe stato Menelao di Sparta, fratello di Agamennone e marito di Elena, la donna considerata la più bella del mondo.

-La donna che causò la guerra-, commenta Cristina. Scuoto la testa.
-Il rapimento di Elena da parte di Paride fu solo il pretesto. In verità, quando Ettore fece visita ad Agamennone, era già troppo tardi. Il re di Micene, che si era assicurato con le buone e le cattive l’alleanza di tutti i re-eroi dei greci, stava già organizzando un pretesto per muovere guerra a Troia.-

Vivere a palazzo aveva i suoi vantaggi. Quando sapevo Andromaca al sicuro nelle sue stanze o in qualche luogo dove non corresse pericoli mi dedicavo al mio passatempo preferito, la ricerca di Cassandra. In verità non c’era nessuno da cui difendere la moglie di Ettore e credo che mi avesse messo al suo fianco per proteggerla da se stessa, dalla sua irruenza e avventatezza.
Incontravo spesso Cassandra sola nei giardini, intenta a suonare la cetra o a ricamare. Quando entravo nel giardino vedevo il suo viso illuminarsi. Anche per lei la solitudine era un peso enorme. Il giorno in cui le rivelai la mia vera età non fece una piega e mi disse solo che avevo un destino tutto mio da percorrere. Lo vedeva chiaramente anche se non riusciva a decifrarlo. Vedeva anche che tentavo di rifiutarlo e questo, mi spiegò, era inutile. Il nostro rapporto divenne sempre più intimo finché una sera, dopo aver messo a letto i miei protetti, la trovai in piedi accanto alla porta della mia stanza. Il candore della sua veste la rendeva un figura quasi luminosa nell’oscurità e, in quel momento, neppure la famosa Elena sarebbe stata più bella. Mi tese la mano e mi trascinò dentro. Richiusa la porta mi aiutò a liberarmi delle armi e delle vesti e lo stesso feci con lei. Passammo una notte d’amore intensa come non mai e non ebbi più alcun dubbio sul fatto che l’amavo alla follia.

-Non occorre scendere nei dettagli, nonno.-
-Non è necessario. Quello che successe quella notte, e molte altre in seguito, sono un dolce ricordo che porto nel mio cuore.-

Rammento ancora l’ira di Ettore quando la sua nave si arenò sulla spiaggia-porto di Troia, un anno dopo la sua partenza. Solo la vista del suo figlio primogenito poté placarlo un poco. Non degnò di uno sguardo ne suo fratello ne la donna che esso stava aiutando a scendere dalla nave, Elena di Sparta.
-Che è successo, marito mio?- domandò Andromaca dopo che Ettore ebbe ammirato suo figlio Astianatte.
Il principe troiano riconsegnò il bimbo all’abbraccio materno e il suo viso tornò scuro. Guardò prima Enea e poi me che avevamo accompagnato sua moglie alla spiaggia.
-Preparatevi alla guerra, amici miei-, disse soltanto.

-Tu allora l’hai combattuta?- mi domanda mia nipote entusiasta.
-L’ho vissuta. E’ differente. Non ero arruolato nell’esercito ma tra le guardie di palazzo. E comunque la vicenda della guerra di Troia non è fatta di cronache di battaglie e assalti ma di episodi. Alcuni noti, altri meno.

Poche settimane dopo il ritorno di Ettore e Paride, giunse una delegazione greca da Sparta. Menelao in persona era venuto a Troia per riavere indietro sua moglie e con lui era venuto Ulisse, re di Itaca. Priamo sapeva che trattenere Elena a Troia era un pericolo enorme, tuttavia amava troppo Paride per screditarlo di fronte a tutta la corte. Il piano dei greci era che fosse Ulisse a parlare. Notai subito l’impercettibile segno di assenso che lui ed Ettore si scambiarono prima che il re isolano iniziasse il suo discorso. Le parole del sovrano risuonarono forti nella grande sala del trono e in breve tempo catturarono l’attenzione di tutti. Pareva dai volti dei principi e dei dignitari che in breve avrebbero acconsentito a rendere Elena a suo marito. All’improvviso, Menelao si fece avanti e interruppe il compagno.
-Ridatemi mia moglie, ladri di donne!- urlò incollerito. –Ridatemi mia moglie e quella pecora che l’ha rapita! Fatelo o l’intera Grecia si leverà contro di voi!-
In definitiva fu una vera e propria dichiarazione di guerra, con buona pace di Ulisse ed Ettore che avevano tentato fino all’ultimo di scongiurarla. Non so dire se quell’insulto rivolto da Menelao ai troiani fosse programmato per far scatenare la guerra. So solo che sortì esattamente quell’effetto.

-Durò davvero dieci anni?-
-Meno di due-, rispondo sereno. –La forza di Troia erano le sue altre e indistruttibili mura. Solo un idiota avrebbe scagliato migliaia di uomini per dieci anni contro quella muraglia. Neppure l’assedio era plausibile perché le vie a est erano libere e protette e la città continuava a ricevere regolarmente i suoi rifornimenti. Senza contare che Ulisse poteva dirsi tardo di mente se ci avesse messo dieci anni a ideare l’inganno del cavallo di legno.-

Migliaia di uomini imbarcati su centinaia di navi calarono su Troia poco tempo dopo, per la più grande guerra di quell’epoca. I re greci, guidati da Agamennone, diedero assalto alla città e la guerra ebbe inizio. Naturalmente, ogni loro attacco fu respinto. Un po’ per le mura, un po’ per l’abilità di Ettore, si creò presto una posizione di stallo favorevole ai troiani. Fu durante quella fase che una notte Ettore venne a svegliarmi.
-Vieni con me, Khalàd. Devo mostrarti qualcosa.- Enea ci stava già aspettando fuori del palazzo. Indossavamo tutti e tre dei manti neri per confonderci nella notte. Il principe Troiano ci condusse ad un passaggio segreto che passava sotto il muro meridionale della città.
-Ascoltate bene entrambi. Se per un qualsiasi motivo la città dovesse cadere, portate quanta più gente possibile fuori di qui. Se i greci entrano a Troia faranno un massacro, non la saccheggeranno soltanto.-
-Troia non cadrà, amico mio-, sentenziò sicuro Enea.
–Ce ne sono troppi la fuori per non prendere in considerazione una disfatta, seppur remota. Il numero è l’unica forza di Agamennone.-
-E Achille di Ftia, il capo dei mirmidoni. Lo considera la sua arma più potente-, aggiunsi.
Ettore sputò per terra in segno di disprezzo. –Agamennone crede che sia Achille la sua arma più letale. Ad ogni modo, Khalàd, il tuo compito non viene meno. Prendi la mia famiglia e portala in salvo. Salva chi altro vuoi ma porta via di qui Andromaca e Astianatte.-
-Lo farò, amico mio. Stanne certo-, risposi. Ovviamente includevo anche Cassandra tra le prime persone da salvare.
-Ora andiamo. Dobbiamo incontrare una persona e non abbiamo molto tempo.-
Ci avventurammo a piedi nell’oscurità per un sentiero poco battuto e appena visibile. Raggiungemmo un boschetto riparato alla vista della città e vi entrammo. Sembrava che all’interno vi fossero degli uomini e per precauzione misi mano alla spada. Ettore mi fermò.
-Rilassati, Khalàd. Sebbene sia incredibile in una situazione come questa, sono amici.-
All’interno del boschetto, in una piccola radura, era stato acceso un minuscolo fuoco, appena sufficiente per illuminare i nostri volti e quelli di coloro che ci aspettarono. Un uomo anziano ma prestante, dalla barba e i capelli completamente bianchi, stava ravvivando le fiamme con un bastoncino. In piedi accanto a lui stava un secondo uomo, più giovane, dal viso severo incorniciato da capelli e barba completamente neri. Entrambi erano ammantati di nero come noi. Ad Enea, che evidentemente li conosceva, venne un colpo.
-Voi?!- esclamò indietreggiando. –Che sorta di tradimento è questo, Ettore?-
-Nessun tradimento, cugino. Ora lascia che saluti i nostri amici-, rispose il principe troiano inchinandosi prima all’uomo più anziano che si era alzato in piedi. –Salute a te, Nestore, re di Pilo. La tua saggezza sarà una grande ricchezza stanotte.-
-Anche per me è un piacere rivederti, Ettore, sebbene in tali tristi circostanze-, rispose il re stringendo il braccio che il troiano gli porgeva.

-L’altro chi era?-
-Non lo immagini?- domando divertito a mia nipote.

-Salute anche a te, Ulisse, re di Itaca…-
-Bando alle adulazioni, Ettore. Ti trovo bene. E anche tu, Enea. Il vostro compagno non credo di conoscerlo-, esclamò il più astuto tra i greci puntando i suoi occhi indagatori su di me.
-Mi chiamo Khalàd, mio signore. Vengo dalla Mesopotamia e sono guardia e amico di Ettore.-
-Immagino tu lo sia, Khalàd, altrimenti non saresti qui stanotte.-
-Non abbiamo molto tempo, Ulisse. Secondo te c’è qualche modo di fermare questa pazzia?-
-Chi può dirlo?- rispose stancamente il re isolano. –Per Agamennone ora è una questione di orgoglio, al pari di Menelao che si è fatto portare via la moglie da sotto il naso.-
-Paride è stato davvero uno stupido ma mio padre lo ama troppo per dargli contro-, convenne Ettore.
-Quanto pensi possa resistere Troia ai nostri assalti?- domandò schiettamente l’anziano Nestore.
-In eterno se le sue mura reggono e quelle mura sono indistruttibili-, rispose Ulisse pensieroso al posto dei troiani.
-Puoi girare questo fatto a vantaggio dei nostri propositi?- domandò Ettore speranzoso.
-Forse. Le vostre difese stanno effettivamente scoraggiando il nostro esercito e tra alcuni dei re serpeggia il dissenso. Qualche giorno fa Agamennone ha avuto una lite furiosa con Achille, per delle schiave credo, e il mirmidone non vuole più combattere.-
-Che fa il principe di Ftia? Si prepara a tornarsene a casa?-
Come era stato per Ettore, ora anche sul volto di Ulisse vidi montare il disprezzo. –No. Se ne sta nel suo accampamento a oziare e ad addestrare quel suo effeminato cugino, Patroclo.-
-Un avversario in meno a cui pensare-, commentai ad alta voce.
-Forse-, convenne il re di Itaca, -E forse no. Achille ha addestrato un altro uomo, un suo capitano, che ha dimostrato una ferocia in battaglia paragonabile solo a quella del suo maestro. Un uomo letale che potrebbe trascinare gli uomini in guerra, se solo Achille gli desse il permesso.-
Ettore sospirò. –Come finirà, Ulisse? Possibile che la follia di un solo stolto uomo causi tanto patimento?-
-Finirà con il ritiro delle nostre armate… o con la distruzione di Troia. Temo che questo incontro sia stato solo un modo per dirci addio da amici quali siamo.-
-Allora vi lasciamo, re della Grecia. Se ci incontreremo sul campo, purtroppo, sarà per batterci.- Ce ne andammo senza nessuna altra parola.
Tornando verso la città, immerso nell’oscurità e nei miei pensieri, compresi finalmente le parole di Ettore riguardo l’arma più temibile di Agamennone. Non la forza di Achille, ma l’astuzia del re di Itaca, il talento di Ulisse.

-Fu davvero Achille ad uccidere Ettore?- mi chiede Cristina e come per ogni amico che ho perso nella mia vita, il mio cuore ha un lampo di dolore e tristezza.-
-Si, fu lui. Ma facendo ciò firmò anche la sua condanna a morte perché durante quel tragico duello io scoprii il suo segreto. Ma questo accadde dopo. Prima ci fu la sfida tra Paride e Menelao.-

Su suggerimento di Ulisse, vista la situazione di stallo che si era creata dopo un intero anno di inutile guerra, Menelao propose di risolvere la questione con un singolo duello tra lui e Paride. Vincolato dall’onore, il giovane principe troiano dovette accettare, nonostante fosse più abile con l’arco che con lancia, spada e scudo. La lotta era impari perché Paride era di corporatura piuttosto esile mentre Menelao di Sparta un vero colosso. La posta in palio erano la restituzione di Elena e la fine della guerra, con tutte le conseguenze del caso. Ad Agamennone l’idea non piaceva perché lui voleva Troia, non la donna, ma doveva mantenere la copertura del pretesto del rapimento, altrimenti avrebbe perso credito nei confronti degli altri re. L’astuto Ulisse aveva incastrato il re di Micene incatenandolo alla sua stessa parola.
Inizialmente trovai strano che Ettore o Priamo non si opponessero, poi Enea, il giorno prima del duello, mi svelò il vero stato d’animo del nostro amico.
-Lui è quasi certo che Paride perderà e il cuore gli duole molto. Come Agamennone, è legato all’onore del suo rango e, seppure duro da accettare, sa che il piano di Ulisse, se si realizzerà, salverà la vita a migliaia di uomini, sacrificandone uno solo.-
-E’ davvero triste-, riuscii soltanto a dire prima di andare a controllare dove fossero Andromaca e il piccolo Astianatte.

-Nell’Iliade si parla dell’intervento divino che salvò Paride. Come è andata realmente?-
-Quel duello fu davvero patetico e non ebbe nulla di divino. Paride si salvò soltanto perché fuggì.-
-Questo dava la vittoria ai greci e la guerra sarebbe dovuta finire con la restituzione di Elena. Cosa andò storto?-
-Il fatto che Menelao fosse un bue senza cervello… per fortuna di Agamennone. Non contento della vittoria, si scagliò contro Paride per ucciderlo. Ettore si pose in mezzo e gli piantò la sue spada sotto il mento, trapassandogli il cranio.-
-Se Ettore avesse lasciato trucidare Paride… Fu un grave errore da parte sua-, commenta severa Cristina.
-Era pur sempre suo fratello, Cristina. Gli era stata risparmiata la vita, seppure macchiata dalla vergogna, e non avrebbe permesso che venisse assassinato solo per il divertimento di Menelao.-

La caduta di Menelao, oltre a fare arrabbiare a morte il re di Micene, gli dava il pretesto di continuare la guerra e si tornò alla situazione precedente. I greci non avevano idea di come abbattere le alte e grandi mura della città e i troiani vi si riparavano tranquillamente dentro, scegliendo quando e come scendere in campo. Quando Ettore schierava l’esercito davanti alla città per affrontare i greci in campo aperto, gli asiatici si dimostravano nettamente superiori. A differenza degli achei, erano una forza coesa e perfettamente organizzata.
Durante uno di questi scontri in campo aperto avvenne il fatto che segnò le sorti della guerra. Scesero in campo i mirmidoni, guidati da un guerriero che si muoveva come il vento e uccideva troiani come fossero agnelli. Ettore, intuendo che si trattasse di Achille, gli andò incontro per battersi con lui. La tecnica del greco era strabiliante tuttavia il principe troiano aveva l’impressione che qualcosa non andasse. Faceva fatica a parare i suoi imprevedibili colpi ma riusciva comunque a controllare l’avversario con il volto celato dall’elmo. Per un secondo, il principe troiano incrociò lo sguardo di Ulisse che combatteva poco lontano e anche sul volto del re di Itaca c’era sgomento. Che fosse in realtà uno degli allievi del principe di Ftia? Ettore non se ne preoccupò più. In un momento a lui favole penetrò nella difesa dell’avversario e gli tagliò la gola. Ogni scontro si fermò mentre il corpo del presunto Achille cadeva nella polvere senza vita. Ulisse si fece avanti e si chinò sul cadavere del mirmidone. Gli sfilò l’elmo rivelando una cascata di capelli biondi che però non erano quelli del re di Ftia. Era il suo giovane e amato cugino Patroclo.
-Ora si che lo hai scatenato-, disse soltanto il re di Itaca all’amico-avversario troiano.
Lo scontro, per quel giorno, finì li perché un uragano si stava per abbattere su quella guerra, un uragano di nome Achille.

-Era davvero così forte?- mi domanda mia nipote guardandomi perplessa. Si avvicina il mezzogiorno e un raggio di sole le illumina parte del viso rendendola simile ad un angelo.
-Lo era davvero, bambina. Il più forte combattente di quell’epoca. Innamorato di se stesso e bramoso di gloria fino al midollo.-

Il fumo della pira funebre di Patroclo fu visibile per giorni e nel frattempo Ettore rimuginava sull’accaduto. Sapeva che avrebbe dovuto affrontare Achille in duello e questo faceva crescere in lui una grande preoccupazione.
-Avere paura è normale se si deve affrontare un avversario del genere-, gli dissi una sera che camminavamo sopra le mura della città scrutando il mare. –Solo gli sciocchi non ne hanno.-
-Non ho paura per me stesso, Khalàd, ma per Troia. Se io cadrò temo che il nostro esercito si demoralizzerà e scivolerà lentamente nella disfatta. I comandanti anziani a cui spesso mio padre chiede consiglio sono troppo sicuri di loro e considerano la ritirata dentro le mura un segno di debolezza.-
-Allora non soccombere a quella iena, amico mio. Sei più grande di lui e puoi batterlo.-
Ettore sorrise amaramente. –E’ il più grande guerriero del mondo, Khalad. Te ne sei dimenticato?-
-No, Ettore. Lui è solo il più forte combattente del mondo. Standoti vicino ho imparato molte cose sull’essere un guerriero. Tu ami la tua patria e sei disposto a morire per uno scopo. Achille non è disposto a morire per nulla e per nessuno se non per la sua stessa gloria. Sono sicuro che egli teme la morte in battaglia perché non la può controllare. E’ lui stesso che vuole scegliere il momento in cui trapassare, nel modo più glorioso possibile, perché il suo nome rimanga immortale. Credimi, amico mio. Sei tu il più grande guerriero del mondo.-
Ettore mi fissava sbalordito, poi mi abbracciò. –Il giorno in cui questa guerra finirà spero festeggeremo tutti assieme, fianco a fianco. Ricorderemo questi momenti difficili e magari ci sarà anche il tempo di celebrare le nozze.-
-Quali nozze?- domandai io ingenuamente.
-Credo che mio padre non avrebbe nulla in contrario se qualcuno di mio gradimento chiedesse la mano di mia sorella Cassandra.- Fu una delle poche volte che arrossii come un bambino.
Il mattino seguente, Achille si presentò da solo davanti alle porte di Troia. Scese dal suo carro e chiamò a gran voce il nome di Ettore. Il principe troiano aveva già dato il suo tacito addio a tutte le persone che gli erano care. Io ed Enea lo incontrammo davanti alla grande porta della città, mentre si apprestava ad uscire per andare ad affrontare il principe mirmidone.
-Torna vincitore, cugino-, gli augurò Enea abbracciandolo. Si scostò in fretta per nascondere le lacrime.
Mi feci avanti e gli porsi la mia spada. –Prendi questa spada, Ettore. Sai bene che nessuna arma può tenerle testa. In centinaia di anni non mi è mai venuta meno e non lo farà certo ora che ne hai bisogno tu.- Gli avevo inconsapevolmente rivelato il mio segreto. Che ci credesse o meno, Ettore respinse garbatamente l’offerta.
-Affronterò Achille con lo stesso bronzo di cui lui dispone, amico mio. Come hai detto tu ieri sera, non temo di morire per mano sua. Ma una cosa ti assicuro. Se vuole ottenere la sua dannata gloria sulla mia pelle, dovrà pagarla a caro prezzo.-

-E’ stato un addio molto triste.-
-Lo è stato davvero e non solo per noi che gli eravamo amici ma per l’intera città. Fu l’inizio della caduta.-
-Hai detto che scopristi il segreto di Achille.-

Lo scontro volgeva ormai al termine. Entrambi i combattenti erano esausti e feriti. Io ed Enea lo avevamo seguito dall’alto delle mura, temendo ad ogni colpo di lancia o di spada del mirmidone. Avevo osservato attentamente il suo stile di combattimento, basato più sul talento e sull’improvvisazione. La perfezione tecnica di Ettore contro l’estro guerriero di Achille. Fu durante uno degli ultimi assalti che notai un particolare importante nel modo di combattere del principe di Ftia. Quando attaccava o difendeva, portava sempre in avanti il tronco, come se non volesse rischiare di essere colpito alle gambe. Rielaborai rapidamente tutto ciò che avevo visto fino a quel momento e finalmente compresi. Fu troppo tardi perché nell’istante in cui ricevetti quell’illuminazione, Achille afferrò la lancia che gli era caduta e la scagliò dritta sul corpo di Ettore, trapassandolo. L’urlo di disperazione dei troiani per la perdita del loro campione fu sovrastato solo dall’animalesco grido di vittoria di Achille.
Enea si era lasciato cadere a terra con il volto rigato di lacrime. Io ero rimasto in piedi e fissavo il mirmidone come un leone inferocito, colmo di dolore per l’amico appena perduto. Un uomo prima che un principe.
-Gioisci pure per la tua vittoria di oggi, mirmidone, perché è stata l’ultima! Ora conosco il tuo segreto e per te è finita! Morirai nella polvere come il cane che sei!- ruggii stringendo i pugni.
Non contento della vittoria, il vile Achille trascinò il corpo del principe troiano verso il suo carro e ve lo legò per i piedi. Iniziò poi una folle corsa davanti alle mura della città in modo che tutti noi che ci trovavamo sulle mura, re Priamo e Andromaca compresi, potessero vedere l’umiliazione finale dell’eroe.

-Fu davvero Priamo ad andare a pregare Achille per riavere il corpo di Ettore?- mi domanda Cristina evidentemente scossa dal mio racconto.
-No. Achille non sarebbe mai stato capace di un gesto tanto misericordioso. Voleva il cadavere di Ettore come trofeo da mostrare a tutto l’accampamento. Quella sera, tuttavia, il corpo del mio amico venne fatto trovare su un carretto davanti le porte della città. In una mano stringeva un pezzo di tela con su disegnato un simbolo arcaico proveniente dall’isola di Itaca.-
-Ulisse.-

Fu tregua per una decina di giorni. Gli achei si dovevano riorganizzare viste le perdite subite e i troiani dovevano commemorare il loro principe morto. Andromaca era distrutta.
-Il fuoco si avvicina-, mi disse Cassandra la sera in cui Priamo fece ardere la pira funebre del figlio.
-Ma non è ancora stato acceso, amore mio.-
-Parlo del fuoco che distruggerà Troia e ridurrà tutti noi schiavi.-
-Una visione?- le chiesi preoccupato.
-Odisseo ha già intessuto il fatale inganno. Entro una luna la città cadrà.-
-Allora faremo adeguati preparativi-, la rassicurai stringendola tra le braccia.
Parlai della visione di Cassandra ad Enea, che nel frattempo aveva letteralmente spodestato i consiglieri del re e preso le redini dell’esercito.
-Tu le credi, Khalàd? Le credi senza farti influenzare da ciò che provi per lei?-
-Non ha ragione di mentire, Enea. Credimi. Il suo potere è autentico.-
-Agamennone vuole chiudere la partita, dunque.-
-Forse le cose non stanno proprio così-, commentai pensieroso.
-Che intendi dire?-, mi chiese il troiano perplesso.
-Chi comanda i greci? Per davvero intendo. Non di sicuro Agamennone. Lui prende solo gli onori.-
-Ulisse.-
-Appunto. E’ lui che vuole chiudere la partita. Non perché desideri la distruzione di Troia ma per tornarsene a casa. Non ricordi ciò che aveva detto la notte che lo incontrammo fuori delle mura? Visto che Troia non è ancora riuscita a sbaragliare i greci, saranno i greci a distruggere Troia.-
-Devastare una città solo per tornarsene a casa?! Perché non prende il mare e se ne torna a Itaca?-
-Posi la stessa domanda a Ettore poco dopo quel furtivo incontro. Mi fece notare che se Ulisse avesse tradito Agamennone, il re di Micene avrebbe raso al suolo la sua isola, una volta finito qui.-
-Non ha via di scampo, allora. Come noi-, sentenziò Enea con un sospiro.
-Forse ti sbagli-, aggiunsi. –Da quello che Ettore mi ha detto di lui, è un uomo che non si fa manovrare da nessuno, uomo, re o Dio che sia. Ulisse si ritiene padrone del suo destino e se devo essere sincero, credo che abbia uno scopo nascosto che a noi ancora sfugge.-
Mi accordai con Enea per fare in segreto i preparativi per la fuga. Poiché combattevano in bande, finché i greci stavano fuori dalle mura i troiani, meglio disciplinati e organizzati, li potevano tenere a bada. Ma se entravano in città, negli spazi chiusi, i soldati di Priamo sarebbero stati massacrati come animali. Se davvero la fine era vicina, dovevamo organizzarci per portare al passaggio segreto più persone che fosse possibile. Capimmo che il momento era arrivato quando, un mattino, un esploratore tornò con la notizia che i greci se ne erano andati, lasciando sulla spiaggia un dono per ingraziarsi il Dio del mare, Poseidone, per un tranquillo ritorno a casa. Era un enorme statua di legno raffigurante un cavallo. Appena lo vide, il sacerdote del tempio di Poseidone invocò il Dio degli abissi perché scagliasse ogni sorta di sciagura sui greci in fuga. Subito dopo propose di portare il cavallo in città, davanti al grande tempio di cui era custode. Enea si fece subito avanti.
-Questo cavallo rimarrà dov’è. Questa faccenda puzza d’inganno.-
-Il popolo di Troia è devoto agli dei, nipote-, proferì il re Priamo giungendo sulla spiaggia accompagnato da Paride e Cassandra. –Faremo come dice il sacerdote e volgeremo il dono degli invasori a nostro favore.-
Anche Paride guardava con sospetto il cavallo di legno ma fu Cassandra ad avere la reazione peggiore. Iniziò a tremare come una foglia, sostenuta dal fratello.
-Il cavallo è vivo. Il cavallo è vivo! Non portatelo dentro la città! Seminerà solo morte!-
-Paride. Accompagna tua sorella a palazzo. E tu, Enea, fai portare dentro il Cavallo. Domani mattina, al sorgere del sole, celebreremo una grande festa in onore di Poseidone.-
Io ed Enea ci scambiammo un cenno di assenso. Sarebbe stato per quella notte. Fin dal tramonto, entrambi cercammo di radunare più gente possibile in prossimità del muro meridionale della città. Non molti credettero alla nostra storia e fummo costretti ad abbandonarli al loro destino. Credevano fermamente che il cavallo ci avrebbe portato il favore di Poseidone. L’assalto scattò quando la luna fu alta nel cielo e quasi subito urla e colonne di fumo si alzarono dalla zona della grande porta, nei pressi del tempio del Dio del mare.
-Andromaca. Dobbiamo andare-, le dissi scuotendola senza troppi preamboli per svegliarla. –Prendi Astianatte e fuggiamo.-
-Cassandra aveva ragione…- disse lei con il terrore stampato sul viso.
-Si. Nel cavallo ci dovevano essere nascosti degli uomini che nella notte sono usciti e hanno aperto dall’interno le porte. Le navi greche saranno state nascoste in un baia poco lontana. Ora andiamo.-
-Dov’è Cassandra?- disse la vedova di Ettore prendendo in braccio il figlioletto addormentato.
-Non riesco a trovarla-, dissi con il cuore colmo di paura. –Doveva rifugiarsi nella mia stanza ma non si è vista. Sono in pena per lei ma non posso indugiare oltre. Spero solo stia bene.- Un fumo nero e oleoso iniziò a filtrare dalla finestre e seppi che forse era già tardi. –Sono già arrivati a palazzo. Dobbiamo sbrigarci!-
Attraversammo di corsa molte sale della reggia finché trovammo la via sbarrata dal fuoco. Le urla della gente erano assordanti e si avvicinavano sempre di più a noi.
-Khalàd! Ho paura! Stavolta non ci salveremo!- disse Andromaca in preda al terrore. Era la prima volta che la vedevo realmente impaurita.
-Solo lui e il figlio di Ettore moriranno. Tu servirai in Grecia come schiava-, disse una voce arrogante alle nostre spalle. Un guerriero seminudo dai lunghi capelli biondi sbarrava anche la via dalla quale eravamo giunti. La spada che teneva in mano grondava sangue.
-Il prode Achille-, dissi senza scompormi, spingendo Andromaca e suo figlio verso una finestra, in modo che non rischiasse di soffocare per il fumo. Mi liberai del piccolo bagaglio che tenevo al collo ed estrassi la mia spada. –Non speravo più di avere l’occasione di incontrarti. Pensavo di doverti venire a cercare fino in Grecia.-
-Stolto arrogante! Non sai chi hai di fronte?! Farai la fine del tuo padrone ma non sperare che qualcuno venga a trafugare il tuo corpo come è capitato a lui!-
-Vediamo se hai ragione-, lo provocai ancora. Volevo che attaccasse per primo.
Il suo primo assalto fu facile da neutralizzare. Utilizzando la tecnica che avevo imparato da Ettore riuscivo a parare e schivare quasi tutti i suoi affondi e fendenti. Riuscì a ferirmi al petto ma subito dopo la punta della mia spada gli lacerò la pelle del braccio. Restò esterrefatto quando vide la mia ferita rimarginarsi ma non particolarmente impressionato.
-Non sembri spaventato dalla mia guarigione-, gli dissi avanzando verso di lui.
-Non sei unico, se è quello che vuoi dire-, rispose enigmaticamente, poi tornò all’assalto.
Continuammo a scambiarci colpi finché non rimanemmo entrambi senza fiato. La differenza era che la sua spada, per quanto robusta, aveva il filo a pezzi, la mia neppure una graffio. Il suo corpo era coperto di ferite mentre io non avevo neppure un graffio. Decisi di finirlo e vendicare finalmente il mio amico Ettore.
-Ora morirai, Achille, ed Ettore sarà vendicato-, gli annuncia mettendomi in posizione di guardia.
-Io sono invincibile!- mi urlò contro preparandosi all’ultimo assalto.
-Solo finché non esponi le caviglie. La tua tecnica straordinaria si basa sul movimento delle gambe, per questo tendi sempre a tenerle indietro rispetto al resto del corpo.-
Quando si rese conto che avevo scoperto il segreto della sua tecnica, la paura lo fece scendere dal piedistallo su cui era sempre vissuto e tornò uomo. Schivai il suo rabbioso affondo con una giravolta e con un fendente gli recisi il tendine della gambe destra. Il prode Achille urlò di dolore e andò a sbattere contro una colonna. Solo l’orgoglio gli permise di non cadere.
-Io sono invincibile!- ripeté gridando con il viso sfigurato dalla rabbia. Saltando ferocemente su un piede solo tornò incredibilmente ad attaccare.
Usando l’affondo rovesciato che Ettore mi aveva insegnato, gli piantai la mia spada dritta nel cuore, trapassandolo come burro. –Ettore era un vero guerriero. Conosceva il significato del sacrificio. Il suo spirito era invincibile, non tu.-
Mentre scivolava via dalla mia spada, verso il pavimento di marmo ormai sporco del suo sangue, mi prese per le spalle e con il suo ultimo respiro mi disse qualcosa che sembrava un presagio.
-Non sei… unico… sei come… lui!-
-Lui chi?!- gli chiesi urlando, ma era già morto.

-Allora c’erano altri come te-, esclama sorpresa Cristina.
-Credo solo uno, anche se nei secoli passati non ci siamo mai incontrati direttamente. Era come una presenza parallela alla mia vita, ma al contempo distante. Ma questa è un’altra faccenda.-
-Un’altra cosa, nonno. Io so che fu Paride ad uccidere Achille.-
-Paride trovò il corpo del mirmidone mentre fuggiva e si è limitato a piantare qualche freccia nel cadavere. Si spacciò poi per l’uccisore del grande Achille, per tentare di lavare l’onta del duello con Menelao. Povero stolto.-

Mi voltai per vedere se Andromaca stava bene. La trovai rannicchiata contro il muro che mi guardava spaventata.
-Sei un mostro! Stai lontano da me e da mio figlio!- mi disse con malcelato disprezzo. Alzai lo sguardo e vidi i greci nel cortile del palazzo che trascinavano via delle persone legate. Tra loro, oltre alla regina Ecuba, c’era la mia Cassandra. Avrei voluto aiutarla ma avevo fatto una promessa a Ettore e volevo mantenerla. Almeno era viva e in seguito avrei potuto liberarla. Riportai il mio sguardo sulla donna.
-Sono lo stesso Khalàd che ha vegliato per anni su di te e su tuo figlio. E’ vero, sono invulnerabile e forse immortale, ma questo non fa di me un mostro! Sono le azioni che fanno di noi ciò che siamo! E ora andiamo!-
La tirai su per un braccio, scavalcammo il cadavere di Achille e uscimmo dalla stanza cercando una nuova via d’uscita. Ci vollero ore per arrivare al passaggio segreto senza essere visti. Era ormai l’alba. Enea era sicuramente già passato, le tracce di molte persone erano evidenti. Andromaca non aveva più detto una parola e neppure il piccolo Astianatte aveva emesso più un solo lamento. Sbucammo all’esterno che iniziava ad albeggiare. Non avevo un’idea precisa di cosa fare. Volevo riunirmi ad Enea ma sicuramente era molto avanti a noi. Avevamo stabilito che se uno tardava, l’altro doveva proseguire con il suo gruppo. Ci dirigemmo con passo veloce verso il boschetto in cui mi aveva condotto Ettore la notte che incontrammo Ulisse e Nestore… e il re di Itaca era proprio li.
-Sapevo che Ettore avrebbe pensato a mettere in salvo la sua famiglia-, esclamò Ulisse togliendosi l’elmo mentre mi avvicinavo a lui con la spada pronta a colpire.
-Cosa sei venuto a fare, re di Itaca? A finire il lavoro?-
-Non ho nessun lavoro da finire, Khalàd, lo sai bene. Se fosse stato per me neppure mi troverei qui. Se proprio vuoi ringraziare qualcuno del massacro operato da Agamennone, ringrazia quella pecora di Paride.-
-Cosa vuoi da noi, re di Itaca-, domandò con voce stanca Andromaca. –Farci tuoi schiavi? Ucciderci? Fai ciò che vuoi, ma fallo in fretta. Sono stanca di questa guerra assurda.-
-No, Andromaca. Sono qui per aiutarvi. Nessuno sa che sono qui e tantomeno che ho una nave con un piccolo equipaggio di uomini fidati pronti a salpare per Itaca. Ho mandato un messaggio a mia moglie Penelope. Ti sta aspettando per dare rifugio a tutti voi. Nessuno lo saprà mai. Per Agamennone e Achille voi sarete morti.-
-Achille è morto. Gli ho trapassato il cuore qualche ora fa.- Ulisse trasalì per lo sgomento.
-Beh… tanto meglio. Il mondo sarà migliore senza un guerrafondaio del genere. Ora andate perché il tempo stringe.-
-Ti ringraziamo, nobile Ulisse. Non sapremo mai come sdebitarci-, disse Andromaca sinceramente grata per quell’aiuto.
-Mi associo al ringraziamento e ti chiedo perdono, re di Itaca. Ho però un ultimo favore da chiederti-, dissi prima di andare. –Tra le schiave catturate c’è Cassandra, sorella di Ettore e mia amata. Vorrei chiederti di reclamarla come tua, prima che lo faccia qualcun altro, o di comprarla se necessario. Ti ripagherò il debito in ogni modo vorrai ma ti prego di salvare anche lei.-
-Farò quello che posso, Khalàd. Ora andate.-

-Ulisse salvò Cassandra?- mi chiede Cristina visibilmente interessata a questa sfumatura della storia.
-Si e la fece portare ad Itaca con Andromaca e suo figlio.-
-Tu non c’eri?!-
-No. Nel momento in cui vedemmo la nave che ci avrebbe portato in Grecia, in me scattò qualcosa. Il mio destino non era di salire su quella nave. Non sapevo ne come ne il perché. Sapevo solo che era così. Mi assicurai che Andromaca si imbarcasse e attesi finché la nave non fu lontana. Troia era distrutta, i miei amici morti o fuggiti. Ero nuovamente solo con la mia strana spada e un nuovo insegnamento. Un guerriero affronta la morte, pronto a sacrificarsi in per ciò in cui crede.
-Quindi l’ambizione di Agamennone fu placata. Era padrone dell’Egeo.-
-Ambizione? Agamennone non avena neppure idea di quanto limitata fosse la sua idea di dominio. Nel momento in cui salutai Ulisse, compresi quali vette poteva raggiungere l’ambizione umana. L’uomo Agamennone aveva sfidato altri uomini e altri re. L’uomo Ulisse, detto Odisseo, il vero conquistatore di Troia, stava per sfidare gli Dei per riappropriarsi del suo destino.-
-Hai conservato qualcosa di quel tempo?- Mia nipote si fa impaziente quando mi vede infilare la mano nella cassa. Ne traggo un involucro di stoffa di lino che, una volta aperto, rivela un coppa di bronzo che consegno a lei.
-Questa è la coppa con cui offrii del vino a Cassandra, quella prima sera in cui fui invitato a palazzo. La conservo come uno dei miei ricordi più cari.-
-Questi simboli, queste lettere…. Sembra greco antico…-
-Lo stile è troiano. Credo sia l’unico oggetto intatto e ben conservato arrivato fino ad oggi da quella città che, fino a poco tempo fa, si pensava non esistesse nemmeno.
-Dove andasti dopo aver lasciato Andromaca?- mi chiede Cristina restituendomi con reverenza la coppa.
-Seguii il suggerimento che Ettore mi aveva dato. Avevo ancora una spada da riforgiare e mi diressi verso sud, verso l’Africa, verso l’Egitto.-