lunedì 30 giugno 2008

FACCIAMO IL PUNTO (2)

Il sessantesimo giorno esatto di vita de “Il Guerriero”, abbiamo sfondato quota 20.000 contatti, un risultato davvero strabiliante per un blog del genere. Grazie a tutti voi lettori fedeli per l’apprezzamento accordatomi. Cercherò di migliorare il mio lavoro in modo da non deludere le vostre aspettative.
Il punto odierno serve per presentare una novità. Immagino l’avrete già notata. Si tratta dei tre spazi pubblicitari che ho ricavato all’interno della struttura del blog. Visto che il sito viaggia a buon ritmo, ho ritenuto possibile ricavarne qualche soldo, che di questi tempi non guasta mai. Se qualcuno di voi fosse interessato a promuovere il proprio sito aziendale o personale, non esiti a contattarmi per ricevere tutte le informazioni del caso e conoscere i prezzi davvero popolari dell’iniziativa. Il numero di contatti giornalieri e la convenienza dell’operazione è sotto gli occhi di tutti. E’ mia intenzione reinvestire una parte dell’eventuale guadagno per sviluppare il mio spazio web, spostandolo magari su una piattaforma più professionale, con un dominio personale e nuove aree tematiche legate alla letteratura e in particolare alla narrativa. Se ne parlerà più avanti ma sto già visitando molte comunità letterarie virtuali per progettare la mia in modo che non risulti un altro doppione di quelle già in rete. Ho grandi sorprese all’orizzionte ma di questo ne parlerò dopo le vacanze.
Veniamo ora al nuovo capitolo. “Il Fuoco della Britannia”, assieme al capitolo che seguirà, chiude la prima parte de “il Guerriero” che potremmo chiamare “Il mondo antico”. Le avventure di Khalàd proseguiranno, nei capitoli successivi, attraverso il Medioevo. In queste pagine cercherò di rivisitare a modo mio la nascita della leggenda arturiana, basandomi sulle poche informazioni che sono giunte a noi dal tempo della Britannia pre-romana, e cercando di collocare i possibili protagonisti di quegli eventi in una linea temporale plausibile.
In ultimo, anticipo che nel mese di Agosto la pubblicazione dei capitoli sarà sospesa perché me ne andrò in vacanza con la mia famiglia. Continuerò a scrivere anche sotto l’ombrellone perché il lavoro da fare è molto e non mi dispiacerebbe prendermi un po’ avanti con il romanzo. L’ultima uscita prevista prima della sospensione è per lunedì 28 Luglio. Ora vi lascio al nuovo capitolo e vi auguro una buona lettura.

8 - IL FUOCO DELLA BRITANNIA

E’ sera e ci sediamo al tavolo da giardino sul grande terrazzo superiore della casa. La cena a base di pesce cucinata da mia moglie e mia nipote è stata ottima. Semplice e gustosa, un po’ come loro. Solo mia moglie conosce il motivo per cui mi isolo a parlare per tanto tempo con Cristina. Sa che lo devo fare e quindi non viene a disturbarmi, non si lamenta se facciamo tardi a tavola o se tiriamo notte a discutere. Immagino che la brezza marina accarezzi tanto noi quanto il cielo stellato, il quale sta per ascoltare la narrazione degli ultimi atti di un mondo che cambiò radicalmente, precipitando nella tenebra.
-E’ ora di riprendere, nonno. Hai detto che la tua prossima tappa è stata una delle più importanti-, mi dice Cristina servendo per me e per lei il liquore digestivo al limone, una specialità delle regioni del sud dell’Italia.-
-Fondamentale, direi, per molti aspetti. Fondamentale per me come uomo, per la Storia di una certa parte del mondo e anche per la mia ricerca della verità e della conoscenza.-
-Dicesti a Giuseppe di Arimatea che te ne saresti andato anche tu. Dove di preciso? Non troppo lontano da lui se hai potuto raggiungerlo in punto di morte per farti dare…. quella cosa.- Ha persino paura di nominarla tanto ne è suggestionata.
-La ciotola di coccio-, confermo divertito per stuzzicarla un po’.
-Quella cosa li!- insiste lei irritandosi. Non è il caso di osare di più.

Molti sollevarono dei dubbi sulla resurrezione di Gesù detto il Cristo. Per me, che avevo poca fiducia nelle divinità, fu per certi versi autentica perché almeno ebbi la certezza che il corpo del mio amico non sarebbe stato profanato e avrebbe potuto riposare in pace. Passati quei giorni di confusione e mistero, decisi di accettare l’invito di Giuseppe di Arimatea e di andare insieme a lui in Britannia, uno dei luoghi più remoti del mondo conosciuto, situata “a nord e a occidente di tutto”. Il luogo ideale per fa riposare il sangue di Cristo, secondo lui.
La Britannia, al tempo in cui noi vi andammo, non era ancora provincia romana, anche se lo sarebbe diventata di li a poco, e agli occhi del mio amico doveva sembrare l’ultima terra libera del mondo. Roma, tuttavia, aveva già postato gli occhi su quelle che i primi navigatori chiamavano Isole Pretanniche. Albion chiamavano anticamente quella terra e, all’epoca della crocifissione di Gesù, alcune spedizioni esplorative vi avevano già messo piede. Apparentemente selvaggia, era occupata da popolazioni dello stesso ceppo etnico dei Galli.
Fu con una di queste spedizioni che, dopo un lungo viaggio attraverso tutto l’Impero romano, io e Giuseppe approdammo in quel luogo magico. Poco dopo essere sbarcati lasciammo il gruppo romano e decidemmo di prendere strade diverse.
-Dove porterai il sangue di Gesù?- gli chiesi vedendo che era intenzionato a proseguire da solo nel suo intento.
-In un luogo sicuro. E se non lo troverò verrò a cercarti e lo affiderò a te-, mi rispose l’ebreo stringendosi addosso le pesanti vesti di lana che ci eravamo procurati attraversando la Pannonia. Ne io ne lui eravamo abituati al freddo umido delle terre del nord e più volte, durante il viaggio, il mio amico cadde preda dei malanni.
-Perché non vuoi che venga con te? Che senso ha dividerci?- insistetti, ma sapevo già la sua risposta e, per quanto insensata, capivo benissimo come si sentiva.
-Non ha nessun senso, hai ragione, Khalàd. Eppure sento dentro di me che è una cosa che devo fare da solo.-
-In questo caso ti auguro buona fortuna, Giuseppe. Che lo spirito di Gesù Cristo sia con te-, gli augurai.
-Tu che farai, taverniere… o dovrei dire guerriero?-
Gli sorrisi. Non potevo negare l’evidenza dopo quello che mi aveva visto fare a Gerusalemme. –Non lo so. Questa è la terra dei Celti ed è un popolo che mi è totalmente sconosciuto.-
-Sono barbari e pagani-, esclamò Giuseppe, ritrovando un po’ dell’arroganza che caratterizzava il Sinedrio guidato da Caifa. –Ma anche il pagano più convinto non potrà trovare nulla di oscuro nelle parole di Cristo.-

-Dopo quanto vi rivedeste?- mi chiede mia nipote.
-Pochi anni. Il fisico di Giuseppe non era proprio abituato al clima umido della Britannia e si ammalò gravemente. Riuscì a farmi arrivare un messaggio, non so come, al villaggio in cui vivevo per chiedermi di andare da lui. Doveva consegnarmi la…-
-Quella cosa-, taglia corto Cristina. –Tu che avevi fatto nel frattempo?-
-Cercai di capire che ci facevo io li.-

In un insediamento di agricoltori poco lontano dal punto dove eravamo sbarcati, incontrai un uomo che parlava abbastanza bene il latino. Era anziano ma in gioventù aveva viaggiato molto, giungendo persino a vedere Roma. Anche se non capivo ciò che la gente gli diceva, in quella lingua dai suoni dolci e musicali, notavo che tutti lo trattavano con molto rispetto. Vestiva con una tunica di colore chiaro, semplice, senza ornamenti, fatta eccezione per un medaglione di bronzo che portava al collo e che riproduceva un elaborato disegno a me sconosciuto. Si aiutava a camminare con un lungo bastone nodoso che sembrava più un simbolo che un effettivo strumento. Fin da subito ebbi il sospetto che quell’uomo fosse un sacerdote o comunque un uomo di grande saggezza. Il suo nome era Twilir.
-Cosa ti porta nella nostra terra, straniero?- mi chiese in latino dopo aver fatto le dovute presentazioni.
-Non lo so neppure io. Intanto mi piacerebbe imparare la vostra lingua, poi, magari, trovare un posto dove vivere e lavorare. So fare molti mestieri.-
-Un uomo che desidera apprendere e lavorare è sempre ben accetto su quest’isola. Al contrario, chi viene per conquistare, non lo sarà mai.- La seconda metà del commento riguardava il fatto che ero sceso da una nave romana. Già allora i timori su una possibile invasione in forze serpeggiavano tra i vari popoli che vivevano su quell’isola. –Io divento vecchio e i miei affari mi portano a viaggiare molto. Restami accanto per un po’, in modo da aiutarmi nei miei compiti, e nel frattempo ti insegnerò la nostra lingua.-
-Ti sono grato dell’opportunità che mi offri. Qual è il tuo mestiere, se posso chiedertelo?-
Sorrise. -Con le parole che si usano a Roma potrei definirmi un sacerdote, ma sarebbe un termine riduttivo. Sono un “druido”, anche se per te questo non significa nulla per ora.-
-Imparo in fretta. Presto capirò esattamente ciò che sei, amico Twilir-, gli risposi con un pizzico di orgoglio inerente le mie grandi capacità di apprendimento.
-Vedremo. Spesso non basta una vita per capire a fondo il significato del nostro ruolo, neppure a noi stessi.-
-Credimi. Ho molto tempo per imparare.- Quella risposta che avevo spesso utilizzato racchiudeva molto di me. Amarezza, rassegnazione, entusiasmo e, soprattutto, consapevolezza. Allo stesso modo in cui iniziavo a capire quel perverso meccanismo che mi catapultava in fatti salienti per la Storia dell’uomo, prendevo sempre più coscienza del fatto che il mio compito non era solo quello di osservare lo scorrere del tempo, o di combattere, ma principalmente di imparare.
Iniziai a viaggiare per tutta la Britannia del sud, fatta di verdi pianure, rigogliosi boschi e dolci colline, apprendendo i primi rudimenti della lingua celtica. Twilir era un uomo paziente e meticoloso. Non si accontentava che io imparassi a parlare la sua lingua madre. Pretendeva che lo facessi anche bene, insistendo sulle pronunce e sulle inflessioni della voce. Il mio compagno era effettivamente un druido ma mi spiegò che il loro gruppo si divideva in svariate categorie. C’erano druidi sacrificatori, con il compito di interpretare le viscere degli animali immolati. I druidi sognatori erano quegli individui dotati del dono della visione nel sonno. I druidi divinatori interpretavano i segni della natura per trarre auspici o per dare suggerimenti ai capi, per guidare al meglio le loro tribù. C’erano persino i maghi, potenti druidi in diretto contatto con gli Dei, dai quali avevano ottenuto la grande conoscenza e si diceva fossero capaci di prodigi strepitosi. Tra i druidi erano annoverati anche i “bardaghs”, i bardi, cantori e suonatori d’arpa animati dal sacro fuoco dell’arte e della poesia.
-Quale potere divino possono avere i bardi?- domandai a Twilir il giorno in cui mi spiegò com’era suddiviso il loro ceto sociale.
-E se ti dicessi che il loro potere è il più reale e terrificante di tutti?-
-Non ci crederei-, risposi sicuro.
-Imparerai a conoscerli e allora capirai-, disse enigmaticamente il druido.
Twilir era un giudice, un uomo di conoscenza portatore della Legge. Girava di villaggio in villaggio per risolvere le contese tra gli abitanti, seguendo la logica del bene comune e del rispetto e della Legge stessa. Tale Legge era un insieme di canoni secondo i quali il buon celta doveva vivere. Questi canoni, questi dettami, erano differenti a seconda del livello sociale e del ruolo svolto dall’individuo all’interno della comunità. Oltre a regole di comportamento ben precise, stabilivano persino quanti e quali averi un appartenente alla tribù potesse o dovesse possedere.
Le contese sulle quali il mio compagno era chiamato a giudicare erano perlopiù screzi di poco conto, discussioni senza valore, eppure Twilir trattava ogni caso che gli veniva sottoposto con la stessa serietà ed equità di giudizio. Gli chiesi come mai si occupasse con tanta passione anche a quei casi che potevano essere lasciati a risolversi da soli.
-Anche il torto più piccolo può generare, col tempo, gravi inimicizie e portare disarmonia nella comunità. Se tutti i casi vengono affrontai con gli stessi valori di giudizio, nessuno rimarrà scontento, neppure chi otterrà una sentenza sfavorevole.-
-E’ una cosa che non capirò mai. Mi sembra un perdita di tempo-, commentai con noncuranza.
-Ora ti sembra così perché siamo sempre in viaggio. Quando ti fermerai a vivere da qualche parte, in una comunità o villaggio, capirai meglio le mie parole.-
Una sera, un mese dopo aver intrapreso il mio viaggio con Twilir, eravamo ospitati in una casa destinata ai druidi in visita, in un piccolo villaggio nel cuore dell’attuale Galles. Ad un certo punto, per scaldarmi, decisi di tirare fuori la spada e di allenarmi un po’. Le case celtiche, fatte di fredda pietra grigia e legno e con il tetto di paglia e frasche, non riuscivano a tener fuori del tutto il freddo e l’umidità di quel luogo e il fuoco che Twilir aveva acceso non bastava a scaldarmi. Si andava verso l’inverno, l’inverno più rigido che avessi mai incontrato.
Una volta estratta la spada iniziai subito ad eseguire le sequenze e i movimenti appresi a Sparta e a Troia. Ero riuscito ad elaborarli ottenendo uno stile tutto mio. Dovevo solo migliorarlo. Appena il druido vide la spada, però, per poco non gli venne un colpo. Lasciò cadere la ciotola di brodo che teneva in mano e si alzò di colpo.
-Dove hai trovato quella spada?!- mi chiese con gli occhi spalancati per lo stupore.
-Perché lo vuoi sapere?- gli domandai guardingo. Sapevo che non era pericoloso ma i miei sensi animali mi dicevano di stare all’erta.
-Il metallo. E’ caduto dal cielo, vero?-
Fui io a restare di sasso. –E tu come fai a saperlo?!-
-Sediamoci, Khalàd. Forse il nostro incontro non è stato casuale-, mi invitò il druido continuando ad osservare l’arma. –La fattura è sicuramente egizia. Riconosco lo stile per aver visto altri manufatti di quel paese.-
-Non ti sbagli. Dove hai visto altri oggetti provenienti dall’Egitto?- gli domandai risedendomi.
-Anticamente i navigatori fenici giungevano fino a qui e portavano molti manufatti dalle terre del sud, anche da quella dei faraoni.-
-E come fai a sapere che il metallo è caduto dal cielo?-
-Perché anche qui, circa trent’anni fa, una stella cadde dal cielo e si schiantò in un lago, facendolo scomparire. Il cuore di quella stella era fatto di metallo.-
-Che cosa ne faceste?-
-Questo è un segreto che appartiene solo ai druidi ma, possedendo già tu una “spada del cielo”, posso dirti qualcosa. Forgiammo anche noi una spada. I divinatori continuavano a dire che un giorno un grande condottiero l’avrebbe impugnata e i sognatori confermavano questa versione. Che i due gruppi elargissero le stesse predizioni era una cosa mai sentita e questo fu considerato un segno degli Dei.-
-Chi forgiò la spada? La lama risultò imperfetta come questa?- domandai.
-No. La lama che uscì dalla forgia era perfetta e magnifica, indistruttibile come il mare e lucente come una stella. La forgiò un uomo speciale, un fabbro appartenente ad un’antica stirpe di metallurghi, l’unico che sapesse dove trovare il Fuoco della Britannia, una particolare fonte di calore in grado di fondere quel metallo divino.-
-Allora, forse, potrebbe riforgiare la mia. Renderla perfetta.-
-Forse. Ma questa è un’altra faccenda. Dobbiamo andare a nord, al bosco sacro dei druidi, e parlare con il capo del mio ordine. Sono convinto che tu sia qui per qualche motivo e la spada ne è la prova. Dobbiamo capire quale sia questo motivo.-
-Faremo come vuoi, Twilir. Non ho molti progetti per il futuro e magari il tuo capo potrà darmene uno.-

-La spada di cui parlava Twilir non sarà stata mica…-, inizia Cristina a bocca aperta.
-Si-, mi limito a confermare annuendo con la testa.
-Ma è solo una leggenda!-
-Basata su elementi di verità. La spada esisteva e, per quanto ne so, esiste ancora.-
-E tu sai dov’è?-
-Naturalmente.-
-E non me lo dirai, vero?-
-Neppure sotto tortura.-
Cristina sospira delusa. –Vai avanti, nonno.-

Interrompemmo il viaggio che avevamo intrapreso e puntammo verso nord, abbandonando prati e dolci colline per inoltrarci in oscure foreste su sentieri più impervi. Ci vollero oltre dieci giorni prima che Twilir mi annunciasse che il bosco sacro, dove si riuniva il Consiglio dei druidi, era vicino.
-Quando saremo all’interno del bosco, mantieni il silenzio finché non ti sarà concesso di parlare. Non essendo uno di noi sarai un “invisibile” finché i miei fratelli non ti conosceranno. Se ti verranno fatte domande, rispondi in modo semplice e chiaro, e se a tua volta ne vorrai fare alcune, limitati a quelle strettamente necessarie e accetta le risposte come vengono. Ci sarà tempo dopo per le spiegazioni. Nelle occasioni ufficiali noi druidi siamo piuttosto parchi di parole. Tuttavia, dopo la presentazione, ci ritireremo con il capo-druido e potrai parlare più apertamente.-
-Dobbiamo onorare il cerimoniale, insomma-, commentai inculcandomi in testa tutte quelle istruzioni.
Twilir parve divertito. –Io sono un giudice che porta sulle spalle la conoscenza della Legge di Breohn, colui che la promulgò per primo. Non sono un mistico, quindi anche a me il cerimoniale pare un po’ superfluo a volte. Ciò nonostante, il rispetto delle consuetudini e delle tradizioni è fondamentale per mantenere unito un popolo, perciò è sempre bene seguirle, anche quando sembrano inutili.-
-Lo terrò a mente. E’ una bella cosa quella che hai detto e vale la pena rifletterci su.-
Percorrevamo da due giorni una solitaria strada di campagna e la sagoma delle colline all’orizzonte sembrava non avvicinarsi mai. Ogni tanto chiedevo al mio compagno se il luogo in cui eravamo diretti si trovasse tra quelle colline, ma lui faceva finta di non sentirmi. Calò la sera e il cielo si fece stellato, senza il velo delle nubi cariche di pioggia. Faceva freddo ma il giorno precedente il sole aveva riscaldato un po’ la terra. Lo stesso calore, faceva alzare in quel momento una fitta nebbia.
-Siamo arrivati-, annunciò Twilir indicando la nebbia avanti a noi. –Il bosco sacro.-
-Non vedo nulla, Twilir. Solo nebbia-, risposi. Aguzzai la vista, richiamai anche lo spirito del leopardo, ma non riuscii comunque a vedere nulla.
-Guarda bene-, insistette il druido.
Aguzzai ancora di più la vista e stavolta mi sembrò di vedere qualcosa, un punto luminoso che si avvicinava a noi e diventava sempre più grande. Un uomo sbucò dalla nebbia e teneva in mano una torcia. Vestiva come Twilir e immaginai fosse anche lui un druido. Era giovane, forse su vent’anni, ma dal suo volto serio traspariva saggezza, segno che porbabilmente era stato allevato nell’ambiente che ora serviva.
-Bentornato, Twilir di Caledan. Il Consiglio aspetta te e il tuo compagno-, ci annunciò il giovane.
-Ti ringrazio, fratello Olef.-
-Ci aspettavano? Come facevano a sapere che…-, dissi perplesso e un po’ stupito. Sentivo dentro di me che quella non sarebbe stata una notte qualsiasi.
-Uno dei sognatori ha predetto il vostro arrivo, uomo del sud-, mi spiegò Olef. –Il capo-druido è ansioso di incontrarti.-
-Non facciamolo aspettare-, aggiunse il giudice dei celti. –Proseguiamo.-
Seguii i due sacerdoti all’interno della nebbia che si rivelò talmente inconsistente da scomparire pochi istanti dopo che vi ero passato in mezzo. Mi trovavo in un luogo diverso da quello che mi sarei aspettato. Ero all’interno di un boschetto di querce, l’albero sacro dei celti, e non faceva freddo. Ci avvicinavano ad una grande radura delimitata da alte pietre disposte in circolo. Al centro dello spazio aperto c’era una specie di altare di roccia, su cui era acceso un fuoco. Il luogo era deserto, o almeno credevo. Appena vi entrammo, altre persone fecero il loro ingresso nella radura, tutte vestite con lunghe tuniche chiare e con il cappuccio tirato sul capo. Uno di loro, un uomo alto dai capelli e la barba brizzolati, si fece avanti e venne verso di noi. I suoi occhi azzurri brillavano come zaffiri nella notte, come pure la lucente testa di drago alato che sormontava il bastone al quale si appoggiava. Anche sul suo petto spiccava un medaglione di bronzo ma con un disegno diverso da quello di Twilir. Forse era quel disegno ad indicare la specialità che un druido praticava. Twilir e Olef chinarono il capo quando l’uomo si fermò davanti a noi.
-Ti rendiamo omaggio, capo-druido Taliesin-, dissero in coro i miei due accompagnatori.

-Taliesin?! Un nome che non mi è nuovo-, commenta Cristina inarcando un sopracciglio, forse cercando di ricordare dove lo ha già sentito.
-Era il vero nome gallese di Merlino-, affermo correndole in aiuto.
-Era dunque Merlino il capo-druido? Mi sembra un po’ assurdo.-
-Non era lui ma un suo antenato. Nelle famiglie celtiche pochi nomi si tramandano per generazioni-, le spiego, anche se sembra credere poco alla cosa.

-Chi porti davanti a noi, fratello Twilir?- domandò Taliesin scrutandomi da capo a piedi.
-Porto un uomo che già impugna una “spada del cielo”-, si limitò a riferire Twilir. I druidi erano davvero poco inclini a dire molto durante le cerimonie ufficiali.
Il capo-druido si rivolse a me. –Posso conoscere il tuo nome, uomo del sud?- mi chiese cortesemente puntando il suo sguardo su di me. Il suo viso era inespressivo e non lasciava trasparire nulla.
-Mi chiamo Khalàd e vengo dall’antica città di Uruk-, mi limitai a rispondere, seguendo i consigli del druido giudice.
-Benvenuto tra noi, Khalàd di Uruk. Sappi che è un grande onore per te essere qui stasera. Solitamente solo i druidi possono entrare nel bosco sacro. Posso ora vedere la tua spada?-
Annuii ed estrassi lentamente la mia lama egizia benedetta dal Dio Seth. La tenni sui palmi delle mani e la porsi a Taliesin. Il capo dei sacerdoti, tuttavia, non la sfiorò neppure, limitandosi ad osservarla.
-Il metallo è sicuramente caduto dal cielo anche se la fattura non è delle migliori-, commentò Taliesin dopo un attento esame. –Cosa cerchi in questo luogo, Khalàd?- Ma non erano stati loro a farmi andare li?
-Cerco la mia strada, grande Taliesin-, risposi alla maniera rispettosa e sintetica che ci si aspettava. Un barlume di sorriso comparve sul volto del capo-druido ed egli annuì.
-Decideremo presto sul da farsi, quando saremo soli. Il fatto che tu sia venuto a noi con un’arma simile è di per se un segno molto potente e dobbiamo rifletterci su. Ti consideriamo nostro gradito ospite, Khalàd di Uruk. Il giudice Twilir si occuperà di te e non ti farà mancare nulla.-
-Ti ringrazio, capo-druido. Sarò onorato di passare del tempo in vostra compagnia.-
Detto questo, Taliesin si voltò e tornò verso l’angolo della radura dal quale era emerso, scomparendo. Anche gli altri druidi del Consiglio si voltarono e scomparvero tra le querce.
-Ora andiamo, amico mio. Il villaggio dei druidi non è lontano e la mia casa non si scalderà da sola se non accendiamo il fuoco.-
Uscimmo di nuovo attraverso la nebbia e, guardandomi alle spalle, avevo l’impressione che il bosco sacro dei sacerdoti di Britannia non si trovasse affatto dietro di noi ma in chissà quale altro luogo. Nella mia lunga vita non avevo mai neppure pensato alla parola “magia” ma in quell’occasione un lecito dubbio sfiorò la mia mente.
Il villaggio di cui parlava Twilir non distava molto e lo raggiungemmo in meno di dieci minuti. Era un insediamento composto da molteplici case di legno e pietra dal tetto di paglia. A differenza degli altri villaggi dei britanni, nessuna palizzata proteggeva l’abitato e mi sembrò inverosimile che la sola fama di questi sacerdoti bastasse a tenere alla larga i malintenzionati. Il luogo pareva disabitato ed era reso ancora più lugubre dal vento freddo che spirava e ci gelava le ossa. Olef ci abbandonò appena entrati nel villaggio. La disposizione delle case non era casuale. Ogni edificio era costruito in un luogo preciso e chi sapeva farlo, poteva leggere in questa disposizione la carica e l’importanza del druido a cui apparteneva. Twilir doveva essere ben importante visto che la sua abitazione era situata vicino al centro dell’abitato, poco lontano da quella del capo-druido.
Inizialmente avevo pensato che il posto fosse abbandonato poi, guardando bene attraverso le fessure delle imposte, notai dei fiochi bagliori provenire da dentro le case. L’interno di quella del giudice era tuttavia freddo e l’uomo si affrettò ad accendere il fuoco per riscaldare sia noi che la casa.
-E’ da molto che manco. Spero di avere abbastanza cibo conservato per preparare qualcosa da mangiare-, disse il Druido rovistando nelle sacche appese ad una parete. Ora che vedevo bene la casa notai che era spoglia, arredata con l’essenziale e aveva il pavimento di terra battuta ricoperto di paglia. Una specie di tavolaccio di legno e un sacco di tela riempito di piume fungevano da letto mentre diverse casse disposte lungo le pareti servivano per conservare le suppellettili del druido. Alle pareti, appese a pesanti chiodi di ferro, stavano innumerevoli sacche di tela e cuoio dalle quali si levavano gli odori più disparati. Un tavolo e delle panche occupavano il centro della stanza e dopo aver levato la polvere, il giudice mi invitò a sedermi mentre lui preparava la cena.
Dopo aver ridato vita alla sua abitazione, Twilir mise sul fuoco una pentola d’acqua e radunò sul tavolo di fronte a me gli ingredienti per una zuppa. C’era della carne secca, delle cipolle, alcune radici che l’uomo aveva raccolto lungo il cammino, spezie di cui non conoscevo il nome e infine il sale. Non so perché mi risultasse tanto sorprendente vedere del sale. In fondo eravamo su un’isola circondata dal mare. Forse, intimamente, consideravo i britanni dei barbari incivili, incapaci di utilizzare anche le più basilari conoscenze di sopravvivenza. Come mi vergognai della mia arroganza in quel momento.

-In fondo era vero-, afferma mia nipote. –Erano dei barbari. Non erano ancora venuti a contatto con il mondo romano, quindi erano poco più che uomini preistorici.-
-Commetti il mio stesso errore di allora-, tento di spiegarle. –I romani non hanno creato la civiltà in Britannia. L’hanno solo spinta ad evolversi. La cultura celtica era, anche prima dell’avvento di Roma, una delle più affascinanti e raffinate del mondo.-
-Ma, se ben ricordo, neppure sapevano scrivere-, protesta lei.
-Credimi, bambina mia. Avevano altri modi di tramandare la loro conoscenza.-

La zuppa che Twilir riuscì a cucinare con quella poca roba fu veramente deliziosa e il profumo che invase la piccola casa mi scatenò ricordi che oramai pensavo totalmente perduti. Mia madre era solita cucinare una pietanza simile. Mi si inumidirono gli occhi a quel pensiero ma riuscii a riprendere il controllo in tempo prima che Twilir notasse la mia commozione. Cenammo allegramente parlando delle nostre rispettive esperienze in giro per il mondo. Chiaramente limitavo le mie ad un arco di tempo plausibile per un uomo della mia apparente età. Avevamo quasi svuotato le nostre ciotole di zuppa quando qualcuno bussò alla porta.
-Ce ne ha messo di tempo ad arrivare-, commentò il druido andando ad aprire.
-Aspettavi qualcuno?-
-Mio cugino, ma è in ritardo. Meriterebbe che lo lasciassi fuori a congelare.-
Grande fu la mia sorpresa quando Taliesin, il capo-druido, fece il suo ingresso nella casa del mio amico.
-Ci avviciniamo al cuore dell’inverno, cugino-, esclamò il nuovo venuto togliendosi il mantello dai colori sgargianti che indossava e sedendosi a tavola con noi.
-Siete cugini?!- domandai sorpreso.
-A volte me ne dimentico anch’io-, commentò ironico il padrone di casa mentre riempiva una ciotola di zuppa fumante anche per Taliesin. –Non smetterò mai di domandarmi come il vecchio Inahl abbia potuto nominarti suo successore a capo del Consiglio.-
-Perché sono più bello di te, Twilir-, scherzò il capo-druido, rivelando la sua vera personalità. –Spero ti abbia trattato bene, amico del sud-, disse poi rivolgendosi a me.
-L’ospitalità di tuo cugino è impeccabile, grande Taliesin.-
-Lascia stare il “grande”, Khalàd. Questo zuccone non lo merita-, mi corresse il giudice versando anche per me e per se stesso un’altra misura di brodo caldo.
-Hai creato un po’ di scompiglio con quella spada, lo sai?- mi disse Taliesin mentre metteva in tavola una forma di pane scuro ancora abbastanza morbido.
-Non era mia intenzione…-, iniziai esitante.
-Non devi scusarti. Gli Dei hanno un disegno per tutto e se tu hai avuto in dono un’arma del genere un motivo ci deve essere.-
-Vorrei conoscerlo anche io-, commentai amaro, cosa che non sfuggì ai due cugini.
-La Britannia potrà apparire selvaggia e inospitale a chi come te proviene dalle terre dominate dalla civiltà di Roma-, iniziò Taliesin. –Tuttavia è ancora una terra libera dove ogni uomo può costruire la sua strada.-
-Cosa intendi dire con questo? Che sono padrone del mio destino? Perché se è questo che intendi ti assicuro che ti sbagli.-
-Gli Dei tracciano le vie, Khalàd-, mi spiegò Twilir. –Siamo noi, però, a scegliere il modo di percorrerle.-
-Pensieri profondi per l’ora tarda, cugino-, intervenne Taliesin. –Abbiamo qui un uomo che cerca se stesso e una “spada del cielo” senza uno scopo. Che dobbiamo fare? I nostri compagni sacrificatori, divinatori e sognatori non sono riusciti a trarre indicazioni su di lui. Sapevano solo che sarebbe arrivato.-
-Dobbiamo rivolgerci a “lei”, Taliesin-, disse il giudice al suo superiore.
Taliesin annuì. –Lo pensavo anch’io.-
-Chi è “lei”?- domandai senza capire.
-E’ una veggente. Molto potente. I suoi genitori sono morti che era una bambina ed è stata allevata dai druidi. Il suo potere è molto grande, forse perché la sua famiglia non ha origini dalla Britannia ma da una terra molto lontana chiamata Grecia-, mi spiegò il capo-druido.
-Sono stato in Grecia ma non credo che i loro veggenti siano migliori dei vostri. Gli Dei sono meno chiacchieroni di quello che si possa immaginare-, commentai.
-Forse. Ma il suo potere è autentico e più volte ha fatto previsioni accurate che ad altri sembravano impossibili.-
-Se può darmi qualche valido consiglio la vedrò volentieri-, mi limitai a dire.
L’incontro fu fissato per il mattino seguente, al bosco di querce. Stavo in mezzo alla radura dove il fuoco ardeva ancora. Non faceva freddo e il sole che filtrava tra i rami degli antichi alberi creava un’atmosfera davvero magica. I druidi del Consiglio erano già arrivati ed erano disposti in circolo al limitare della radura, con i cappucci delle loro vesti calati sul viso, come la sera avanti. Mentre attendevamo l’arrivo della veggente, uno di loro, un bardo, intonò una canzone per ingannare l’attesa. Capii finalmente il motivo per cui i bardi erano annoverati tra i sacerdoti. Il potere ammaliante della sua musica e la forza delle sue parole potevano incantare anche la bestia più feroce. Fui subito conquistato da quel suono dolce che accompagnava le parole di un antico poema, la storia di un grande guerriero e della sua amata, credo. I bardi erano forse i più potenti tra i druidi perché, come ebbi modo di verificare, le loro parole arrivavano dritte al cuore e rendevano schiavo chiunque. I bardi erano anche la memoria storica del loro popolo, i depositari della cultura celtica che veniva tramandata oralmente, sotto forma di racconto o poema, dai più anziani ai più giovani.
Quando l’ultima nota del sacro strumento risuonò nell’aria, Taliesin si fece avanti e sollevò il suo bastone dalla testa di drago. –La veggente è arriva-, disse soltanto. Poi indicò con il bastone una figura minuta che a piccoli passi si avvicinava alla radura attraverso le querce. La sua veste era bianca e portava anche lei il cappuccio tirato sul capo. Due lunghe ciocche di capelli ondulati e neri scendevano dai lati del copricapo e subito qualcosa di lei mi risultò familiare. Si fermò davanti a me e al capo-druido e mostrò finalmente il suo volto, la sua pelle candida come il latte, i suoi occhi neri come la notte… Rimasi impietrito per lo stupore e anche lei ebbe lo stesso effetto, a giudicare dal modo in cui spalancò gli occhi quando mi vide in faccia. Tra lo sgomento generale dei presenti, le presi il viso delicatamente tra le mani e la baciai con passione. Un bacio al quale lei ricambiò con altrettanta intensità.
-Cassandra. Ti ho ritrovato-, riuscii solo a dire in un sussurro quando le nostre labbra si separarono.
-Il mio nome è Caysia-, disse lei con voce altrettanto carica d’emozione. –Non ti ho mai visto prima d’ora ma dal primo momento che ho posato gli occhi su di te sapevo che noi due eravamo legati indissolubilmente.-

-Mi puoi spiegare? Era Cassandra, immortale come te, o una donna che le somigliava?- mi domanda Cristina confusa.
-Discendeva dalla famiglia di lei. La mia Cassandra, probabilmente, si era creata una nuova famiglia in Grecia, a Itaca. Per qualche motivo i suoi discendenti mossero verso il nord, fino a giungere in Britannia e li vi erano rimasti. Il potere della veggenza, evidentemente, si era tramandato.-
-E’ una spiegazione plausibile, ma mi dici che lei ti ha riconosciuto!-
-E’ una cosa difficile da spiegare. Era come se la sua anima avesse attraversato i secoli come avevo fatto io e…-
-Lascia perdere, nonno. Mi fai venire il mal di testa.-

Taliesin ci guardava sbalordito. –Voi due vi conoscevate già? E’ impossibile! Khalàd! Hai detto che questa è la prima volta che visiti la Britannia!-
-E’ vero, capo-druido. Non ti ho mentito, ma posso darvi una spiegazione a tutto, in un altro momento. Ora… Caysia… vorresti provare a scrutare dentro di me, in cerca di una visione profetica?-
La ragazza, poco più che ventenne, annuì e puntò i suoi neri occhi indagatori su di me. Li chiuse dopo pochi istanti, sospirando, come se la cosa le procurasse sfinimento.
-La tua via è segnata ma è molto confusa. Vedo però qualcosa, qualcosa che succederà a breve. Vedo un uomo che vive nel fuoco. Ti batterai con lui. Ora lo stesso uomo sta battendo del ferro con un martello. Ti porge una spada ma non è quella che porti al fianco. Ora vedo un altro uomo, a cavallo, seguito da altri come lui. Porta un mantello rosso e impugna un vessillo raffigurante un’aquila. Sul suo petto però, è visibile la flebile immagine di un drago alato, come fosse uno stemma….-
Caysia cadde sfinita ma la presi tra le braccia prima che potesse toccare terra. –Sei stata molto brava, amore mio. Ora vedo più in la del domani e voglio che tu ne faccia parte.-
-Cosa succede, Khalàd?! Alcune cose di ciò che ha detto le comprendo, altre invece…-, esclamò Taliesin preoccupato.
-Ho bisogno di parlare a te e al Consiglio più liberamente, amico mio, senza formalità e cerimonie. So che non è vostra usanza rompere le tradizioni ma ciò che devo dirvi è importante per voi e la Britannia.-
Il capo-druido mi fissò intensamente poi annuì. –Amici-, chiamò Taliesin e gli altri druidi presenti si fecero avanti. –Riuniamoci accanto al sacro fuoco. Gli auspici sono tratti e vanno interpretati. L’uomo del sud ne conosce già in parte il significato e vuole condividere questa conoscenza con noi.-
Quando Caysia si fu ripresa, parlai al Consiglio dei sacerdoti di Britannia. –Amici druidi-, iniziai. –La veggente mi ha parlato di molte cose e una di queste riguarda la vostra terra. Tre parole bastano per esprimervi ciò che accade e questo darà inizio ad un tempo di grandi cambiamenti. Roma sta arrivando.-
-Il vessillo dell’aquila-, commentò Taliesin con il viso inespressivo.
-Vengono in pace o da conquistatori?- domandò uno dei presenti, interrompendo di fatto il silenzio che aveva caratterizzato il Consiglio nei miei confronti, ad eccezione di Taliesin.
-I romani impongono la loro di pace. Sottomettiti o muori, è il loro pensiero.-
-Possiamo combatterli, Khalàd?- mi chiese Taliesin sinceramente preoccupato. Scossi la testa.
-Roma è una grande, enorme, inarrestabile macchina da guerra. Se vai allo scontro con le legioni conoscerai solo la sconfitta.-
-Siamo destinati al giogo, allora-, parlò un altro druido infervorandosi, probabilmente per nascondere la paura. Un accordo dell’arpa del bardo lo richiamò alla calma. Si poteva soprassedere sulle formalità per una volta ma non sul rispetto che si doveva ai compagni, al luogo e all’ospite.
-C’è un modo per non essere sconfitti da Roma-, annunciai. –Non opporsi. Ho visto con i miei occhi che dove i romani dominano senza opposizione, anche la popolazione vive nel benessere e senza patemi. Dove invece il popolo si rivolta… Roma risponde con il ferro.-
Dai volti dei druidi capii che la mia soluzione non era molto gradita. –Rifletteremo sulle tue parole, uomo del sud-, mi disse formalmente Taliesin, per riportare la discussione nell’ordine del cerimoniale. –Ti chiederei un favore. Accompagneresti la veggente alla sua abitazione? E’ stanca e ha bisogno di riposo. Io vi raggiungerò dopo che avremo discusso.-
-Sarà un onore, capo-druido-, risposi prendendo la mano di Caysia e accomiatandomi poi dal Consiglio.
Il sole del mattino riscaldava un po’ la terra e la ragazza alzò il viso al cielo per lasciarsi scaldare la pelle dai raggi luminosi. Non sapevo che dire, specie per spiegare il bacio.
-Sento che sei confuso… Khalàd. Riguarda me?- mi domandò lei mentre mi conduceva per mano sulla strada per il villaggio.
-Lo sono, Caysia. Mi sembra incredibile quello che sta accadendo, eppure dovrei essere abituato alle stranezze.-
-Perché quando ti ho visto è stato come se ti conoscessi e…-, arrossì, -Ti amassi da sempre?-
-Non so come sia potuto succedere ma una cosa posso dirtela con certezza. Ti ho amato, ti amo e ti amerò sempre con tutto il mio cuore.- Stavo piangendo perché l’emozione per quel miracolo era troppo forte da assorbire in un attimo.
-Chi siamo, Khalàd?- mi domandò Caysia quando fummo in vista del villaggio.
-Tu sei stata Cassandra, principessa troiana e figlia del re Priamo. Il Dio Apollo ti fece il dono della preveggenza ma più volte si rivelò una maledizione piuttosto che una benedizione. Fosti fatta prigioniera dai greci quando Troia fu distrutta ma io riuscii a convincere Ulisse, il re di Itaca, a riscattarti e a portarti in salvo. Purtroppo poi non sono potuto tornare da te e immagino che la tua vita sia continuata per altre strade.-
-Chi eri tu? Un principe? Un re? Un guerriero? Qual era il tuo nome? Se tu ricordi, forse posso risvegliare anch’io questi ricordi ancestrali.-
-Io ero me stesso. Probabilmente la tua anima ha viaggiato nel tempo. Io l’ho fatto in carne e ossa.-
Mi lasciò la mano di colpo e si ritrasse spaventata. –Mi stai dicendo che sei…-
-Non qui. In casa. Devo mostrarti una cosa-, le dissi serio. –Una cosa che non ti mostrai neppure al tempo in cui ci siamo conosciuti, centinaia di anni fa.-
Lei annuì e mi tese timidamente di nuovo la mano. Caysia viveva sola, in una casa un po’ isolata al limitare del villaggio. Era strano che una persona con un potere così grande non abitasse accanto al capo-druido.
-Io non sono un druido-, mi spiegò quando richiuse la porta alle nostre spalle. –Mi lasciano vivere qui solo per proteggermi. Taliesin ritiene che il mio potere possa essere usato contro il popolo celta.-
-Taliesin è saggio-, concordai. La casa era totalmente diversa da quella di Twilir anche se l’aspetto esterno era identico. In quella della mia amata si vedeva chiaramente l’impronta di una donna, nell’arredo, nei colori, nell’ordine.
-Ora dimmi, Khalàd. Chi sei?-
-Io sono un immortale. Sono nato in Mesopotamia, nella città di Uruk, oltre duemilaquatrocento anni fa. Una notte, un fulmine scagliato dal cielo da qualche divinità in vena di scherzi, mi lasciò questa cicatrice-, le dissi mostrandole il marchio del cielo impresso sulla mia carne. –E uccise il mio migliore amico. Eravamo andati a vedere il luogo dove una stella era caduta e vi trovammo il metallo per fare la mia spada.- Per provarle ciò, estrassi la mia lama egizia e mi ferii superficialmente un braccio. Con gli occhi colmi di terrore, Caysia vide la ferita smettere di sanguinare e richiudersi.
-Ho paura di ciò che mi hai detto e di quello che ho visto-, disse lei dopo un lungo momento di silenzio. –Eppure non riesco a temerti.-
-Ciò che io sono non dipende dalla mia volontà. Dentro questo corpo immortale c’è un uomo che sa discernere il bene dal male, sa soffrire e, soprattutto, sa amare.-
Mi corse incontro e mi baciò ancora più appassionatamente di quanto avesse fatto nel bosco sacro. Le accarezzai i capelli sottili come fili di seta, mi inebriai del suo profumo floreale, la strinsi a me come non avevo più stretto una donna da quando avevo lasciato Troia.
-Ora non c’è tempo per noi, amore mio-, le dissi fissandola dolcemente negli occhi. Lei annuì.
-Attendiamo Taliesin. C’è molto da dire e molte decisioni da prendere.-
Il capo-druido bussò alla porta di Caysia non molto tempo dopo. Twilir era con lui.
-Il Consiglio sembra impazzito!-, sbottò il capo dei sacerdoti sedendosi. –Mettono in dubbio le parole di Caysia, dopo che innumerevoli volte le sue previsioni si sono avverate.-
-Non credono che i romani arriveranno?- domandai accigliandomi.
-Neppure una parola. Solo il bardo ha parlato in favore della veggente-, continuò Twilir. –Pensano che se anche i romani arrivassero, li potremmo sconfiggere in mare o lungo le coste.-
-Pazzi. Non hanno idea di ciò che Roma può scatenare.-
-E’ la nostra terra, Khalàd. Puoi biasimarli se vogliono difenderla?- tornò a chiedermi il giudice.
-No. Non li biasimo. Ma a chi resterà questa terra dopo che loro saranno morti?- Un silenzio glaciale cadde nella stanza perché le mie dure parole avevano colto nel segno. –Hai detto che conosci il significato della prima parte della visione di Caysia-, chiesi a Taliesin per rompere la tensione del momento.
-E’ vero. Ma credo sia inutile parlarne.-
-Invece devi, capo-druido-, intervenne la mia amata. –Oppure lo farò io. Se quell’uomo compare nella visione deve esserci un valido motivo.-
-E va bene. Il suo nome è Calhorn ed è l’ultimo discendente di un antico popolo di fabbri dalle capacità quasi magiche.-
-Raccontagli tutto, Taliesin-, lo esortò suo cugino Twilir mentre versava per tutti un forte e dolce liquore da una fiaschetta che aveva portato con se. –Deve sapere, se davvero è destinato ad incontrare e a battersi con Calhorn.-
-Ne parlate come fosse un demone-, commentai.
-Non è proprio un demone, ma diciamo che ha un gran brutto carattere-, aggiunse il custode della Legge.
-E’ forse l’uomo che ha forgiato l’altra spada?-
-Si-, confermò Twilir, incurante dell’occhiata di disappunto che il cugino gli aveva indirizzato per quella rivelazione.
-In divinatori, i veggenti e i sacrificatori di allora-, iniziò Taliesin, -Parlarono della stella caduta come di un dono del cielo alla Britannia. Provammo a fondere il metallo che trovammo nel cratere che un tempo era stato un lago, ma non ci riuscimmo. Abbandonammo il progetto in attesa di imparare nuove tecniche per operare sui metalli ma un giorno un uomo, un fabbro, si presentò al capo-druido, il mio predecessore Inahl, e gli fece un’offerta. Lui avrebbe fuso il metallo e forgiato la spada e noi, in cambio, gli avremmo insegnato alcuni dei nostri segreti.-
-Mantenne il patto?- domandai al druido.
-Si. Ma quando Calhorn andò da Inahl per reclamare il suo compenso, me ne vergogno a dirlo, il capo-druido rifiutò di rispettare l’accordo. Il fabbro allora minacciò di tenere per se la spada perché sapeva quanto importante fosse per i druidi. Inahl cedette ed elargì l’insegnamento al fabbro. Tuttavia, da quel giorno, non volle più saperne di noi e si ritirò nella sua dimora a nord, tra le montagne.-
-Come ha fatto a fondere il metallo?-
-Ha usato il Fuoco della Britannia, anche se non sappiamo cosa sia esattamente. Calhorn ne è il custode e solo lui sa usarlo.-
-Posso vederla? La spada intendo-, chiesi a Taliesin.
-L’ho portata proprio per questo-, rispose l’uomo togliendosi dalla spalla un fagotto dalla forma allungata. Lo svolse sopra il tavolo e comparve una lunga spada infilata in un fodero di cuoio. L’elsa e l’impugnatura formavano una sorta di croce con la lama. Il pomolo, che serviva a bilanciare l’arma, era modellato a testa di drago, allo stesso modo in cui quello della mia raffigurava uno sciacallo. –Ecco Excalibur, la “spada del cielo”, forgiata per difendere la Britannia da coloro che vogliono sottometterci e distruggerci.-
La presi in mano con reverenziale timore e la estrassi dal fodero. Una lama lucente e perfetta comparve dalla protezione di cuoio e io seppi allora quanto imperfetta era stata la mia fino a quel momento, al di là dell’estetica. Bilanciamento e maneggevolezza erano strabilianti e anche il taglio era qualcosa di mai visto. Mi strappai alcuni capelli e li gettai in aria, facendoli ricadere sulla lama che li tagliò senza neppure essere mossa. Quella era la spada più potente del mondo. Dopo aver posato Excalibur, estrassi la mia spada e la posai di fianco alla britanna. Un suono acuto che assomigliava ad una vibrazione inondò la stanza e capimmo che il fenomeno era provocato dalle due spade. -Hanno percepito la vicinanza l’una dell’altra e ora cantano la loro canzone-, affermò Twilir sbigottito. –E’ un vero prodigio!-
-Devi andare da Calhorn-, mi disse Caysia senza distogliere gli occhi dalle due spade.
-Si. Devo. La mia spada deve essere riforgiata ancora una volta-, dissi riprendendo la lama egizia e rinfoderandola. –Dove posso trovare Calhorn?- domandai a Taliesin mentre anch’egli riponeva Excalibur e la celava nuovamente alla vista.
-Se questo è il tuo desiderio ti ci accompagnerò io, Khalàd-, mi disse Twilir. –Il viaggio non è lungo ma per trattare con il fabbro è bene che ci sia con te qualcuno che lo conosca.-
-Ti sono grato per il tuo aiuto, Twilir.-
-Non devi ringraziarmi. Mi farò volentieri un viaggetto al nord e poi la moglie di Taliesin non lo perdonerebbe mai se partisse ora, nel bel mezzo dell’inverno e con un bambino in arrivo.-
-Stai per diventare padre?!- gli domandai sorpreso.
Il capo-druido annuì con il viso sorridente. –Nascerà poco prima di Beltane, la Festa del Rinnovamento.-
-Le mie congratulazioni, amico mio.-
-C’è ancora una cosa che non capisco-, intervenne Caysia riportando il discorso sul tema principale del nostro incontro. -Io ho visto anche un uomo a cavallo, un romano a quanto dici.-
-Esatto-, confermai. –Il vessillo dell’aquila è l’emblema imperiale di Roma.-
-Perché allora sul suo petto compariva uno dei nostri simboli sacri, il drago?-
-E’ una cosa che non adesso comprendo ma forse il tempo svelerà anche questo mistero.-
Non volevo correre e chiesi a Twilir se poteva ospitarmi a casa sua per un po’, finché non saremmo partiti, ma Caysia si oppose decisamente.
-Non se ne parla, Khalàd. Tu resti qui-, mi intimò con uno sguardo malizioso carico di significato.
-Sei sicura di quello che fai, Caysia. Vi conoscete appena…-, iniziò timido Taliesin.
-Non hai una moglie che ti aspetta, capo-druido?- le disse senza neppure guardarlo.
-Naturalmente. E anche Twilir deve andare. Non è vero cugino?-
-Direi di si. Khalàd è in buone mani a quanto vedo-, mi derise l’anziano giudice facendomi arrossire come un bambino.

-Ti ha preso al laccio e ti ha messo nel recinto, nonno-, rincara la dose Cristina. E’ incredibile come dopo tanto tempo mi senta ancora in imbarazzo ripensando a quella situazione.
-Lo volevo anch’io-, rispondo per cercare di giustificarmi anche se la realtà è evidente. Caysia aveva preso le redini della situazione.

-Quando partiremo, Twilir?- domandai al custode della Legge prima che uscisse dalla casa della mia amata.
-Tra due o tre giorni. Devo fare dei preparativi e dobbiamo anche consultare gli àuguri sull’esito della nostra missione. Chiederò ad un sacrificatore di leggere le interiora per noi.-
-E’ necessario?-
-Non sottovalutare i messaggi degli Dei, Khalàd-, mi rispose Twilir tornando serio. –Hanno molti modi per manifestare la loro volontà.-
-E sia, allora. Attenderò il tuo arrivo.-
Richiusa la porta per tenere fuori il freddo, Caysia non perse tempo. Come se si fosse trattenuta per un tempo insopportabile, mi corse incontro e mi buttò le bracci al collo, baciandomi con passione. I suoi occhi erano bagnati di lacrime.
-Non so perché piango, ma sono lacrime di gioia-, mi disse quando riuscimmo nuovamente a guardarci negli occhi.-
-E’ la tua anima che piange di gioia, perché ci siamo ritrovati dopo tanto tempo. Le spiegai accarezzandole i lunghi capelli corvini.
-Non lasciarmi mai più, Khalàd. Vai dal fabbro, riforgia la spada e torna da me, guerriero immortale.-
-Lo farò. Non temere-, le assicurai prima di baciarla nuovamente. Nel silenzio della stanza, in nostri passi si diressero verso il letto per dare inizia ad un appassionato tempo d’amore.
Due giorni dopo, Twilir venne a bussare alla nostra porta. –E’ tempo, Khalàd. Il sacrificatore ci aspetta per trarre gli auspici.-
Il sacrificatore di cui il giudice parlava era un uomo alto e talmente magro da poter essere scambiato per il ramo di un albero. Lo incontrammo al limitare del villaggio dei druidi, in uno spiazzo erboso dove stava una pietra che serviva da altare. La pietra era tutta annerita, probabilmente dal sangue dei precedenti sacrifici. Il druido teneva al laccio una capretta.
-Siamo qui, Oldin. Possiamo cominciare.-
Il sacrificatore annuì e prese in braccio il povero animale, lo mise sopra la pietra ed estrasse il coltello rituale dalla cintura della sua veste. Ignorando i belati di disperazione della povera capra, Oldin tagliò la gola all’animale bagnando poi la pietra con il suo sangue. Stavo per dire qualcosa ma Twilir mi strinse un braccio e scosse la testa. Non era il caso. Si attese che la capra fosse morta dissanguata, poi il sacrificatore la rivoltò e le squarciò la pancia. Un fumo nauseabondo si levò da quel corpo inerme perché il freddo del mattino era pungente. Posato il coltello, Oldin infilò le mani nel ventre aperto della capra e iniziò a rovistare tra le interiora.
-Il vostro viaggio si preannuncia tranquillo-, sentenziò il druido con una voce roca e sgradevole almeno quanto il suo compito. –Arduo però sarà portarlo a termine. Vedo una temporanea separazione e… un incantesimo oscuro che dev’essere annientato.- Il sacrificatore rivoltò le viscere della capra ancora per un po’ ma non disse altro. –E’ tutto-, concluse.
-Ti siamo grati, fratello Oldin. Appena potrò ti pagherò il compenso stabilito-, disse Twilir all’altro druido.
-Di quale compenso parli?-
-Il servizio di un druido va pagato come qualsiasi altro. Non viviamo d’aria, amico mio-, mi spiegò il giudice britanno.
-E a quanto ammonta questo compenso?-
-Bisogna risarcirlo di una capretta e del cibo per tre giorni, oppure l’equivalente in oro o in manufatti vendibili, per comprare provviste al villaggio vicino. Durante l’inverno il cibo è scarso così tra noi… diciamo che pratichiamo il credito-, concluse sorridendo. –Ora andiamo.-
-Aspetta, Twilir. Il servizio era per me, quindi è giusto che sia io a pagare. Ho dell’oro romano. Pensi possa andare bene?-
Ci accordammo per una moneta d’oro e partimmo finalmente per il nostro viaggio. Gli auspici erano stati buoni e anche se si parlava di un incantesimo oscuro il mio animo era sereno. Ora che avevo ritrovato il mio amore avrei potuto affrontare anche un’armata di demoni.
Twilir aveva ragione. Non fu un viaggio lungo perché Calhorn viveva poco più a nord del villaggio dei druidi, nel cuore delle colline della Britannia, in un luogo isolato e selvaggio dove nessun uomo sano di mente avrebbe costruito la sua casa. Impiegammo tre giorni di cammino per raggiungere la dimora del fabbro, una casa completamente di pietra addossata ad una parete rocciosa che costituiva il fianco di una bassa altura. Era mattino ma il sole non scaldava quell’angolo di mondo perché l’abitazione era rivolta a nord.
-Calhorn!- chiamò a gran voce Twilir. –Sei in casa?- Nessuna risposta.
-Forse non c’è-, ipotizzai io.
-Speriamo il contrario o avremo fatto un viaggio a vuoto.-
-Calhorn! Sono Twilir!- ripeté il mio amico.
-Motivo in più per non rispondere!- esclamò una voce possente e burbera proveniente dall’interno della casa. Un uomo basso e dalle spalle larghe, con indosso solo un grembiule di cuoio, uscì dalla casa di pietra. In mano stringeva una pesante scure. Aveva lunghi capelli bianchi raccolti in una treccia che gli scendeva lungo la schiena. Anche la barba era lunga e bianca ma l’uomo la teneva tagliata e raccolta in modo che assomigliasse a tante spine rigide. –I druidi non sono ben accetti qui.-
-Lo so, amico, ma questo è un caso particolare. Non sono qui per i druidi ma per questo giovane guerriero.-
-E che vuole?-
-Ha una “spada del cielo” da riforgiare. Ti interessa?-
Calhorn alzò un sopracciglio cespuglioso e puntò i suoi piccoli occhi grigi su di me. –Dipende. Costerà molto e poi si deve meritare il mio aiuto.-
-Non basta che ti paghi?- gli domandai iniziando a stancarmi della sua reticenza.
-Sono l’unico che sa lavorare il metallo per fare le “spade del cielo”. Pensi che chiunque ne trovi un po’ possa venire da me e farmi lavorare? Dovrai batterti con me e sconfiggermi. Allora accetterò il lavoro.-
Sorrisi. Sarebbe stato un gioco da ragazzi. –Accetto!- La visione di Caysia era veritiera ma non avevo ragione per dubitarne.
-Stai attento, Khalàd. Non sottovalutarlo. Ha una capacità nascosta di cui solo Taliesin è a conoscenza e questo potrebbe girare lo scontro a suo favore-, mi ammonì Twilir.
-Vedremo-, commentai estraendo la mia spada egizia. –Anche io ho capacità nascoste che mi possono tornare utili.-
Avanzai verso il fabbro che mi aspettava davanti alla sua casa, con l’ascia impugnata saldamente a due mani. Scattai in avanti per tentare di sorprenderlo ma il suo atteggiamento non cambiò. Deviò il mio attacco e si spostò dalla mia traiettoria.
-Bella mossa, ragazzo. Avrei provato anch’io così-, mi disse il basso uomo quasi a deridermi.
Muovendosi con un’agilità impressionante fece per piazzarmi un colpo di piatto appena dietro al ginocchio. Io però ero un combattente troppo esperto per farmi sorprendere in quel modo ed evitai facilmente quello sporco trucco. Calhorn non si ritrasse. Non intendeva studiare la mia tecnica come qualsiasi combattente con un po’ di esperienza avrebbe fatto. Iniziò ad attaccarmi a colpi d’ascia sempre più possenti che, pur non sfiorandomi, mi fecero indietreggiare di parecchio. Alcuni li schivai, altri li parai con facilità. Ero però sorpreso dalla tranquillità con cui il fabbro viveva quello scontro, e avevo caldo, molto caldo. Sembrava che l’aria attorno a me iniziasse a scottare, ed eravamo nel cuore dell’inverno. Calhorn, invece, pareva diventare sempre più forte. Che fosse il potere segreto di cui mi aveva parlato Twilir? La conoscenza ottenuta in cambio della creazione della spada Excalibur? Decisi di ricorrere anche io ad una forza superiore, ad una forza animale. Richiamai a me lo spirito del leone ed iniziai ad attaccare selvaggiamente il mio avversario allo stesso modo in cui lui aveva attaccato me. I miei colpi erano rapidi e precisi e sarebbero stati tutti letali se non avessi girato la mia spada di piatto per non ferire il fabbro. L’aria si fece incandescente ma non me ne curai. Ora il nostro duello si svolgeva in un continuo rovesciamento di fronte fatto di assalti e tattiche difensive. Ad ogni momento che passava diventavamo entrambi più forti. Lui, probabilmente, grazie al fuoco che non so come riusciva ad emanare, io con l’aiuto dello spirito animale che mi dominava. In un ultimo possente scontro, le nostre armi volarono via dalle nostre mani e si piantarono nel terreno poco lontano da noi. L’aria tornò a raffreddarsi e io dissolsi il potere spirituale dell’animale africano.
-Superbo!- esclamò il fabbro tarchiato riprendendo fiato. –Nessuno mi aera mai stato alla pari prima d’ora.-
-Che mi dici del calore che sentivo tutto intorno a me?-
-E tu che mi dici di quella forza e quella ferocia che hai richiamato in tuo aiuto?-
-Ognuno ha i suoi segreti, Calhorn-, gli risposi. –Vuoi riforgiare la mia spada, ora?-
Il fabbro guerriero mi osservò intensamente poi annuì. –Prendi le nostre armi e seguitemi dentro, tutti e due.-
-Magnifico, Khalàd. Non avevo mai visto nulla di simile-, esclamò sorpreso Twilir quando mi fu accanto.
-E’ stata dura. Il combattimento più strano che abbia mai intrapreso.-
-Lo hai impressionato e questo non accade tanto spesso-, mi spiegò il giudice. –Lo so perché in tutti questi anni ho tenuto i contatti con lui, all’insaputa degli altri druidi che sembrano disprezzarlo.-
-Per quale motivo?-
-Ritengono che la forza che lui nasconde, il Fuoco della Britannia dovrebbe appartenere a loro. Inahl, il vecchio capo-druido, era un uomo molto saggio ma anche molto arrogante. Aveva idee ben precise sulle divisioni sociali e sugli uomini da ritenersi inferiori. Calhorn, per lui, era uno di essi.-
-Ma non per te. Come mai?-
-Io sono un custode della Legge di Breohn, un druido originario dell’isola magica che affianca la Britannia, quella che nella versione più arcaica della nostra lingua chiamiamo Inish Fàil, l’isola del destino. La Legge riconosce una netta differenza tra le classi sociali della nostra civiltà, tuttavia associa ad ognuna di esse la stessa importanza per il benessere e la sopravvivenza dei celti, si chiamino essi Britanni, Pitti, Scoti o Calédoni.-
La casa di Calhorn era, se possibile, ancora più spoglia di quella del mio amico druido, eppure era calda, nonostante non vedessi nessun fuoco acceso. Gli riconsegnai l’ascia e lui indicò la mia spada. –Fammela vedere-, mi disse senza mezzi termini, gettando la scure in un angolo della stanza.
Gli consegnai la mia arma ed attesi che la esaminasse. La girò e la rigirò, osservando attentamente la lama, poi l’impugnatura e infine il pomolo a testa di sciacallo. La soppesò e la fece volteggiare un po’.
-Un’arma notevole ma imperfetta-, fu il suo commento.
-Non sarei venuto da te se non ne fossi cosciente.-
-E’ lo stesso metallo usato per Excalibur-, aggiunse Twilir.
-No, non è lo stesso, amico mio-, disse il fabbro scuotendo la testa. –Questo sembra più duro dell’altro, più adatto a creare una spada che debba resistere al tempo che non ad un’arma invincibile.- Le potenze celesti avevano pensato davvero a tutto, pensai con sarcasmo.
-Posso riforgiarla ma il potere di quest’arma sarà inferiore a quello di Excalibur-, sentenziò Calhorn.
-Non importa. Il suo scopo è proprio quello di attraversare il tempo.-

-Non capisco-, mi dice Cristina perplessa. –Hai detto che sai dove si trova Excalibur. Allora anche lei ha attraversato il tempo.-
-Lo ha fatto-, confermo. –Ma il metallo stellare di quella spada non ha resistito all’influsso del tempo come ha fatto la mia. Se la vedessi ora la riterresti una comune spada medievale e null’altro.-

-Fai ciò che devi, continuai. Pagherò qualsiasi prezzo pur di vedere la mia spada rinascere più forte di prima-, aggiunsi.
-Certo che mi pagherai! Mica lavoro per la gloria, io!- fu la sua burbera risposta, accompagnata da un mezzo sorriso. Il suo viso si fece serio di colpo. Stringeva l’impugnatura della spada come se volesse frantumarla e sulla sua fronte comparvero gocce di sudore. Di colpo la gettò sul tavolo che c’era nella stanza e si accasciò su una panca.
-Che ti succede, Calhorn?- gli domandai preoccupato.
-Magia!- esclamò spalancando gli occhi. –Una magia oscura avvolge questa spada. Ora è debole ma è indissolubilmente legata alla spada. Deve essere distrutta per poter rifondere il metallo.-
-Oldin lo aveva predetto, Khalàd-, aggiunse Twilir continuando ad osservare pensieroso la mia arma.
-Lo so. Il sacrificatore ha visto giusto e avrei dovuto immaginare di cosa si trattava-, risposi.
Era il potere di Seth, Dio dei deserti e dell’uragano. Lontano dall’Egitto il suo potere era venuto meno ma la spada, oramai, era un tutt’uno con esso.
-Puoi farlo?- domandai ansioso. Mi doleva separarmi dallo spirito di Seth che, per quanto fosse un Dio oscuro, mi era stato sempre vicino in battaglia. –Puoi dissolvere l’incantesimo?-
-Non ora. Per poterlo fare, un’entità altrettanto oscura mi deve affiancare e il momento è passato-, spiegò Calhorn.
-Sahmain, il Dio della morte-, disse Twilir terribilmente serio. –Non sarà pericoloso?-
-Probabile, ma non c’è altro mezzo-, sentenziò il fabbro. –Torna da me il giorno che Twilir ti dirà e vedrai di persona la forgiatura della tua nuova spada-, mi disse dopo essersi ripreso.
-Gli farai vedere il Fuoco della Britannia?- gli chiese il giudice meravigliato.
-Certo. Lui non è un druido. Mi è più simpatico di voi-, rispose Calhorn ridendo e anche Twilir si unì a lui.
Fu triste tornare senza la mia spada ma se non c’era altro mezzo ero disposto ad aspettare.
-Non essere in pena per la tua arma-, cercò di rincuorarmi il druido durante il viaggio di ritorno. –E’ in buone mani. Tra meno di un anno la riavrai e sarà sicuramente magnifica.-
-Mi fido del tuo giudizio, amico mio. Oldin aveva visto giusto nelle viscere. Una separazione c’è stata.-
-Non crucciarti ora. Hai qualcuno che ti aspetta a casa e troveremo sicuramente qualcosa di utile da fare per un uomo dalle grandi doti come te.-
Inutile dire quale fosse stata la felicità di Caysia nel vedermi tornare sano e salvo. Nel momento in cui la vidi sulla soglia di casa la spada uscì totalmente dai miei pensieri e la mia mente fu colmata solo di lei.
Iniziai a vivere stabilmente con i druidi e, come era avvenuto per il Popolo del Leone, condivisi con loro le mie grandi conoscenze. In breve tempo, anche se non ero un iniziato ai misteri della religione celtica, iniziarono a considerarmi a tutti gli effetti uno di loro, come accadeva per Caysia, e molto spesso ero invitato assieme a lei alle riunioni del Consiglio. Quando giunse la bella stagione i druidi si misero in viaggio, vagando per tutta la Britannia per offrire i loro servigi e le loro conoscenza al popolo di quella terra. Viaggiai anche io, con Caysia, e assieme a noi venne Twilir.
-Sono vecchio e certi viaggio diventano duri da affrontare da solo-, motivò la sua decisione, ed entrambi fummo felici di avere con noi quell’amico che tanto aveva fatto per me.
Tornò la stagione fredda e una sera il custode della Legge bussò alla nostra porta. Quando aprii vidi che il suo volto era molto serio.
-E’ giunto il momento?- gli domandai sapendo già di cosa si trattava.
-Si. Domattina presto partiremo. Tra tre giorni sarà la notte benedetta dal Dio della morte e con il suo aiuto la tua spada verrà riforgiata.-
Il mattino seguente eravamo pronti prima che il sole sorgesse ma quale fu la nostra sorpresa quando Caysia annunciò che sarebbe venuta con noi.
-Non so se sia il caso, ragazza…-, iniziò a dire Twilir perplesso.
-Nulla mi farà cambiare idea, amico druido. Voglio essere presente anch’io alla rinascita della spada del mio amato. E poi non resterò più da sola mentre fuori gli spiriti dei morti vagano nell’oscurità, in attesa che qualcuno si ricordi di portarmi il “fuoco nuovo”-, insistette, riferendosi alla festa in onore della morte in cui si diceva che gli spiriti inquieti vagassero nella notte finché un nuovo fuoco, benedetto dai druidi, non avesse riacceso i focolari.
-E va bene-, acconsentì il giudice. –Ma non so come la prenderà Calhorn.-
Calhorn la prese bene. Conosceva Caysia di fama e si sentiva onorato di avere nella sua casa la grande veggente, persino imbarazzato per l’inadeguatezza della sua misera dimora.
-Non preoccuparti, mastro fabbro. Starò benissimo qui. Preoccupati soltanto del compito che ti sei assunto. La scorsa notte una visione mi ha avvertito che l’ora scelta è propizia per dare nuova vita a quel metallo.
-Davvero hai avuto una visione?- le chiesi sottovoce quando il fabbro si fu allontanato per preparare la sua fucina, anche se ancora nessuno l’aveva vista.
-No. E’ solo uno stratagemma per farlo lavorare con più convinzione-, rispose lei strizzandomi l’occhio.
Prima che la luna fosse alta nel cielo, Calhorn ci invitò a seguirlo nella sua fucina, dove ardeva il Fuoco della Britannia. Nonostante detestasse apertamente i druidi, aveva concesso anche a Twilir di seguirci, a dimostrazione del fatto che il fabbro considerava il giudice un uomo degno di rispetto e amicizia. Si accedeva alla fucina tramite un pertugio dietro la sua casa perché era situata all’interno della collina, in una caverna. Mentre scendevamo al lume della torcia tenuta alta da Calhorn, il calore si faceva sempre più intenso e, quando giungemmo a destinazione, era divenuto quasi insopportabile. Il fabbro, invece, sembrava a suo agio. Il calore era sprigionato da un fiume di fuoco che scorreva accanto allo spiazzo roccioso su cui ci trovavamo. Il Fuoco della Britannia, il sangue incandescente della terra, un torrente di lava che scorreva sotto la collina accanto alla casa del fabbro. Guardammo sbalorditi quello spettacolo affascinante e allo stesso tempo terrificante. Poco lontano da noi si trovavano l’incudine, una rastrelliera a cui erano appesi gli attrezzi di forgia assieme alla mia spada e una vasca di pietra vuota dove sarebbe stato versato il liquido di raffreddamento. Calhorn aveva un otre di pelle animale con se, probabilmente il liquido era li dentro.
-Resterete solo il tempo necessario per vedere la forza oscura della spada dissolversi e il metallo diventare incandescente. Poi dovrete andarvene mentre io resterò a lavorare tutta la notte. Non resistereste molto tempo a questo calore.
-E tu come fai a resistere? Abitudine?- domandò Twilir che sudava copiosamente almeno quanto me. Anche Caysia non stava molto bene e temevo che svenisse da un momento all’altro.
-Devo ringraziare Inahl-, rispose. –Il pagamento per Excalibur e stato la capacità di assorbire le energie della natura e di assoggettarle ai miei scopi. Ci riesco solo con il fuoco ma per me tanto basta.-
-Ecco perché l’aria si scaldava quando combattevamo!- esclamai un po’ indignato per quello stratagemma.
-Bando alle chiacchiere. Procediamo. La veggente non durerà molto qui dentro.-
Presa la spada, Calhorn si avvicinò al fiume di fuoco e vi si inginocchiò accanto. Infilò la lama nella lava incandescente e poi la ritrasse. Nessun segno che il metallo si arroventasse. Ripeté l’operazione e stavolta invocò l’aiuto divino.
-Sahmain, signore della notte, dissolvi con il tuo grande potere il maleficio che avvolge questa lama e permettimi di riforgiarla perché diventi uno strumento per aiutare il tuo popolo!- esclamò il fabbro a gran voce, stringendo la spada con quanta forza aveva. Gli occhi dello sciacallo del pomolo si illuminarono per un attimo, poi una nube nera si levò dall’impugnatura della spada, mentre l’artigiano quasi urlò per lo sforzo di resistere all’onda d’urto del potere di Sahmain. Quando il fabbro la estrasse dalla lava, il metallo si era fatto incandescente e poté iniziare la lavorazione.
-Andatevene ora ma tu, uomo del sud, torna tra qualche ora. Dovrai dare l’ultimo colpo di martello alla lama-, ci ordinò ancora ansimante per l’immane sforzo sostenuto.
Eseguimmo il suo comando senza perdere tempo. Caysia era al limite della resistenza e anche Twilir faticava a respirare. Quando fummo nuovamente all’aperto ringraziammo il cielo per il freddo che la notte portava con se e ci riempimmo i polmoni di aria fresca come se non ne assaporassimo da molto tempo.

-Perché Calhorn voleva che tu dessi l’ultimo colpo di martello?-
-Per legare la spada indissolubilmente a me piuttosto che al qualche altra divinità oscura-, spiego a mia nipote.

Quando tornai nella caverna vidi che l’uomo aveva lavorato con una velocità impressionante. Aveva modellato una nuova elsa e un nuovo pomolo, entrambi con motivi provenienti dalla tradizione celtica e la lama era ormai finita. Nella vasca di pietra un liquido rosso e puzzolente era servito per raffreddare il metallo e temprarlo.
-E’ sangue di agnello-, mi spiegò il fabbro, notando che osservavo il liquido cremisi con un certo disgusto. -Il sangue di innocenti genera una tempra unica nel suo genere, l’unica degna di una “spada del cielo”.-
-E’ finita?- gli chiesi per cambiare discorso.
-Manca un solo colpo di martello e lo dovrai dare tu. Nel momento in cui cali l’attrezzo sulla lama, pensa al nome che vuoi dare alla spada e non rivelarlo mai a nessuno in futuro. In questo modo nessuno riuscirà a sciogliere il legame che c’è tra te e l’arma.-
Presi il martello che Calhorn mi porgeva e pensai per qualche istante. Calai di colpo il martello sul punto che il fabbro mi indicava e la lama fu finita. Per ridare a Seth almeno una parte di ciò che gli era stato tolto, accompagnai quel colpo di martello ad un nome che onorasse il suo terribile potere. La chiamai “Uragano”.
-Ben fatto, Khalàd. Ora torna in casa perché devo terminare il lavoro assemblando le varie parti della spada.-
-Il tuo oro sarà li ad aspettarti con me-, gli assicurai prima di andarmene.
Era l’alba quando Calhorn ricomparve in superficie. La spada che mi portava era totalmente diversa da quella che gli avevo affidato quasi un anno prima, non tanto nella forma, quando nella sua stessa essenza. La lama era perfettamente liscia e più lunga, e si allargava con una linea morbida in prossimità della punta. Sembrava più leggera ma questo dipendeva, forse, dal fatto che aveva un bilanciamento perfetto.
-Non è affilata. Questo compito spetta a te che ne sei il padrone. Ora che ti è legata, nessun altro potrà espletare questo compito.
-Non so come ringraziarti, Calhorn-, gli dissi con sincera gratitudine consegnandogli un sacchetto pieno di aurei romani, molti di più di quelli che avevamo pattuito. Rimase sorpreso da quella piccola fortuna.
-Quest’oro basterà a farlo… assieme ad una promessa.-
-Che promessa?- gli chiesi senza capire.
-Che ti prenderai cura di questa splendida donna e non la lascerai mai sola-, rispose il fabbro inchinandosi a Caysia quasi come un cortigiano.
-Non temere, Calhorn. Non mancherò-, dissi sorridendo alla mia amata.

-E il resto della profezia di Caysia? L’arrivo di Roma? E Excalibur? Hai detto che ce l’hai tu!-
-Piano, Cristina. E’ un’altra storia questa e te la racconterò domani. Ora sono stanco.-
-Ma nonno!- piagnucola mia nipote come una bambina piccola.
-Pazienza, piccola mia. Pazienza.-

sabato 21 giugno 2008

7 - UN UOMO BUONO

Roma. Oramai il mondo conosciuto come “civile” portava questo nome e chi rifiutava di “civilizzarsi” veniva schiacciato. Cleopatra lo aveva capito ben prima del suo amante Antonio, giustiziato da Ottaviano alla presa di Alessandria. Per non seguire la sua stessa sorte, si dice che la regina d’Egitto abbia preferito suicidarsi facendosi mordere da un serpente velenoso. Ma queste sono solo dicerie che mi vennero all’orecchio qualche tempo dopo la caduta del regno dei faraoni.
Me ne ero andato dall’ultima capitale d’Egitto con indifferenza ai fatti che accadevano intorno a me, convincendomi che tutto ciò era necessario. Che non avrei cambiato il corso della storia con il mio intervento, oppure l’avrei cambiato troppo. Mi illudevo di sapere, dentro di me, che il destino del mondo, come il mio, fosse già stato scritto e che non potevo interferire. Quel destino era Roma. Mi illudevo. Nella mia lunghissima vita, fino a quel momento, avevo affrontato molti avversari, soli o in gruppo, molti dei quali più forti di me. Non mi aveva spaventato gettarmi da solo come una furia contro l’esercito persiano che assediava le Termopili, e non solo grazie alla convinzione di essere immortale. Ero consapevole delle mie grandi capacità di guerriero ed ero sicuro di uscire vittorioso da ogni scontro. Fino al momento in cui lasciai Alessandria. L’impero di Serse era stato vasto quanto quello romano, ma Roma era qualcosa di diverso. Questa bestia non era guidata da un sovrano salito al potere per diritto di nascita. Era stata costruita da uomini di ferro che avevano combattuto e versato sangue in prima persona. Il senato governava la città e l’impero, ma erano le legioni e i loro comandanti a farne la grandezza e Ottaviano comandava le legioni. Questa era Roma e io ne avevo avuto paura perché vidi, nelle superbe aquile che sovrastavano i vessilli di quegli eserciti, un nemico che non potevo affrontare e battere.

-Quindi Marco Antonio aveva ragione quando ti chiamò “vigliacco”-, esclama un po’ delusa mia nipote.
-Cristina-, inizio con un accenno di sorriso. –Durante il mio primo secolo di vita ci furono dei momenti in cui credevo d’impazzire per il fatto di non invecchiare e di non poter morire. Nei momenti di disperazione mi sarò buttato sulla punta della mia spada almeno un centinaio di volte senza battere ciglio, sopportandone l’atroce dolore e sperando ogni volta che fosse quella buona, che sarei morto. Credi davvero che la mia paura ad Alessandria fosse stata quella di battermi e di morire?-
-Direi di no. Cosa fu allora a farti scappare?-
-Un umano momento di debolezza. Avevo visto come Roma e Ottaviano, che ne incarnava alla perfezione lo spirito conquistatore, rispondevano alle provocazioni. Fu il senso d’impotenza a farmi fuggire. La consapevolezza che io da solo non avrei cambiato l’esito di quello scontro di uomini e civiltà. Imparai in seguito che mi sbagliavo.-
-Ma avevi ragione. Che potevi fare da solo contro una tale potenza?-
-Una sola piccola azione può influire sugli eventi di tutto un mondo-, inizio a spiegarle. –I millenni della Storia dell’uomo non sono fatti di anni ma di attimi. Determinate azioni che hanno condizionato l’evolversi dei fatti sono state compiute in pochi istanti. Una sola parola, detta in un unico istante, può cambiare le sorti di una nazione. Cosa pensi sarebbe successo all’Italia, per esempio, se Giuseppe Garibaldi, anziché rispondere “Obbedisco!” al re sabaudo che gli intimava di arrestare la sua avanzata, avesse risposto “Mi rifiuto!”?- Cristina si mette inopportunamente a ridere. Evidentemente non comprende la serietà del mio esempio, almeno fino a quando non la gelo con un’occhiata severa.
-Daccordo, nonno. Scusami. Ammetto che le tue osservazioni sono fondate ma ritengo ancora che ad Alessandria non avresti potuto fare un bel niente.-
-Probabile-, concordo tornando a rilassarmi.

Come al solito non andai di fretta, anche perché non avevo idea di dove andare. O meglio, sapevo il primo posto dove sarei andato e nel quale non sarei rimasto. Avevo con me un prezioso rotolo della Grande Biblioteca e dovevo depositarlo nel mio nascondiglio segreto, vicino a Tiro. Il papiro che avevo con me non aveva un grande valore letterario, in quanto riportava un semplice brano di carattere legale. Ciò che lo rendeva prezioso però, era il fatto che fosse scritto in tre diverse lingue usate in Alessandria nel momento in cui era stato redatto, ovvero l’egiziano, il greco e il latino.
L’intera Fenicia era ormai provincia dell’Impero romano e quindi non mi sorpresi di incontrare soldati e presidi di legionari lungo tutto il cammino. Per giungere a Tiro dovevo attraversare per intero un’altra regione sotto il dominio di Roma, la Giudea. Gerusalemme ne era la capitale, una città sempre in subbuglio che mal digeriva la presenza straniera entro le sue mura, ma che rappresentava anche il cuore religioso del popolo ebraico. In essa aveva sede il Sinedrio, l’organo civile-religioso che governava gli ebrei e che era retto dal Sommo Sacerdote. Hanna era il suo nome al tempo in cui passai di li. Mi fermai poco, appena il tempo di rifornirmi di acqua e cibo ma non mancai di notare quanto fosse ricco quell’abitato, disseminato di case signorili appartenenti a nobili famiglie ebraiche che avevano le mani in pasta in ogni sorta di affare, anche con i romani. A Gerusalemme, tuttavia, regnava il caos. I disordini erano all’ordine del giorno e i romani proprio non amavano i disordini. Le carceri erano sempre piene e non passava ora in cui non si vedesse qualcuno entrarvi. I rivoltosi più pericolosi venivano messi a morte, sperando che servisse da monito, ma nuovi fomentatori andavano a sostituire quelli morti, creando una catena dalla quale era difficile uscire. Una guerriglia urbana che gli invasori, pur con la loro enorme forza militare, riuscivano a malapena a contenere.
Lasciai Gerusalemme e mi diressi a nord, in Fenicia, una regione ben più tranquilla. Raggiunsi il mio rifugio segreto fuori Tiro e depositai il papiro e parte delle ricchezze che avevo portato con me da Alessandria. Guardavo i mucchi di denaro, oro e gemme che si ingrandivano e pensai che avrei potuto vivere senza lavorare per moltissimi anni. Una cosa del genere non era nel mio stile però. Vivere senza poter morire era già di per se noioso, figurarsi senza intraprendere nessuna attività.
-Il nuovo affare è la lana-, mi spiegò un taverniere dopo che mi fui addentrato nella città che ancora trovavo molto familiare. –I romani comprano lana in gran quantità e in ogni angolo delle province mediorientali le greggi di pecore e capre si moltiplicano a vista d’occhio.-
-Non immaginavo che fare il pastore fosse diventato così remunerativo-, scherzai versandomi una tazza di vino dalla brocca che l’uomo mi aveva portato.
-Scherza pure quanto vuoi. Ma se intendi guadagnarti da vivere, devi cercare un pastore che ti assuma come aiutante. Se sei fortunato e ne trovi uno anziano e senza figli potresti addirittura avere in eredità il gregge.-
-Dove si fanno i migliori affari? Qui a Tiro?-
-No. Qui la lana viene solo commerciata. Devi uscire dai grandi centri, trovare i piccoli villaggi, o meglio, le tende dei pastori erranti. Quelli però li trovi più facilmente a sud, in Giudea, oppure a est, in Galilea.-
-La Giudea non è un po’ irrequieta di questi tempi?-
-I giudei non hanno ancora imparato che se ai romani non dai fastidio, loro non infastidiscono te. E poi è solo Gerusalemme ad essere sempre infiammata dalle rivolte. Un giorno o l’altro il governatore di quella provincia farà un tale bagno di sangue che le acque si calmeranno per almeno un secolo.-
-E della Galilea che mi dici?-
-Una terra tranquilla, almeno finché re Erode, quello che chiamano Il Grande, è in salute. Suo figlio, Erode Antipa, non vede l’ora che muoia per succedergli.-
-Allora seguirò il tuo consiglio. Cercherò le tende dei pastori erranti. Magari sarò fortunato, come dici tu-, risposi finendo la mia tazza di vino.
Vagabondai per un po’ tra la Giudea, la Fenicia e la Galilea che, sebbene fosse per certi versi indipendente, era legata da molti patti di alleanza a Roma e, di fatto, faceva parte dell’impero. Trovai infine una famiglia di pastori erranti che cercava un aiutante. Il loro gregge non era molto numeroso ma gli uomini validi erano pochi in quel nucleo familiare e necessitavano proprio di un tuttofare come me. Non ci volle molto perché diventassi una presenza quasi indispensabile per quelle persone, viste le mie tante abilità. Passai con loro diversi anni e col tempo riuscii a crearmi un piccolo gregge tutto mio. Il lavoro del pastore non era male e potevo dire che quella vita mi risultava estremamente piacevole. Dormire all’aperto sotto le stelle oppure nelle accoglienti tende che montavamo quando ci fermavamo per più giorni in un luogo. Il guadagno non era così elevato come mi aveva dato da intendere il taverniere di Tiro, tuttavia, con quell’attività, potevo condurre un’esistenza agiata.
Correva l’anno che noi chiamiamo “zero”, il ventisettesimo da quando Ottaviano, assunto il nome-titolo di “Augusto”, era al potere come imperatore di Roma, pontefice massimo che riuniva autorità civile, religiosa e militare. L’Impero si espandeva e le riforme civili recentemente introdotte esigevano una quantificazione della popolazione dei domini di Roma. Io mi trovavo a fare la spola tra Giudea e Galilea quando il censimento venne ordinato.

-Ci sono forti dubbi sul fatto che fu Augusto ad ordinarlo. Molti studiosi, anche religiosi, sostengono che fu più a livello locale che non mondiale-, mi fa notare Cristina con quell’aria da saputella che spesso mi da occasione di punzecchiarla.
-Lo so bene. Erano storie che circolavano già allora. I funzionari e i reggenti della regione tentarono di far passare per loro quell’idea, in modo da darsi importanza e magari sfruttare a loro favore le informazioni che ne sarebbero venute. Ti assicuro però, che fu proprio Ottaviano Augusto a ordinarlo e riguardò l’intero Impero romano.-
-Era l’anno zero, hai detto. Non avrai per caso conosciuto….- Al mio sorriso rimane con la bocca aperta e senza parole.

Per Roma io ero un suddito da censire. Per uno come me, Roma non significava nulla se non forza militare. Sbrigai quella formalità durante i primi giorni dell’evento e me ne tornai alle mie faccende. Mi seguivano una decina di aiutanti che avevo accolto nel mio campo quando erano ancora bambini. Li avevo allevati come pastori, inculcandogli in testa il senso di fedeltà a me soltanto. Potevo assentarmi anche per giorni e al mio ritorno il gregge era ancora dove lo avevo lasciato, in perfette condizioni, e tutti i miei comandi erano stati eseguiti. Li avevo addestrati anche all’uso delle armi, in modo che fossero in grado di proteggere il gregge se ce ne fosse stato bisogno. Stavamo trasferendo le pecore dalla Galilea alla Giudea quando sentii per la prima volta parlare del Re dei Re, il Re dei Giudei. Si vociferava di una profezia secondo la quale sarebbe presto arrivato il Messia, il portatore della parola di Dio tra gli uomini, che avrebbe soppiantato tutti i governanti e imposto il suo volere sul mondo. Era solo una diceria ma molti dei suddetti governanti si irritavano al sentirla e qualcuno più di altri. Erode il Grande, re di Galilea ma suddito di Roma, non voleva saperne di lasciare il trono. Disprezzava persino i suoi legittimi eredi, figurarsi uno sconosciuto, secondo la sua interpretazione del messaggio. Il vecchio re era malato e il figlio si vedeva già con la corona sulla testa.
Una sera, verso la fine dell’anno, mi trovavo a Betlemme, in Giudea, poco lontano da Gerusalemme, per trattare una grossa vendita di lana. Avevo lasciato i miei ragazzi fuori dell’abitato a badare al gregge e mi ero ritirato in una taverna per definire la vendita davanti a del buon vino. Quando uscii scrutai il cielo stellato verso oriente e vidi qualcosa di incredibile. Una stella, più luminosa delle altre, si muoveva proprio nella direzione di Betlemme.

-Era la famosa cometa di Halley?- mi chiede mia nipote, eccitata all’idea di ciò che stavo per raccontarle.
-Così parrebbe, ma lo si è stabilito solo secoli più tardi, con complicati calcoli matematici e astronomici-, rispondo senza troppa enfasi. Per me una stella non appartiene a nessuno, men che meno quella stella.

Continuai a guardare l’astro mentre passava sopra al villaggio e quasi non mi accorsi che qualcuno mi chiamava.
-Chiedo perdono, signore-, sentii infine una voce con un forte accento straniero. Tornai in me e guardai chi mi aveva parlato. Erano tre uomini, riccamente vestiti, che sembravano provenire dalle terre d’oriente.
-Sapreste dirci se da quella parte c’è una locanda o qualche altra costruzione, dove possa essere nato un bambino?- Quello che aveva parlato aveva la pelle più scura degli altri e portava una folta barba riccioluta. Indicava la direzione in cui la stella procedeva.
-Cerchiamo un bambino molto speciale-, disse un altro dei tre.
-Non so nulla di nuovi nati stanotte, signori-, risposi un po’ ammirato dallo sfarzo del loro aspetto. –Se ben ricordo in quella direzione c’è solo una vecchia stalla.-
-Sapreste indicarcela?-
-Naturalmente. Non è lontana, vi ci accompagno io stesso-, mi offrii, incuriosito da quello strano incontro.
Accompagnai i tre uomini, che viaggiavano su altrettanti dromedari, alla vecchia stalla appena fuori Betlemme. Da lontano la vidi illuminata. C’era qualcuno e più ci avvicinavamo più diventava udibile il pianto di un bambino. Molti pastori si stavano radunando li e ora la mia curiosità era davvero forte. Giunti alla stalla, trovammo una famiglia accampata. Probabilmente erano li per il censimento e non avevano trovato posto nelle locande del paese. Un uomo e una donna, lei dal volto sereno anche se affaticato, contemplavano un bambino dormiente deposto in una vecchia mangiatoia. A quella vista mi sentii invadere da un profondo senso di pace e serenità. Credo fu lo stesso per i miei strani compagni perché mollarono di colpo le redini dei dromedari e caddero in ginocchio adoranti. Se non avessi raccolto io le stringhe di cuoio le bestie sarebbero sicuramente scappate.
-Quale nome avete dato al bambino, dolce Signora?- domandò il nero dalla barba riccioluta.
-Lo abbiamo chiamato Gesù-, rispose lei, che non doveva avere neppure vent’anni.
-Siamo re provenienti dall’oriente e guidati da una stella siamo venuti per adorare il bambino. I nostri incanti chi hanno rivelato che lui sarà il futuro sovrano del mondo. Portiamo doni regali per tuo figlio. Dell’oro, dell’incenso e della mirra.-

-Questa non me la bevo, nonno-, esclama Cristina un po’irritata. E’ molto religiosa e sto toccando un argomento delicato per lei. –Sentivi anche angeli che cantavano?-
-No ma faceva freddo e notai che la mangiatoia era stata tirata verso l’angolo della stalla dove si trovavano due animali, un asino e un bue che col loro fiato e il calore dei loro corpi scaldavano un po’ l’ambiente.-

Senza dire una parola indietreggiai da quel bel raduno e, dopo aver assicurato i dromedari ad un albero poco lontano, me e andai. Non era tardi quindi decisi di fare un altro salto alla taverna per l’ultimo bicchiere. C’era poca gente e non faticai a trovare un tavolo. Seduti poco lontano da me c’era un gruppo di loschi tipi che parlavano sottovoce. Non avevo nulla da fare mentre aspettavo il mio vino così tesi l’orecchio e con il mio udito da animale ascoltai la loro conversazione.
-Il re è stato chiaro. Tutti i bambini di Betlemme al di sotto di un anno di età devono morire.- Mi si gelò il sangue e mi concentrai ancora di più per sentire quello che dicevano. –Non sa chi sia e quindi li vuole tutti morti.-
-Dobbiamo fare in fretta però, per non attirare l’attenzione dei romani. Se scoprissero che Erode ficca il naso nelle loro terre invaderebbero la Galilea in un istante-, disse un altro con la voce preoccupata.
-Rischieremo. Gli ordini sono ordini. Lo faremo domani notte. Ora torniamo al campo a dormire.-
Mentre gli uomini uscivano, una decina in tutto, rimuginai sulle loro parole. Perché Erode si interessava tanto ai bambini di Betlemme? Un fulmine mi attraversò il cervello e finalmente compresi. Era la profezia del Re dei Re. Le parole del re d’oriente, “ sarà il futuro sovrano del mondo”, mi fecero finalmente capire cosa stava succedendo e la cosa non mi piaceva. Erode si sentiva minacciato, nonostante fosse alla fine dei suoi giorni, e aveva inviato dei sicari per ripulire la piazza da coloro che aspiravano al potere su quelle terre, fosse anche un bambino. Dovevo fare qualcosa. Avvertire i romani sarebbe stato inutile perché non mi avrebbero creduto. Forse il Sinedrio di Gerusalemme, ma lo stesso Gran Sacerdote Hanna aveva bollato quella profezia come eretica e non mi avrebbero dato ascolto. Ero solo. Me ne tornai al mio accampamento con la testa piena di pensieri e il risultato fu che non riuscii a chiudere occhio. In compenso avevo trovato una mezza idea anche se il mio piano si concludeva in un modo che non mi piaceva. Più si avvicinava l’alba, più mi convincevo che non potevo fare altro.

-Dimmi, nonno. Fu davvero un angelo ad avvertire Giuseppe del pericolo che correvano?-
-Se così lo si può chiamare-, rispondo un po’ divertito. –Era un angelo un po’ fuori dal comune perché aveva la pelle abbronzata e portava al fianco una spada egizia con il pomolo modellato a testa di sciacallo.-
-Fosti tu ad avvertirli?!-

Quando il sole fu alto nel cielo e il gregge accudito, diedi ordine ai miei ragazzi di levare le tende e li mandai ad accamparsi a sud, lontano da Betlemme. Io rimasi in città e tornai alla stalla in cui si era sistemata la famiglia del piccolo Gesù. I re d’oriente se ne erano andati ma vidi in un angolo della costruzione i loro doni, sicché ebbi la certezza di non essermeli immaginati. Il padre del bambino era già sveglio mentre la giovane madre dormiva, al pari di suo figlio.
-Signore-, chiamai l’uomo quando fui vicino. Vedendo la mia spada quasi si ritrasse. –Non avere paura. Sono qui per aiutarvi, non per farvi del male.-
-Aiutarci?-
-Correte un grave pericolo. Erode di Galilea ha ordinato a dei sicari di uccidere tutti i bambini entro un anno di età che si trovano a Betlemme e stanotte agiranno. Dovete andarvene.-
-Uccidere i bambini?- esclamò l’uomo con un filo di voce. Era povera gente, vestita con abiti semplici e con pochi averi. Persone che non meritavano di essere colpiti da una tale tragedia. –Ma che follia è questa?-
-E’ follia vera e…-, non feci a tempo a terminare la frase che un movimento attirò la mia attenzione. Vidi due uomini scappare verso il paese e ne riconobbi uno. Erano due dei sicari che avevo visto la sera prima e avevano sentito le mie parole.
Richiamai a me lo spirito della zebra e della gazzella e scattai all’inseguimento. Ne acciuffai uno le lo scaraventai in un vicolo tra due case, dove nessuno ci avrebbe visti. Gli puntai la spada alla gola.
-Perché spiavi quella gente?! Parla!-
-Non lo sai… straniero?- ansimò l’uomo. –Quel bambino… ha ricevuto la visita dei Re… dell’Oriente. E’ lui che dobbiamo uccidere!-
Non mi feci scrupoli e gli trapassai la gola, pulendo poi la lama sulla sua tunica. Purtroppo l’altro mi era scappato e avrebbe presto riferito ai suoi compagni quello che aveva visto e sentito. Tornai alla stalla più in fretta che potevo e trovai sveglia anche la madre del piccolo Gesù.
-Uno mi è sfuggito-, riferii. –Racconterà tutto agli altri. Dovete fuggire.-
-Un momento-, disse l’uomo. –Chi sei tu? Perché vuoi tanto aiutarci? E soprattutto, perché dovremmo crederti?-
-Giuseppe-, disse la donna. –Quegli uomini ci spiavano. Questo straniero forse ha ragione.-
-Mi chiamo Khalàd e vengo dalle terre del sud. Ora faccio il pastore ma sono stato anche un soldato. Qualunque cosa vogliate sapere ma, per favore, scappate.-
L’uomo rimase un po’ pensieroso, poi annuì. –Io sono Giuseppe di Nazaret e questi sono mia moglie Maria e mio figlio Gesù. Perché quegli uomini vogliono uccidere la nostra piccola creatura?-
-Erode teme che la profezia del Re dei Re si stia per avverare e vuole morti tutti i bambini nati a Betlemme. La visita dei Re dell’Oriente avrà sicuramente attirato l’attenzione su di voi.-
-Come sai queste cose, Khalàd?-
-Li ho sentiti mentre ne discutevano ieri sera alla taverna. Solitamente non metto il naso negli affari degli altri ma se posso evitare una strage di innocenti lo farò.-
-Allora ti dobbiamo la vita-, disse Maria facendo un lieve inchino verso di me.
-Non mi dovete nulla. Prendete le vostre cose e andatevene.-
-Ma dove? Se è Erode che vuole nostro figlio morto, non possiamo tornare a Nazaret, proprio in Galilea-, protestò Giuseppe che per la prima volta vedevo realmente preoccupato.
-No-, concordai io. –Dovete andare in direzione opposta e più lontano.- Ci pensai un attimo, poi mi venne un’idea. –Andate in Egitto.-
-In Egitto?! Ma è molto lontano!- esclamò il pover’uomo.
-Meglio-, risposi io. -Sarete più al sicuro.- Presi dalla mia borsa un foglio di pergamena e un lapis e iniziai a scrivere una lettera in antico egizio, una lingua che nessuno avrebbe compreso tranne chi di dovere. La consegnai a Giuseppe assieme a un po’ di denaro. –Andate ad Alessandria e presentatevi alla Grande Biblioteca. Date quella lettera al Maestro. Lui vi aiuterà.-
-Come potremo mai sdebitarci, Khalàd?- mi chiese Giuseppe, con la voce finalmente sgombra dal dubbio.
Guardai il bambino che sua moglie Maria teneva in braccio. –Tenetelo al sicuro e crescetelo con amore. Sarà il miglior modo in cui potrete sdebitarvi. Ora via!-
Senza altre parole, Giuseppe caricò l’asino e la famiglia s’incamminò al sole del mattino, in direzione dell’Egitto, mentre io pensavo al miglior modo per sistemare i sicari di Erode. Avrei dovuto eliminarli tutti. Non volevo certo che poi qualcuno se la prendesse con me o i miei aiutanti. Guardai la stalla in cui rimaneva solo il povero bue e iniziai a pensare che era il posto ideale per affrontare i sicari. Non avevo bisogno di andarli a cercare, sarebbero venuti loro da me.

-Nonno. Tu hai sparso del sangue in uno dei posti più sacri del mondo?- mi domanda con una vena di preoccupazione mia nipote.
-L’ho fatto, Cristina-, rispondo semplicemente. –Ma non ti dolere di questo. Il luogo della Natività fa parte della tradizione cristiana, ma non è carico di potere in se.-
-E’ pur sempre il posto dove il Salvatore venne al mondo-, insiste lei.
-Allora vedila in questo modo. Il mio gesto servì a coprire la fuga di Giuseppe e della sua famiglia, a cancellarne la traccia.-
-Salvasti anche degli innocenti…-
-Sei andata a catechismo, Cristina, e hai studiato la Storia-, le faccio notare. –Hai mai sentito parlare della Strage degli Innocenti?-
-Si… ma allora…-
-Erode mandò altri sicari quando vide che i primi non tornavano. Morirono circa trenta bambini innocenti e io non potei fare nulla perché non ero a Betlemme quando ciò avvenne.- Mia nipote si copre la bocca con le mani, angosciata.

Andai per gli affari miei per tutto il giorno, poi, al tramonto, tornai alla stalla per prepararmi. Il bue era stato portato via e questo mi fu di sollievo perché non desideravo che gli fosse fatto del male. Era ironico quanto mi preoccupassi più di un’animale che degli uomini che avrei ucciso di li a poco. Chiusi tutte le imposte e anche la grande porta di legno a due ante. Accesi un paio di lampade per far capire che c’era qualcuno e mi appostai accanto ad una fessura nel muro, attraverso la quale potevo vedere la strada per il villaggio, da dove i sicari sarebbero venuti. Non aspettai molto perché, appena il buio fu totale, vidi delle ombre muoversi poco lontano dalla stalla. Richiamai il mio spirito del leopardo, il predatore notturno delle savane, e scrutai con i suoi occhi l’oscurità. Vidi distintamente nove uomini che avanzavano verso la mia postazione. Avevano già sguainato delle corte spade simili ai gladi romani. Mi rintanai in un angolo della stalla che avevo mantenuto al buio, con la spada sguainata, in modo da poterli cogliere di sorpresa.
La porta della costruzione fu spalancata da un possente calcio e tutte e nove le mie prede caddero nella trappola.
-Ma qui non c’è nessuno! Sono scappati!- esclamò uno dei sicari in preda alla rabbia.
-Dobbiamo trovarli o Erode ci farà giustiziare quando saprà che ci siamo fatti sfuggire proprio il bambino che voleva morto!- esclamò un altro in preda alla disperazione.
-Perché scomodare Erode?- dissi facendomi avanti. –Penserò io a sollevarlo dal fastidioso compito di eliminarvi.- Con due secchi movimenti del braccio tagliai la gola ai due uomini che mi erano più vicini, senza che questi potessero neppure sbattere le palpebre.
-Pagherai per quello che hai fatto!- mi urlò contro un altro e si lanciò su di me con il gladio in avanti. Il fattore sorpresa era esaurito e quindi mi misi a combattere seriamente. Lo spazio stretto inizialmente favorì loro perché mi accerchiarono e mi ferirono più volte. Quando però videro il sangue fermarsi e la carne richiudersi si bloccarono, come avevo previsto. Con movimenti rapidi ed eleganti li trafissi uno ad uno e altri sette cadaveri si aggiunsero ai primi due. Ripresi fiato per un attimo poi pulii la lama della mia spada egizia che aveva ottenuto un altro tributo di sangue. Portai i cadaveri sul retro della stalla e li gettai nella fossa che serviva a raccogliere il letame. Versai sul macabro cumulo l’olio di una delle lampade e diedi fuoco. Un denso fumo oleoso si levò dalle fiamme violacee, alimentate anche dal letame che fungeva da combustibile. Il puzzo della carne che bruciava era nauseabondo e non riuscii ad allontanarmi in tempo prima che lo stomaco mi si rivoltasse. Vomitai più volte ma cercai di resistere. Rientrai nella stalla e indossai una tunica pulita che avevo portato con me. Quella che avevo addosso per combattere era tutta lacera e sporca di sangue e con un ulteriore lampo di coraggio mi avvicinai alla pira umana e la gettai nel fuoco. Mi dileguai nella notte prima che qualcuno notasse il fuoco e corresse a vedere cosa succedeva. La mia speranza era che il fuoco rendesse irriconoscibili i cadaveri prima che qualcuno li vedesse. Se avevo fortuna, il letame avrebbe accelerato la combustione e tutto sarebbe stato ridotto in cenere prima dell’alba.

-Reincontrasti Giuseppe e la sua famiglia in seguito?- mi chiede mia nipote.
-Rividi Gesù e sua madre una ventina d’anni dopo. Giuseppe era morto di malattia da tempo. Fu per caso che trovai la loro casa. Sapevo che erano di Nazaret, in Galilea, ma non li avevo cercati di proposito. In verità ero convinto che si fossero stabiliti in Egitto-

La vita dei pastori era per molti monotona e priva di prestigio. Io la trovavo magnifica e non avevano nessuna intenzione di abbandonarla. Il mio gregge era cresciuto a dismisura, quindi ne donai una parte ad ognuno dei miei aiutanti, che si erano tutti sposati e desideravano farsi una vita indipendente. Fu anche il modo per dare loro un ricambio. Già da diverso tempo iniziavano a chiedermi perché non invecchiavo come loro.
-Il Signore ha voluto così-, era sempre la mia risposta e per loro andava bene.
Era l’anno 20 d.c., o il sesto del pontificato di Tiberio, figlio di Ottaviano Augusto, quando, in Galilea, mi trovai a passare da solo per la città di Nazaret. Erode il Grande era morto appena quattro anni dopo la nascita di Gesù e suo figlio, Erode II Antipa, governava il regno con fermezza ma anche con giudizio, riportando la tranquillità perduta negli ultimi anni di vita del padre, a causa della malattia e della sua ossessione per la profezia.
Come al solito, avevo lasciato il gregge alle cure dei miei nuovi aiutanti, tutti ragazzi fidati, e mi ero diretto con un mulo e il carretto in città per vendere un po’ di lana e fare acquisti. Il mezzo era vecchio e poco prima di arrivare a destinazione una ruota si ruppe e, inclinandosi, anche il timone subì dei danni. Cercai di accomodare il tutto e con molta fatica riuscii a trascinare il carico in città, al mercato. Venduta la lana e incassato il denaro, guardai il carretto danneggiato e scossi la testa. Era ormai inservibile e me ne serviva uno nuovo.
-Dove posso trovare un buon falegname?- domandai ad uno dei mercanti che facevano affari nel mercato.
-Appena fuori dal quartiere, dalla parte opposta a quella dalla quale sei arrivato, c’è un giovane molto bravo che lavora il legno. Lui ti potrà sicuramente aiutare.-
Presi per le redini il mulo e lo tirai con il carretto malconcio nella direzione indicatami. Trovai una piccola casa con annessa una grande tettoia ingombra di tavole di legno e attrezzi da falegname. Un giovane uomo a torso nudo stava lisciando delle assi che avrebbero dovuto diventare il ripiano di un tavolo. Il giovane aveva i capelli lunghi fino alle spalle, la pelle abbronzata dal sole e un velo di barba castana ad incorniciargli la parte bassa del viso. Non si accorse di me finché non gli fui accanto, tanto era concentrato sul suo lavoro.
-Oh, scusami straniero. Non ti ho sentito arrivare-, mi disse alzandosi dal suo lavoro e asciugandosi la fronte con il dorso della mano.
-Dicono tutti che ho un passo felpato. Forse è vero-, scherzai. –Immagino sia tu il falegname. Il mio carretto si è rotto quando sono arrivato qui. Puoi fare qualcosa?- gli chiesi indicandogli la struttura attaccata al mulo.
Il giovane lo guardò attentamente poi scosse la testa. –E’ troppo danneggiato. Ripararlo non servirebbe. Te ne servirà uno nuovo. Magari posso recuperare un po’ di legno dal vecchio.-
-Se non c’è altra soluzione va bene. Quanto ti ci vorrà per costruirmene un altro?-
-Almeno una settimana. Ma non chiedi neppure il prezzo?-
-Ne ho bisogno e poi il denaro non è un problema. Consigliami solo un buon posto dove alloggiare.-
-Khalàd!- esclamò una voce alle mie spalle. Mi voltai e vidi Maria con gli occhi sbarrati per l’incredulità. Mi fissava come se avesse visto un fantasma e aveva anche lasciato cadere il cesto dei panni che teneva in mano.
-Madre-, disse il giovane falegname. –Tu conosci quest’uomo?-
-Non può essere. Devi essere suo figlio….-, continuò la donna incredula. Gli anni non avevano dissipato la sua semplice bellezza e non facevo fatica a rivedere in lei la giovane madre di vent’anni prima.
-Come stai, Maria?- la salutai sorridendole, anche io un po’ sorpreso di rivederla. Mi corse incontro e mi abbracciò.
-Madre?- domandò ancora il giovane che ormai era chiaro essere Gesù.
-Questo è l’uomo a cui tutti noi dobbiamo la vita, figlio mio-, spiegò la donna la figlio. Poi tornò a rivolgersi a me. -Ma tu non sei invecchiato di un solo giorno!-
-E’ una lunga storia, Maria. Dov’è Giuseppe, tuo marito?-
-E’ tornato tra le braccia del Padre molti anni or sono-, mi spiega Gesù vedendo la tristezza sul volto della madre. –E’ un onore per me conoscere il salvatore della mia famiglia.-
-Il piacere di vedervi sani e salvi è mio. Almeno ora so che ciò che ho fatto è servito a qualcosa.-
-Entriamo in casa. C’è molto da raccontare-, mi esortò la donna. Lasciammo Gesù al suo lavoro ed entrammo nella piccola abitazione dove mi fu offerto riparo dal sole cocente e ristoro.
Ad Alessandria d’Egitto le cose erano andate piuttosto bene. Il Maestro della Grande Biblioteca fu sorpreso nel vedere chi firmava il messaggio e provvide a dare loro asilo in una delle abitazione di proprietà dell’istituzione. Avevano condotto una vita tranquilla ma non si erano mai sentiti a casa loro e alcuni anni dopo, durante il secondo regno di Erode Antipa, decisero di intraprendere il viaggio di ritorno. Oramai non si parlava neanche più della profezia del Re dei Re ma, quando Maria era venuta a sapere della Strage degli Innocenti, era caduta in ginocchio e aveva ringraziato il Signore per avermi mandato da loro. Giuseppe si era ammalato gravemente alcuni anni dopo ed era morto che Gesù aveva quindici anni. Stranamente il ragazzo non aveva pianto. Si era limitato a recitare una preghiera e a dire che suo padre Giuseppe era stato accolto tra le braccia del suo Padre più grande.
-Non riesco a comprendere. Quale “Padre più grande”?- domandai perplesso alla madre del giovane falegname.
-Dio. Gesù parla sempre del Signore come del Padre di tutti gli uomini e questo talvolta scatena l’irritazione dei sacerdoti che considerano le sue affermazioni fuori luogo e cariche di alterigia.-

-Cominciò presto a scontrarsi con l’autorità religiosa-, mi fa notare Cristina.
-E’ vero, ma non ha mai ritrattato ed è sempre andato avanti per la sua strada. Sono orgoglioso di averlo conosciuto.-
-Vorrei vedere. Mi dici di aver conosciuto Cristo!-
-Ti assicuro che Gesù era meno divino e molto più umano di quanto pensi.-

-Ho bisogno di un posto dove stare mentre Gesù mi costruisce un nuovo carretto, Maria. C’è una locanda in città dove io possa alloggiare?- le domandai.
-Se questa casa non è troppo misera per te, amico Khalàd, vorrei offrirti la nostra ospitalità per tutto il tempo che sarà necessario-, rispose lei con un inchino di cortesia.
-Sono abituato a dormire all’aperto e la tua casa è tutt’altro che misera. Trasuda di calore familiare. Non vorrei però disturbare troppo la vostra esistenza.-
-Se tu non ci avessi salvato, Khalàd, Gesù non sarebbe più tra noi. Quale sorta di disturbo pensi di arrecarci? Sarò felice di averti qui con noi.-
-In questo caso accetto l’offerta ma ti pagherò la somma che avrei dato al locandiere-, insistetti.
-Vedremo-, disse lei sorridendomi.
Mi stabilii per un po’ di giorni in casa loro e siccome non mi piaceva l’idea di guardare gli altri lavorare senza fare niente, mi misi ad aiutare il mio ospite nel suo lavoro. Posso dire con tutto il cuore che mai compagnia fu più piacevole. Parlavamo di molte cose e io imparavo a conoscere meglio il futuro Messia. Parlava in modo semplice, quasi ingenuamente, ma non era ingenuo. Parlava della sua visione del mondo ideale come un posto dove tutti si rispettavano e si amavano come fratelli.
-E’ un mondo ideale quello di cui parli, amico mio-, commentai mentre lavoravamo insieme al mio nuovo carro.
-Forse. Forse no. E’ un grande obiettivo e se uno comincia con dei piccoli gesti di bontà, magari il sogno si realizza-, mi spiegò lui.
-Sembri davvero convinto che si possa fare-, risposi sorridendo.
-Che cosa lo impedisce? L’uomo ha il libero arbitrio, la facoltà di scegliere se fare il bene o il male. E’ ciò che ci rende simili al Padre.-
-Credimi, Gesù. Lassù pensano ad altre cose, come giocare con il destino e le vite degli uomini, per esempio-, dissi quasi senza pensarci, con una nota di tristezza. Il mio amico si accorse del cambiamento della mia voce e si accigliò.
-Sembra che tu non abbia una grande opinione di chi ci guarda dall’alto.-
-Diciamo che gli Dei hanno giocato un po’ troppo con la mia vita.-
-Forse gli Dei di cui parli lo hanno fatto, non certo il Dio che io conosco. Per quanto grandi ti sembrino le tue sventure, egli ha un progetto per tutti noi e ciò che fa lo fa a fin di bene.-
-E’ bello ciò che dici, Gesù-, gli dissi seriamente. –Ma il mondo di cui parli non è il mio mondo.- Eravamo entrambi a torso nudo e la mia lunga cicatrice risaltava sulla pelle sudata per il tanto lavoro. Gliela indicai. –Ecco il marchio che quello che tu chiami Padre mi ha lasciato, se davvero è stato lui.- Sbattei con violenza il palmo della mano su di una tavola di legno spezzata, piantandomi una lunga e affilata scheggia di legno nella carne. Insensibile al dolore, levai la scheggia e mostrai a Gesù la ferita che si richiudeva. –Mi ha dato l’immortalità, costringendomi a vagare ramingo su questa terra, a vedere le persone che amo invecchiare e morire, a straziarmi per la loro perdita. Ho combattuto battaglie e sparso molto sangue, e tutto con la spada che Egli mi ha dato.- Gesù aveva osservato il miracolo della mia guarigione con stupore ma senza proferire parola. –Il mondo di cui parli, amico mio, non è il mondo in cui vivo io.-
-Comprendo la tua amarezza, Khalàd, ma continuo a pensare che se il Padre ti ha donato il potere di vivere in eterno, deve esserci un perché. Tu disprezzi la vita che ti ha donato ma in realtà disprezzi te stesso per quello che hai fatto in tutto il tempo che hai vissuto.-
-Presumi di sapere troppe cose, Gesù-, lo apostrofai con una punta di irritazione. Mollai l’attrezzo che avevo in mano e feci per andarmene. Ne avevo passate troppe per farmi giudicare da un “ragazzino”.
-Khalàd. Un’ultima cosa.-
-Che vuoi?-
-Solo dirti che se il Padre ti ha ritenuto degno, unico tra gli uomini, per possedere un tale potere, allora devi essere un grande uomo.-
Me ne andai senza dire una parola. Gesù mi aveva scosso perché nella mia irritazione vidi la fondatezza delle sue parole. Che io davvero disprezzassi me stesso per tutto il sangue che avevo versato? Ero stato davvero costretto a farlo o ci sarebbero state altre soluzioni. Solo in quel momento, appoggiato al bordo del lavatoio, mi accorsi che togliere la vita agli altri era sempre stato per me la via più semplice e rapida per risolvere le mie battaglie. Era vero. Io mi disprezzavo perché non avevo saputo usare il dono più grande che gli Dei, o Dio, hanno dato agli uomini. La facoltà di scegliere la via giusta anziché la più facile.

-Ma le situazioni in cui ti trovasti, i pericoli che hai corso, non giustificavano forse il fatto che tu ti eri difeso?- mi chiede mia nipote perplessa.
-Apparentemente è vero ma Gesù, anche se non me ne accorgevo, mi stava insegnando a guardare dentro di me, a fare una dura e crudele introspezione. Stavo imparando a vedere il marcio che avevo dentro e a guarirlo con la consapevolezza delle mie doti e dei miei limiti.-
-Non capisco…-
-Lui diceva sempre una cosa. Siamo creature di Dio, suoi figli. Ci ha concesso dei doni e delle capacità che ci rendono simili a Lui. Dobbiamo solo imparare a riconoscerli e a sfruttarli al meglio.-
-Ancora non capisco, nonno.-
-Non preoccuparti, bambina mia. Ci ho messo anni a capire il senso di quelle parole.-

Quella sera, dopo una cena silenziosa che fece preoccupare un po’ Maria, andai a cercare Gesù. Era seduto sul retro della casa, dove il muro di cinta formava un piccolo cortile. Le stelle brillavano alte in cielo.
-Ti devo chiedere scusa, amico mio-, esordii un po’ in imbarazzo.
-E di cosa? Siediti. Contempliamo insieme la casa del Padre.-
-Di essermene andato in quel modo. Ho riflettuto sulle tue parole e in fondo credo tu abbia ragione.-
Gesù sorrise. –Avevo ragione davvero. Sei degno del grande dono che ti è stato concesso perché conosci l’umiltà. Devi solo imparare ad usarlo. A capirne lo scopo.-
-Non sono l’unico-, dissi seriamente all’improvviso. -Da quanto ne so, credo ci sia almeno un altro uomo con il mio stesso potere-, gli confidai ripensando alle parole di Achille in punto di morte. “Non sei unico. Sei come Lui.”
-Allora speriamo per il bene del mondo che sia come te. Non riesco davvero ad immaginare quanto dolore potrebbe portare sulla terra un essere simile se fosse animato dal male.-
-Cosa dovrei fare, Gesù? Abbandonare la via del guerriero e votarmi ad aiutare gli altri, anziché ucciderli? Non posso lasciare la strada che ho intrapreso, non più. Che significato avrebbe altrimenti la spada che mi è stata data con l’immortalità?-
-Le tue sono giuste domande, Khalàd-, iniziò il mio compagno alzando lo sguardo al cielo. Un’aura di pace avvolgeva il suo corpo e sarei rimasto li ad ascoltarlo per secoli, tanto la sua voce toccava la mia mente e il mio cuore. –Domande giuste e semplici nelle loro pretese. Le risposte, tuttavia, sono ardue da trovare e complicate. Risposte che io non posso darti. Nessuno può farlo all’infuori di te. Cercale dentro il tuo animo e fidati del tuo cuore. Non ti tradirà.-
-La domanda che ti ho posto è più immediata-, insistetti. –Continuare a togliere la vita o preservarla?-
-Solo Dio può dare e togliere la vita. A volte agisce direttamente, altre volte con gli strumenti più impensabili. Forse anche tu, in certe occasioni, sei stato un suo strumento. Quello che so e che posso dirti è che il Padre chiede solo che la vita, il suo dono più prezioso, venga rispettata.-
Restammo in silenzio per qualche minuto, poi parlai. –Il carro è quasi finito. Tra qualche giorno ripartirò. Sono mancato anche troppo tempo dal mio gregge.-
-Lo so. Ma spero porterai con te le mie parole, amico. Potrai anche non crederci ma nei pochi giorni che abbiamo lavorato fianco a fianco ho imparato a conoscerti e ad apprezzarti. A volerti bene come ad un fratello.-
-Non dubitarne, Gesù-, lo rassicurai alzandomi dalla panca. Era tardi ed ero molto stanco. Feci per andarmene.
-Un’ultima cosa, Khalàd. Tu percorri la via del guerriero ma ricorda questo. Anche il guerriero più grande ha rispetto per la vita, indifferentemente da quale divinità sia protetto.-

-Un insegnamento personale di Cristo in persona-, esclama Cristina incredula. –Ma parole del genere non sono contemplate nei Vangeli…-
-E mai vi saranno perché sono la dimostrazione della Sua umanità. Pensieri del genere smantellerebbero l’aura di onniscienza che nei secoli è stata costruita attorno alla figura di Gesù.-
-Lo rivedesti?-
-Come non avrei mai voluto-, rispondo con gli occhi che mi si inumidiscono.

Lasciata la casa di Gesù e Maria tornai al mio gregge che, in mia assenza, era stato ben accudito dai miei aiutanti. Tuttavia, quando da lontano rividi la familiare marea di lana bianca in movimento, tornai a provare l’ormai familiare senso di inquietudine che mi spingeva ad abbandonare un luogo per continuare il mio viaggio nel tempo dalla meta ignota. Iniziavo a comprendere quello strano meccanismo. Sembrava avessi un compito da assolvere in ognuno dei luoghi in cui mi fermavo, esperienza da acquisire, insegnamenti da apprendere. Evidentemente la mia vita di pastore felice stava per finire.
Comunicai la mia decisione ai miei aiutanti, assieme alla notizia che avrei spartito tra di loro, in parti uguali, l’intero gregge. Erano tutti giovani e nessuno di loro aveva ancora preso moglie. Presentarsi al padre dell’amata possedendo già un proprio gregge di pecore era segno di ricchezza e prestigio tra il popolo dei pastori erranti. Sarebbero stati considerati dei grandi signori tra la loro gente. Effettuai la spartizione in una sola settimana e li lasciai andare per la loro strada. Mi affezionavo sempre ai miei aiutanti e un addio molto breve rendeva meno doloroso il distacco.
Diressi i miei passi verso sud, verso la Giudea, precisamente Gerusalemme. I romani avevano usato il pugno di ferro su quella città e i governatori che si erano succeduti al comando della provincia erano riusciti ad imporre una seppur fragile stabilità. Era divenuto un buon ambiente per fermarmi per un po’ e magari fare qualche affare. Attraversando la porta principale della città, notai subito la massiccia presenza di legionari romani a pattugliare le strade affollate di gente. Gerusalemme era un città tranquilla, viva e… armata.
L’affare che cercavo si concretizzò in una taverna. Era vicina ad una caserma romana e gli ebrei non volevano averci nulla a che fare con i loro invasori. Io però non ero ebreo e riuscii a spuntare un buon prezzo per comprarla. I miei clienti più fedeli sarebbero stati proprio i romani. Non era un gran cosa come sposto, un semplice scantinato con un bancone per mescere le bevande e dei vecchi tavolacci di legno. Il precedente proprietario l’aveva chiusa durante gli anni delle rivolte e non l’aveva più riaperta. Mi ci vollero due intere settimane di lavoro per ripulire tutto dalla polvere e riparare i danni provocati dal tempo, più un’altra settimana per ottenere le forniture di vino e cibo da servire. Assunsi alcuni aiutanti per la cucina e per servire ai tavoli e, finalmente, dopo un mese, riuscii ad aprire ai soldati.
I romani presero con entusiasmo quella novità e fin dalla prima sera si riversarono in massa nel mio locale. In dieci giorni riguadagnai tutto il denaro speso per comprare la taverna.

-Avevi davvero fiuto per gli affari, nonno-, si complimenta Cristina.
-Modestamente me la sapevo cavare-, mi vanto un po’. –Nella mia vita ho fatto innumerevoli mestieri e ho guadagnato montagne di denaro. Devo dire, però, che in alcuni casi ho avuto anche la fortuna dalla mia.-
-Dimmi un po’. Ai soldati vendevi solo cibo e vino o anche qualche altro “servizio”?- mi chiede con quella punta di malizia che fa impazzire gli uomini… e lei non se ne accorge.

Naturalmente non puoi gestire una taverna di soldati senza offrire loro anche la compagnia. Avevo assunto un po’ di donne disposte a far compagnia ai legionari e una stanza attigua alla sala comune della taverna era stata adibita ad alcova per prestazioni sessuali. I miei avventori gradirono molto e in meno di un anno la mia taverna divenne la più popolare di Gerusalemme. Non tutti i romani venivano da me, chiaramente. Gli ufficiali non si sarebbero mai fatti vedere in una taverna da soldati anche se, qualche volta, ne riconobbi qualcuno che tentava di non farsi notare tra la folla dei clienti.
Gli ebrei non vedevano di buon occhio la mia attività. Guadagnavo troppo per i loro gusti e, soprattutto, allietavo i loro invasori. Nell’anno 18 d.c. venne eletto a capo del Sinedrio ebraico il Gran Sacerdote Caifa, un uomo duro e intransigente che aveva dato il via ad una feroce campagna di moralizzazione nei confronti dei suoi compatrioti, rei, secondo lui, di aver smarrito la strada tracciata da Dio per il suo popolo eletto. Inizialmente si limitò alle prediche nel Tempio e a qualche strombazzata in piazza. Con molta pazienza la sua perseveranza venne premiata, nel senso che riuscì a riaccendere le tensioni tra ebrei e romani e a fomentare disordini. Molti dei centurioni e dei decurioni che passavano alla mia taverna mi confidavano che la cosa stava per prendere una brutta piega e che temevano una nuova stagione di rivolte.
-Il governatore risponderà con fermezza, come l’altra volta-, mi limitavo a rassicurarli.
-Stavolta è diverso, amico mio-, mi disse un centurione mentre gli servivo da bere. -L’altra volta erano gruppi sparsi e disorganizzati che creavano disordini. Questa volta hanno una mente che li controlla. Il Sommo Sacerdote Caifa fa di tutto per tenersene fuori ma è lui a tirare i fili dei fanatici che stanno, giorno dopo giorno, istigando nuovamente la popolazione contro di noi.-
Era il 28 d.c. quando il Sommo Sacerdote Caifa, accompagnato dai suoi sgherri, venne personalmente a farmi visita alla mia taverna.
-Straniero-, iniziò pomposamente. A prima vista sembrava un qualunque gradasso ma, guardandolo bene, capii che era un politico astuto e senza scrupoli. –Tu alimenti il peccato in questa città! Ti arricchisci con il loro denaro in questo luogo di nefandezze e lussuria! Vattene finché sei in tempo! Prima che l’ira di Dio si abbatta su di te!-
Feci finta di non sentirlo e mi preoccupai di mandare una ragazza a servire i pochi avventori di quell’ora tarda della sera.
-Il Sommo Caifa parla con te, straniero!- mi apostrofò in malo modo uno dei bravacci del sacerdote.
-L’ho sentito. Ora che ha parlato ve ne potete anche andare-, risposi senza neppure guardarli in faccia.
-Attento a te, uomo. Non sfidare la collera di Dio-, sibilò tra i denti il capo della delegazione.
-Non devo sfidare la collera di Dio o la tua, Caifa?- lo sbeffeggiai apertamente. –Pensi che i romani non sappiano che dietro a tutti questi disordini ci sei tu? Esci dalla mia taverna, sacerdote, e non tornare mai più.-
Furente di collera, il Sommo Sacerdote del Tempio si voltò e se ne andò, seguito dai suoi zeloti. Sapevo che non era finita li e una sera, dopo aver chiuso i battenti della taverna, mi trovai accerchiato da una ventina di persone armate di coltello.
-Siete proprio degli stolti-, dissi loro estraendo al spada. –Attaccarmi a due passi da una caserma piena di legionari.
-Noi siamo protetti da Dio, taverniere! Nessuno potrà farci del male!- esclamò uno di loro prima di partire all’attacco, seguito a ruota dai suoi compagni.
Neutralizzai i loro attacchi con una certa difficoltà. I corti coltelli erano più agili della mia spada, tuttavia ne ferii alcuni prima ancora che riuscissero a sfiorarmi e questo spense un po’ la loro foga. Il secondo attacco, infatti, fu meno irruento ed ebbi il tempo di occuparmi singolarmente di ognuno di loro. Stavo per trapassarne uno con la mia micidiale spada egizia quando qualcosa mi fermò. “Un guerriero ha rispetto per la vita” aveva detto Gesù. Era davvero necessario uccidere quegli uomini? Se ne avessero avuto l’occasione loro lo avrebbero fatto. Io però gli ero superiore e… potevo scegliere. Girai la spada di piatto e colpii l’uomo che avevo di fronte sulla testa, tramortendolo. In poche rapide mosse feci lo stesso con gli altri e dopo pochi minuti i venti aggressori erano a terra, disarmati e addormentati. Un centurione che rientrava in caserma dal suo servizio mi corse incontro sguainando il gladio. Lo riconobbi quasi subito perché era un mio amico, Sextus Galbo
-Cosa succede qui? Stai bene, Khalàd?-
-Si, Sextus. Non preoccuparti. Mi hanno aggredito mentre uscivo dalla taverna.-
-Sono sicuramente zeloti del Tempio, mandati da Caifa per eliminarti e dare l’esempio a chi vuole mettersi contro di lui.-
-Non ci sono prove, amico. Ma se davvero è stato Caifa lasciamoli tornare da lui.-
-Ma sono criminali! Devono essere puniti!- insistette il centurione romano.
-La decisione spetta a te, è vero, ma io ti suggerirei di rivoltare il piano del Sommo Sacerdote contro di lui.-
Sextus alzò un sopracciglio. –Che cosa hai in mente, Khalàd?-
-Questo.- Con la punta della spada ferii leggermente la fronte di ognuno dei sicari in modo da lasciargli una cicatrice ben visibile. –Ecco fatto-, dissi rinfoderando la spada. –Che tornino pure da Caifa, adesso. L’avvertimento a non tentare altri scherzi sarà per lui.-
-Davvero crudele e umiliante, taverniere-, esclamò Sextus con un ghigno diabolico. –Faremo così, tuttavia voglio seguirli quando se ne andranno. Voglio vedere dove vanno.-
-Fai come vuoi, ma stai attento. Quando si radunano in molti, questi zeloti sono pericolosi.-
Rividi Sextus la sera seguente, quando ancora la taverna era mezza vuota.
-Com’è andata ieri sera?- gli domandai.
-Come avevi previsto. Sono andati davvero al Tempio e ne sono usciti pochi minuti dopo, correndo.-
-Spero che quel pazzo fanatico abbia recepito il messaggio-, commentai servendo da bere al centurione.
-Di questi tempi, Caifa ha molto a cui pensare.-
-Che intendi dire?-
-Voci dalla Galilea. Sembra che un uomo, una specie di predicatore, vada di villaggio in villaggio a parlare di amore e fratellanza e mettendo in discussione i dettami della religione ebraica. Dicono che faccia anche dei miracoli. Che resusciti la gente morta, che ridia la vista ai ciechi e la parola ai muti. I sordi tornano a sentire e gli storpi a camminare.-
-E Caifa è preoccupato perché teme che prima o poi venga a predicare anche qui, in Giudea-, aggiunsi sorridendo.
-Appunto. La gente lo chiama già il Messia di Dio. Viene da…-
-Nazaret-, lo interruppi. –Si chiama Gesù di Nazareth.- Non avevo dubbi che si trattasse di lui.
-Lo conosci?!- mi chiese Sextus sgranando gli occhi.
-Lo conosco molto bene. E’ un mio caro amico. Abbiamo una visione un po’ diversa del mondo ma ha buone argomentazioni.-
-Tra qualche giorno partirò proprio per la Galilea, per portare dispacci ad Erode da parte del governatore. Se ne avrò l’occasione voglio fermarmi a sentire ciò che dice. In molti si radunano per ascoltare le sue parole.-
-Se avrai modo di incontrarlo, Sextus, portagli i miei saluti.-
-Non mancherò.-
Gli echi della vita pubblica di Gesù non tardarono ad arrivare anche in Giudea, nonostante il mio amico rimanesse a predicare nella sua terra d’origine. Sextus, che svolgeva l’incarico di corriere e portaordini per l’alto comando romano, si fermava spesso a sentire le prediche di Gesù, quando passava dalle sue parti. Ricordo ancora ciò che mi disse una volta, dopo essere tornato da uno di quei raduni.
-Quell’uomo è pericoloso, Khalàd.-
-Pericoloso?! Non ricordo di aver conosciuto uomo più mite di lui!- esclamai stupefatto all’affermazione del centurione.
-Proprio per questo. Parla di amore, di pace, di speranza in un mondo governato dalla violenza. Con le folle che si radunano ad ascoltarlo, prima o poi qualcuno si infastidirà.- Cercava di dirmi qualcosa.
-Parla chiaro, Sextus. Niente enigmi. Che sta succedendo?- gli domandai senza mezzi termini.
-Gesù ha iniziato a predicare in Giudea e sembra abbia intenzione di venire qui, a Gerusalemme. Vuole parlare ai sacerdoti del Tempio.-
-E?-
-Ho intercettato un’informazione, al comando. Sembra che il Sinedrio abbia chiesto al governatore di impedire a Gesù di entrare in città e di arrestarlo perché turba l’ordine pubblico.-
-Il nazareno sta minando l’autorità del Sinedrio e Caifa vuole correre ai ripari. Tuttavia non credo che il governatore possa accettare una richiesta simile.-
-Da quello che ho capito non lo farà-, affermò il romano vuotando il bicchiere. –Molti ufficiali, però, sono irrequieti. Prevedono guai grossi.-
Era l’inizio dell’anno che noi chiamiamo 33 d.c., il diciannovesimo di Tiberio imperatore. Le notizie su Gesù e sui suoi miracoli si moltiplicavano di giorno in giorno e i romani miei clienti, sebbene a loro non importasse nulla di lui, si facevano sempre più preoccupati. In città la tensione stava salendo, alimentata anche dagli zeloti di Caifa che diffondevano sospetti e false dicerie sul mio amico predicatore. Con scarsi risultati, in verità, perché il giorno in cui Gesù fece il suo ingresso a Gerusalemme, in sella ad un asino, centinaia di persone andarono ad accoglierlo, salutandolo agitando e stendendo davanti a lui grandi foglie di palma. Furono giorni movimentati e, in alcuni momenti, carichi di tensioni. Tutti, ebrei e non, per un motivo o per l’altro, attendevano che Gesù parlasse pubblicamente ai sacerdoti del Tempio.
Fu l’occasione in cui lo rividi dopo tanti anni. Non sembrava molto più vecchio del giovane falegname che avevo conosciuto, eppure dalla sua figura emanava un senso di pace, una maturità dello spirito che non avrei mai creduto possibile in un uomo. Invidiavo quello stato d’essere perché io lo avevo cercato per molto tempo, senza mai trovarlo.
Portai con me la mia fedele spada egizia. Gli zeloti erano ovunque e i discepoli che Gesù aveva raccolto attorno a se non sembravano guerrieri in grado di difenderlo all’occorrenza. Mi appostai in un angolo del grande Tempio d’Israele, il luogo più sacro di tutta la religione ebraica e sede del Sinedrio guidato da Caifa. Mentre Gesù parlava ai sacerdoti, tenevo i miei sensi animali ben svegli. C’erano anche degli ufficiali romani ma non so se sarebbero intervenuti in caso di disordini. La situazione si fece tesa quando l’oratore, dopo essersi proclamato un figlio di Dio, iniziò ad accusare direttamente i sacerdoti, additandoli come adoratori del potere più che del Signore. La sollevazione del Sinedrio fu immediata e Caifa strillava più degli altri. Solo uno rimase seduto e pensieroso, un uomo di mezza età dai capelli e la barba scuri. Fissava Gesù con occhi indagatori.
-Chi è quell’uomo che rimane seduto mentre gli altri inveiscono contro il nazareno?- chiesi ad una donna accanto a me.
-E’ Giuseppe di Arimatea, uno degli ultimi ad essere entrati a far parte del Sinedrio. E’ il principale oppositore del Sommo Caifa.- Un uomo che sapeva ascoltare, nonostante ritenessi che Gesù stesse correndo troppo.
Terminato il suo discorso, Gesù lasciò il Tempio seguito dai suoi dodici discepoli. I temuti disordini non scoppiarono e sia io che i romani tirammo un sospiro di sollievo. Quando fui fuori, una voce familiare ma più profonda e calma di quanto la ricordassi mi chiamò per nome.
-Khalàd!- Mi voltai e vidi Gesù che mi veniva incontro. Ci abbracciammo come fratelli. –Sono felice di vederti dopo tanto tempo.-
-Anche io, Gesù-,lo salutai con affetto. –Vedo che non hai ancora rinunciato a cambiare il mondo.-
-E mai lo farò finché avrò vita in corpo. Il Padre mi ha affidato la missione di portare la Sua parola nel mondo e io semplicemente obbedisco.-
-Stai attento però. Gerusalemme è diversa dalle campagne della Galilea. Qui comanda il Sinedrio che hai appena offeso e sopra di esso c’è l’aquila di Roma.-
-Anche loro si dovranno piegare all’avvento del Regno dei Cieli governato dall’amore del Padre.-
Sospirai. –Inutile farti ragionare. Come al solito.-
-Ora devo lasciarti, amico mio. Altri impegni mi attendono ma sarò felice di rivederti presto.-
-Buona fortuna, Gesù, e rammenta il mio consiglio. Stai attento. Gli zeloti di Caifa sono dappertutto.-
-Me ne ricorderò.-

-Era già a conoscenza della sorte che lo attendeva?- mi domanda Cristina ansiosa.
-Non ne ho idea. Sono sempre stato bravo a capire le persone ma l’animo di Gesù rimase impenetrabile anche per me.-
-Chi fu a spingere i romani ad arrestare Cristo?-
-Gli zeloti di Caifa, com’era prevedibile. Grazie a Sextus e ai suoi amici ero sempre informato su ciò che accadeva in città. La mia consolazione era che almeno i romani sapevano che Gesù non centrava nulla con i disordini che stavano nascendo in ogni parte della città.-

-Il nuovo governatore, Ponzio Pilato, è all’esasperazione-, mi disse una sera il mio amico centurione. –Non passa giorno che non riceva una lettera del Sommo Sacerdote nella quale è invitato a prendere provvedimenti contro il “sollevatore del popolo”.-
-E che farà Pilato? Gli darà retta?- domandai preoccupato.
-Pax Romana, amico mio. Ciò che non si può chetare con gli ammonimenti, Roma lo ammansisce con la forza. Alla fine credo che cederà, se non altro per far star zitto quel seccatore.-
-Cosa può accadergli, Sextus?-
-Probabilmente lo arresteranno temporaneamente. Pilato non ha nessuna prova che lui fomenti i disordini e cercherà una soluzione pacifica per calmare le acque.-
La previsione del centurione romano si avverò. Gesù fu arrestato pochi giorni dopo e portato davanti al governatore. Una grande insurrezione era scoppiata tra il popolo che, solo qualche giorno prima, chiamava Gesù il Messia. Seppi che Caifa aveva fatto distribuire in segreto pane, olio e vino ai frequentatori del Tempio e ora questi avevano un nuovo soprannome per il mio mistico amico: “bestemmiatore”.

-E’ vero che Pilato, per togliersi d’impiccio, mandò Gesù da Erode, per essere giudicato dal suo re?-
-Solo diceria. Ci fu soltanto uno scambio di lettere. In pratica Pilato chiedeva a Erode di occuparsi del caso, o meglio, di riprendersi Gesù in Galilea e di tenerlo lontano dalla Giudea.-
-Ed Erode, che non era uno stupido, non ci pensò neppure a prendersi una tale grana-, butta li mia nipote concludendo per me.
-Appunto.-

Il governatore di Giudea da poco insediato, Ponzio Pilato, era stato elevato a quella carica dall’imperatore Tiberio quasi sulla fiducia. Ora non poteva mostrare al mondo che non era capace di sedare neppure una rivolta. Alla fine fu costretto ad istituire un pubblico processo. Pensavo che Gesù se la sarebbe cavata con poco, invece, quando giunsi nella piazza dove sarebbe stato giudicato alla presenza del comando romano e del Sinedrio, una gran folla si era radunata e tutti chiedevano che il “bestemmiatore” fosse messo a morte. Non potevo crederci. Gesù messo a morte perché predicava la pace e l’amore. Strinsi pugni per la rabbia fino a farmeli sbiancare ma mi trattenni dal farmi largo tra la folla per liberarlo.
Parlò Pilato. –Accusate quest’uomo di essere un bestemmiatore, di istigare la folla alla rivolta-, urlò il governatore rivolto alla folla.
-A morte! Mettetelo a morte! Bestemmia contro Dio!- urlava la gente in risposta.
Il governatore si fece pensieroso, poi parlò a Gesù. –Hai sentito le accuse. A me non interessa la vostra religione ma mi preme sapere se è vero che istighi la folla alla rivolta contro Roma.-
Astuto, pensai. Nessuno poteva dire che Gesù fosse contro Roma… se non lui stesso.
-Roma non sarà mai eterna come il Regno dei Cieli di cui parlo, del Regno di Dio di cui porto la parola-, disse in risposta il nazareno. –Roma cadrà ma la parola di Dio continuerà a vivere nei secoli a venire.- Capii subito che con quelle parole si era condannato da solo.
-Non mi lasci altra scelta-, esclamò Pilato scuotendo il capo mentre la folla continuava a chiederne la morte. –Gesù di Nazaret-, disse il governatore della Giudea. –Ti condanno alla flagellazione per istigazione alla rivolta contro il governo imperiale della Giudea. Eseguite e poi riportatelo qui. Che tutti vedano come viene trattato chi si rivolta contro Roma.-
Me ne andai mentre lo portavano via. Non volevo vedere in che stato lo avrebbero ridotto. Conoscevo abbastanza i romani da sapere che avrebbero dato il peggio di se stessi nel fustigarlo. Non potevo fare nulla, se non curargli le ferite quando lo avrebbero rilasciato e cercare di inculcargli in testa un po’ di buon senso. Me ne tornai alla taverna. C’era poca gente nonostante fosse l’ora in cui molti soldati smontavano dal servizio. Erano tutti andati a vedere “l’istigatore di folle”. Stavo per andare in cucina a prendere qualcosa da mangiare quando un uomo che sedeva solitario ad un tavolo attirò la mia attenzione. Aveva di fronte una caraffa di vino e una ciotola che continuava a riempire.
-Io so chi sei-, gli dissi avvicinandomi. –Ti ho visto al Tempio. Sei uno del Sinedrio. Giuseppe di Arimatea, se non sbaglio.-
-Sono io. Siediti, amico. Aiutami ad affogare il dispiacere nel vino-, rispose lui facendomi cenno di sedermi. Detti ordine di farmi portare da mangiare e mi sedetti con l’ebreo.
-Di cosa sei dispiaciuto? Di aver contribuito a farlo arrestare?- lo incalzai un po’ acidamente.
-No. Di non aver denunciato il complotto per consegnarlo ai romani. E’ un uomo dal cuore buono e non merita questo.-
-Di quale complotto stai parlando?!- gli domandai quasi alzandomi dalla panca.
-Caifa, oltre ad aver comprato il popolo con doni preziosi quali l’olio e il vino, ha sparpagliato i suoi zeloti a creare guai. Sono stati loro a sollevare i cittadini di Gerusalemme e a tutti dicevano che agivano per ordine del Messia di Nazaret.-
-Dannato demonio!- inveii. –Chi ha condotto i romani da Lui? Chi ha testimoniato su quelle falsità?!-
-Caifa ha comprato un suo stesso discepolo per una manciata di monete d’argento. Giuda, credo si chiami.-
Tradito dai suoi stessi fedeli. Era troppo. Mi alzai di colpo e andai nel magazzino dove tenevo nascosta la mia spada benedetta dal Dio dell’uragano, Seth.
-Vuoi fare ammenda, Giuseppe?- gli chiesi tornado verso di lui.
-Cosa vuoi fare?!- mi chiese sbarrando gli occhi vedendomi così infuriato.
-Vuoi fare ammenda?!- ripetei spazientito.
–Porterò il peso della colpa per il resto dei miei giorni. Ho tradito un vero figlio di Dio, ma se posso lo aiuterò.-
-Bene. Dimmi dove si riuniscono i fanatici di Caifa. Devo prenderne uno vivo e portarlo da Pilato a confessare.-
-Uno vivo?! Vuoi ucciderli?!-
-Ho promesso a Gesù che avrei avuto più rispetto per la vita umana. Spero solo che non mi costringano a infrangere quella promessa.-
-Hanno il loro covo in una casa attigua al Tempio, sul lato occidentale.-
-Vai al processo, Giuseppe. Stagli vicino, almeno. Ho un brutto presentimento e siamo solo a mezzogiorno. Le cose hanno ancora molte ore di luce per peggiorare. Quando arrivo, annuncia che Khalàd il taverniere vuole parlare alla folla. I romani mi conoscono bene e mi ascolteranno.-

-Cosa facesti? Non era certo la vendetta che Gesù ti chiedeva-, mi domanda Cristina perplessa.
-Nessuna vendetta. Il mio scopo era proprio quello di smascherare Caifa. Non sapevo ancora che era già tardi-, le rispondo chiudendo gli occhi per continuare a ricordare.

Trovai gli zeloti proprio dove Giuseppe mi aveva detto ma prima di arrivare sul posto, nel bel mezzo di una strada deserta, trovai un uomo dalle vesti impolverate che piangeva, steso a terra nella polvere.
-Cosa ti è successo? Perché piangi in quel modo?-
-Piangere è il minimo… per un traditore…-, mi disse tra i singhiozzi. Vidi appeso alla sua cintura un borsellino di tela che tintinnava ogni qualvolta lo sconosciuto faceva un movimento. La rabbia del leone montò dentro di me.
-Giuda!- ringhiai come una belva. –Tu l’hai tradito!- gli urlai contro come una belva, puntandogli la spada alla gola.
-Uccidimi. Me lo merito-, implorò.
Volevo farlo ma la promessa fatta a Gesù mi tratteneva. –Se vuoi morire ucciditi da solo. Non vali tanto da sporcare la mia lama con il tuo sangue-, gli dissi con lo sguardo più feroce che potessi mostrare. Seppi in seguito che aveva restituito il denaro al Tempio e che si era impiccato quella stessa sera ad un albero, appena fuori le mura della città.
Giunto alla casa degli zeloti valutai la situazione. Non avevo tempo per le entrate furtive quindi sguainai la spada e irruppi nella casa abbattendo la porta come una furia.
-Venite con me-, dissi soltanto. –Al processo hanno desiderio di sentire quello che avete da dire.-
-Il taverniere amico dei romani! Uccidiamolo! Il Sommo Caifa pagherà una cospicua ricompensa per la sua testa!-
Mi aggredirono tutti assieme. Sembrava una scena già vista trentatre anni prima, quando in una piccola stalla avevo combattuto contro i sicari di Erode per proteggere Gesù. Ora li avrei uccisi per salvarlo. Schivai tutti i fendenti dei loro pugnali e con uno slancio sovrumano schizzai in strada, trascinandomi dietro i seguaci di Caifa.
-Khalàd!- sentii chiamare alle mie spalle. Era Giuseppe di Arimatea che correva a perdifiato verso di me. –Khalàd! Lo hanno condannato a morte!-
-Che cosa?! Com’è possibile!-
-Cotinuavano a chiedere che lo uccidessero e alla fine Pilato ha ceduto! Lo crocefiggeranno tra meno di due ore!-
-Dobbiamo fermarli!- esclamai voltandomi nuovamente verso gli zeloti. Alcuni alla notizia avevano persino esultato. Scattai in avanti e, senza nessuno scrupolo, uccisi tutti quei fanatici prima ancora che i loro cadaveri toccassero terra. Afferrai l’ultimo rimasto vivo e gli puntai la spada alla gola.
-Vieni con me di tua spontanea volontà o ti devo trascinare?!- gli urlai contro. Quello, senza esitazione, si piantò il pugnale nel petto e si lasciò morire in mezzo alla strada. Era finita. Nessun testimone avrebbe potuto scagionare Gesù. Urlai contro il cielo, contro quella dannata divinità che si divertiva a farmi conoscere persone dall’animo straordinario e che continuava a portarmele via poco dopo.
-Khalàd. Non possiamo più fare nulla-, mi disse Giuseppe mettendomi una mano su una spalla. Lacrime di disperazione e d’impotenza mi rigavano il volto. –Facciamo almeno in modo che non muoia da solo.-
Annuii e mi feci condurre dall’ebreo sulla strada del dolore.
Gli avevano messo addosso una pesante croce di legno e in testa una corona di spine. Lo sbeffeggiavano chiamandolo Re dei Giudei, sputandogli addosso e ridendo di lui. Non sto a raccontare tutte le infamie che dovette subire perché sarebbe troppo doloroso. Il mio intero essere era svuotato di ogni sentimento, di ogni volontà di reazione. Mi facevo condurre da Giuseppe come un bambino, in lacrime.

-Deve essere stato terribile-, esclama Cristina con gli occhi lucidi.
-Si. In quel momento era come se sentissi dentro di me lo stesso lancinante dolore che tormentava lui. Essendo stato immortale, è uno strazio che mi porto ancora dentro.-
-Perché non lo salvasti? Avresti potuto…-
-Avrei potuto massacrare tutta la guarnigione romana e tutti gli zeloti. Avrei potuto impalare la testa di Caifa sulla sommità di quella croce. Avrei potuto fare un bagno di sangue e Gesù sarebbe stato salvo. Ma pensi davvero che lui avrebbe voluto questo?-
-No-, mi dice lei dopo un attimo di esitazione.

L’immagine più straziante, la scena che ha tormentato il mio sonno per molti anni in seguito, fu vedere Maria piangente osservare mentre gli uccidevano il figlio. Quando mi vide mi corse incontro e mi abbracciò senza dire una parola. I carnefici romani inchiodarono quel corpo martoriato dalle frustate alla croce, insensibili alle sue urla di dolore, e lo issarono sulla sommità della collina rocciosa chiamata Golgota, “luogo del cranio”, aumentando il suo tormento in modo inimmaginabile. Accanto a lui furono crocifissi anche due ladroni, come fosse egli stesso un comune criminale di strada.
-Padre!- gridò infine colui che mi aveva insegnato il valore della vita umana. –Padre! Perché mi hai abbandonato?!-
-Non ti ha abbandonato, Gesù!- gli gridai senza riuscire a smettere di piangere. –Non crederlo, o morirai per davvero!-
Il nazareno moribondo sollevò a stento la testa e mi guardò in volto, riconoscendomi. Mi sorrise, come a volermi dire che mi aveva sentito. Di colpo mi irrigidii. Sentivo una presenza ostile proiettare la sua ombra verso di me. Era lontana ma vicina allo stesso tempo. Tremai di rabbia e odio, stringendo i pugni e piantando saldamente i piedi per terra. La mia testa si voltò di colpo verso la vicina città. Puntai il mio sguardo nel cuore dell’abitato e, anche se non riuscivo a vederlo, sapevo che quell’entità era nello stesso edificio dove Gesù era stato torturato a morte.
Anche il viso di Gesù si contrasse. –E’ qui… Khalàd! E’ stato lui a…. Non è… come te… E’ malvagio…. Stai attento… allo sfreg….-. Non riuscì a dire altro perché la lancia di un soldato lo trafisse al costato, uccidendolo. Nel momento della sua morte, anche la presenza oscura si dissolse. Fu invece il sole ad oscurarsi, nella terza ora del pomeriggio, e sul mondo calò la tenebra.
Caifa non era presente. I sacerdoti suoi compagni del Sinedrio, però, che avevano assistito a quell’evento, caddero in ginocchio e si misero a pregare. –Dio, cosa abbiamo fatto?! Era davvero tuo figlio!-
Il sole tornò a risplendere poco dopo. Tutto era finito e tutto era tristezza. Giuseppe di Arimatea avanzò verso la croce e con una ciotola di coccio, simile a quelle che si usavano nella mia taverna, raccolse un po’ del sangue dell’uomo chiamato Messia, il nazareno, il Cristo, che scendeva in un rivolo sul ruvido legno romano. Fatto ciò, venne verso di me.
-Lo conserverò come la più sacra delle reliquie. Andrò via da questo luogo di dolore. Non voglio più saperne di Caifa e del Sinedrio. Contribuirò a diffondere la Sua parola-, annunciò l’ebreo tenendo tra le mani l’oggetto che sarebbe stato conosciuto in futuro come Santo Graal.
-Andrò via anch’io, Giuseppe. Ora che Lui è morto, qui mi sembra di stare in mezzo al nulla.-
Il mio nuovo amico era un uomo abbastanza facoltoso e comprò per il Messia un sepolcro nuovo, appena scavato nella montagna, poco lontano dal luogo dell’esecuzione. Tre giorni durò la permanenza di Gesù in quel tumulo, poi dissero di averlo trovato aperto, il sudario a terra, e il corpo sparito. Molti ne annunciarono la resurrezione. I più scettici e realisti ipotizzarono che i suoi discepoli avessero trafugato e nascosto il corpo per evitare profanazioni da parte degli zeloti del Tempio.
Io regalai la mia taverna a Sextus, che nel frattempo aveva abbandonato l’esercito per non dover più servire un governatore debole, senza il minimo orgoglio romano. Prima, Ponzio Pilato si era fatto condizionare da Caifa, senza imporre la legge di Roma, poi non aveva accettato la responsabilità della condanna, lavandosi simbolicamente le mani in pubblico per dimostrare che non erano sporche del sangue di Gesù.

-Non cercasti il Sommo Caifa per ucciderlo?-
-E a che scopo? Con la sua morte e ipotetica resurrezione, Gesù aveva già sconfitto il sacerdote del Tempio mille volte, delegittimandolo di fronte al suo stesso popolo. E poi, anche se me lo fossi trovato di fronte, in punta di spada, non lo avrei ucciso. Un uomo del genere non meritava di morire e sfuggire in questo modo al pubblico disprezzo.-
-Non hai conservato nulla di quel tempo, nonno?- mi chiede Cristina con un sospiro.
-Un aureo romano con l’effige di Tiberio e questa-, le dico porgendogli prima la moneta d’oro e poi un altro oggetto, una ciotola di coccio. –Me la consegnò Giuseppe di Arimatea poco prima di morire.-
Cristina esamina la ciotola e, appena vede che l’interno è macchiato di sangue, la lascia cadere. Sono lesto ad afferrarla prima che tocchi terra. -Ma sei matta?! Fai più attenzione! È un reperto unico!-
-Quello… quello.. è il…. Santo…-, balbetta quasi spaventata, facendosi il segno della croce più volte.
-Il Santo Graal? Si. E’ stato chiamato anche così, ma il suo vero nome è “ciotola di coccio”.-
-Come puoi essere così insensibile di fronte all’oggetto più sacro di tutta la cristianità?! E lo hai sempre avuto tu per giunta, mentre il mondo intero lo cercava!- Sembra quasi mi stia accusando.
-Cristina-, inizio con calma dopo aver riposto la ciotola nella cassa. –Quando lo hai toccato, hai sentito qualche potere particolare inebriarti il corpo?-
-No…ma…-
-E’ solo un pezzo di coccio antico. Non ha nessun potere divino. E’ un simbolo, se lo vuoi considerare tale.- Non mi sembra convinta ma comunque annuisce per dimostrare il suo assenso.
-Era davvero il figlio di Dio?-
-E che ne so? Non avevamo molte idee in comune. Io non so se abbia davvero fatto i miracoli di cui si parla nei Vangeli. Non so se Maria lo avesse davvero concepito rimanendo pura. Non so nulla di queste cose. Di Gesù di Nazaret posso dirti solo questo. Era un uomo. L’uomo dal cuore più grande che abbia mai conosciuto, libero da qualsiasi negatività immaginabile. Gesù era un uomo. Un uomo buono.-

mercoledì 11 giugno 2008

6 - L'OMBRA DELL'AQUILA

Cristina mi fissa enigmatica dopo la fine del racconto della mia avventura nel cuore dell’Africa. Chiaramente ha ancora molta difficoltà a credermi. Sono però sicuro che la cronaca di ciò che avvenne nella mia seguente tappa sulla strada della Storia le darà qualche certezza in più.
-Dunque fuggisti nel cuore della notte. Dove andasti?- mi domanda lei dopo aver cambiato la scheda di memoria del registratore digitale e averlo riattivato.
-A nord-, rispondo guardando fuori dalla finestra, guardando il mare.

Mi diressi a nord ma non era stata una mia scelta. Mettevo un passo dietro l’altro sempre nella stesa direzione presa a caso. Quando scappi da gente che vuole ucciderti non stai a pensare dove potresti andare. Camminai per giorni, riposando poco e razionando l’acqua, il bene più prezioso da quelle parti. Avevo trovato alcune oasi ma erano molto distanti tra loro ed ero costretto a risparmiare il prezioso liquido. Giunto al limitare del grande deserto ne seguii il limitare verso oriente fino ad arrivare ai confini dell’Egitto. Non mi sarei mai arrischiato ad attraversare il mare di sabbia in quelle condizioni e, comunque, come al solito non avevo fretta. Trovai presto un insediamento e pagando una moneta d’oro ottenni ospitalità e cibo presso una famiglia di minatori. Avevano trovato un piccolo filone di rame nei pressi della loro casa, scavando alla ricerca di acqua, e si erano messi in affari con i mercanti delle grandi città, sempre in cerca di prodotti minerari.
-Quali notizie dal mondo?- domandai mentre attendevo il cibo. Per due anni ero rimasto isolato dal mondo e volevo conoscere le novità.
-In verità non è successo nulla di nuovo-, mi disse il capofamiglia portandomi una brocca d’acqua fresca e della frutta. Ci trovavamo nella sala comune della sua casa, un luogo semibuio e fresco che serviva da rifugio alla famiglia nelle ore più calde del giorno. –I persiani continuano a spopolare in tutto il medioriente.-
-C’è qualche città libera dalla loro influenza? Cerco un posto dove stabilirmi ma non mi va di piegarmi alle regole dei persiani.-
-Cartagine. Tutta la forza commerciale dei fenici si sta spostando li, nella loro colonia africana.-
-Come mai? Due anni fa Tiro era ancora una città florida.-
-Lo è ancora mai i persiani hanno bisogno sempre di nuove ricchezze per finanziare le loro operazioni militari e nell’ultimo anno hanno calcato il piede su Tiro, la loro piccola miniera d’oro.-
-Ai fenici la cosa non è piaciuta, immagino-, commentai. Conoscevo i miei vecchi amici che mi avevano portato in giro per mezzo mondo.
-Esatto. Senza che i persiani se ne accorgessero hanno svuotato Tiro spostando il centro dei loro affari a Cartagine. Ora la vecchia Tiro è solo una grande città con un porto e dei magazzini. Oro e gemme ne girano poche.-
Mi venne da sorridere. I fenici erano un popolo davvero pieno di risorse. Avevano sempre una soluzione ad ogni problema. Sarà per questo che, in un modo o nell’altro, il loro impero commerciale è durato ben più a lungo di quello che nominalmente si crede.
-Avete qualche contatto laggiù? Vorrei trovare un lavoro ma non so nulla della città-, chiesi al minatore, un uomo corpulento dalla testa rasata e con la pelle bruciata dal sole.
-Nessuno direttamente ma uno dei mercanti a cui vendo il rame lo porta sempre a nord, da quelle parti. Quando sarai al mercato di Cartagine, cerca Asuaf e digli che ti manda Nerak. Saprà sicuramente aiutarti.-
-Ti ringrazio. Ti sono debitore.-
-Con quello che mi hai pagato non mi devi nulla. Riposati ora. Il viaggio fino a Cartagine è lungo per una persona appiedata e non puoi viaggiare per molte ore al giorno.-
Salutai Nerak e la sua famiglia il mattino seguente quando ancora regnava il buio e tornai a dirigermi verso nord, verso il delta del Nilo. Avevo una buona scorta di cibo e di acqua ma il minatore mi aveva comunque indicato degli altri insediamenti dove potermi fermare a riposare e ristorare. In uno di questi mi fu offerta persino la birra della fabbrica che avevo fondato a Tiro. La qualità era ancora eccellente. Evitai ancora una volta le grandi città dell’Egitto. La dominazione persiana non aveva schiavizzato gli egiziani, anzi, li aveva integrati nell’impero in modo molto morbido rispetto ad altri popoli. Tuttavia, dopo la battaglia delle Termopili, temevo che appena avessi visto un persiano gli sarei saltato addosso per ucciderlo.

-Se ti stabilisti a Cartagine pochi anni dopo la battaglia delle Termopili, non ci rimanesti per troppo tempo immagino-, commenta Cristina e so a cosa si riferisce.
-Effettivamente ci rimasi “appena” centosettant’anni, fino al 330 a.c., ma ora sto correndo troppo-, rispondo.

Cartagine era una città fiorente dalla grande forza economica. Per la sua posizione, proprio al centro del Mediterraneo, il volume dei suoi affari era tre volte quello di Tiro e vi si potevano trovare merci provenienti persino dalle più remote terre del nord Europa. A differenza della capitale della madrepatria, i coloni cartaginesi avevano sviluppato molto anche la loro forza militare, in particolare marittima, e difendevano la loro città e le loro colonie con possenti battaglioni di uomini ben addestrati e navi da guerra agili e veloci nel manovrare.
Quando giunsi a Cartagine, circa un mese dopo ave lasciato la casa di Nerak, non mi fu difficile trovare il mercante Asuaf visto che era uno dei pochi ad avere il prezioso rame tra le sue merci. Dall’accento con cui parlava la lingua fenicia sembrava un siriano e si dimostrò subito diffidente quando gli chiesi se fosse lui l’uomo che cercavo. Al nome di Nerak però, la sua lingua si sciolse e mi offri persino da bere, lasciando i suoi inservienti a guardia del carico. Mi portò in una specie di taverna dove bevemmo un nero e forte vino siciliano e parlammo di affari. Gli spiegai la mia situazione e cosa cercassi. Quando gli dissi che avevo fatto per moltissimo tempo la guardia carovaniera…

-Scommetto che ti offrì di difendere la sua carovana-, ironizza mia nipote.
-Le sue merci-, rispondo annuendo, -Ma non sulla carovana. Asuaf aveva un grande magazzino a Cartagine dove stivava ogni sorta di merce, non solo minerali. Non riusciva a trovare un uomo d’esperienza da mettere a capo dei suoi sorveglianti, così mi propose una prova.-
-Che prova?-

Dopo avermi fatto l’offerta, tornammo all’area del mercato dove esponeva le sue merci e chiamò a se una delle guardie dei suoi carri. Era un colosso dalla pelle nera, vestito solo con una pelle di animale e portava a tracolla un’enorme spada ricurva ad un solo taglio, di fattura molto simile a quelle usate nella mia terra d’origine. Mi venne un tuffo al cuore quando lo vidi perché somigliava molto a Uluda, il capo del Popolo del Leone.
-Questo è Kutu, il migliore dei miei combattenti-, lo presentò il mercante siriano. –Ora andremo al magazzino e se saprai resistere almeno una clessidra di tempo contro di lui ti assumo.-
-Per me va bene-, risposi con una certa noncuranza, anche se il nero mi superava in altezza di almeno un metro.
Il magazzino cartaginese di Asuaf era una vasta costruzione di pietra e legno addossata al muro occidentale della città. C’era una sola grande porta per accedervi e poche strette finestre poste in alto, a ridosso del tetto, per il ricambio d’aria e per far entrare un po’ di luce. Il magazzino all’interno era diviso in due zone. Una parte, la più grande, era occupata da alti mucchi di minerali, ognuno di un colore diverso. Riconobbi il rame, lo stagno e il ferro ma vidi anche cumuli più piccoli che brillavano d’oro e d’argento. Nella parte opposta del magazzino erano invece accatastate le altre merci. Attrezzi, armi, anfore di vino e olio, vasi di alimenti conservati e soprattutto stoffe, moltissime stoffe. Due uomini di mezza età erano indaffarati a sistemare e catalogare le merci. Entrambi portavano dei lunghi coltelli ricurvi infilati alla cintura.
Appena oltrepassata la porta c’era uno spiazzo abbastanza grande perché un carro potesse stare al riparo dal sole e dalla pioggia, per essere caricato o scaricato. Era li che mi sarei battuto.
-Vediamo che sai fare… Khalàd-, disse il mercante indicando lo spiazzo, mentre il nero Kutu già estraeva la sua grande spada.
Senza dire una parola misi giù la mia sacca e sfoderai la spada. La feci roteare un paio di volte per sgranchire il polso mentre il mercante prendeva una piccola clessidra e si preparava a girarla al primo attacco di uno dei contendenti. Sembravo una pulce con uno spillo in confronto al colosso nero ma conservai la calma. Dagli spartani avevo imparato molto e soprattutto a non preoccuparmi finché non avessi valutato l’avversario a dovere. Mi attaccò all’improvviso, con una violenza inaudita. Feci appena in tempo a scansarmi e la spada del nero si abbatté al suolo lasciando un solco profondissimo. Gli girai intorno, facendo poi delle finte per istigarlo ad attaccare nuovamente. Schivai ancora i suoi attacchi. Non mi sognavo neppure di parare uno di quei colpi altrimenti non so che sarebbe successo al mio braccio. Kutu non era un principiante e calibrava bene i suoi assalti, in modo da rimanere in posizione sbilanciata il meno possibile. Provai ad attaccarlo anch’io, per saggiare la sua difesa, e lui bloccò con facilità tutti i miei colpi. In fondo dovevo far solo passare il tempo e la sabbia nella clessidra sulla mano di Asuaf era già caduta per metà. Il mio intento era però chiaro e, ad un cenno del mercante siriano, Kutu iniziò a fare sul serio… e anche io. Attaccò a piena potenza e dovetti ricorrere a tutta la mia velocità e agilità per schivare i suoi colpi. Pur possedendo una tale corporatura era molto veloce, ma avevo intravisto il momento buono in cui colpirlo, usando un trucco che avevo imparato dal mio antico maestro Mordan. Scansai l’ennesimo affondo del nero facendo un solo passo laterale e abbattei con tutta la mia forza la spada, girata di piatto, sul suo avambraccio, sull’unico punto in cui un nervo non è coperto dai muscoli. Mi allontanai rapidamente. Sapevo che un colpo solo non bastava ma vidi comunque la smorfia di dolore sul volto di Kutu. Il suo seguente attacco fu infatti più incerto ed ebbi l’occasione di colpirlo nuovamente sullo stesso punto, facendolo inesorabilmente arrabbiare.
-Che cerchi di fare, insetto?!- inveì contro di me stringendo i denti per non lasciare cadere la spada per il dolore.
-Cerco di non ucciderti-, risposi. –Sei un combattente molto abile e sarebbe un peccato toglierti la vita.-
Evidentemente non gradì quella mia cautela e attaccò in modo ancora più violento. Nonostante prestasse maggior attenzione durante il suo assalto, lo colpii nuovamente al braccio che sorreggeva la sua spada. Finalmente lasciò cadere l’arma e il freddo metallo toccò terra proprio nel momento in cui l’ultimo granello di sabbia cadeva nella clessidra.
-Superbo!- esclamò Asuaf battendo le mani. –Mai avrei pensato che Kutu potesse essere sconfitto! Sei ufficialmente il guardiano di questo magazzino, al prezzo che già abbiamo pattuito.-
-Ti ringrazio, Asuaf-, risposi rinfoderando la mia spada egizia. Raccolsi poi la grossa lama del nero Kutu e la porsi al suo proprietario, il quale si teneva ancora il braccio per il dolore.
-Sei davvero molto forte, guerriero. Ti rendo onore-, mi disse accettando la spada.
-L’onore è mio, Kutu. Sei stato un avversario formidabile.-

-Avresti potuto ucciderlo?-
-Facilmente, bambina mia-, rispondo con una certa noncuranza. –Ma non era quello il mio scopo.-
-Che ci trovavi di tanto affascinante nel lavorare per i mercanti? Proprio non riesco a capirlo.-
-Tu leggi i giornali?- le domando di contro.
-Naturalmente. Ma non capisco questo cosa centri con…-
-Nel mondo antico non esistevano i giornali. Al massimo qualche rara affissione per comunicazioni da parte dei governanti, ma nessun mezzo di informazione scritto.-
-Ancora non ci arrivo, nonno-, insiste Cristina.
-A quei tempi le informazioni viaggiavano sulle lingue dei mercanti. Erano loro che, con i loro viaggi, portavano in giro le notizie e io avevo un gran bisognio di quelle notizie. Non potendo morire dovevo preoccuparmi di cambiare luogo in cui vivere, di tanto in tanto, e finire nel bel mezzo di una guerra perché non sapevo nulla sulla mia destinazione non mi è mai piaciuto.-
-Capisco. E che si diceva in quel periodo?-
-Ora lo saprai.-

Presi servizio nel magazzino come capo delle guardie, ovvero i due inservienti che avevo visto più un ragazzetto che era solito fare commissioni per Asuaf. Era un lavoro davvero monotono visto che non capitava mai nulla. Certo, non amavo gli scontri, ma stare giorni e giorni a guardare mucchi di pietre e rotoli di tessuto era proprio noioso. Avevo voglia di un po’ di attività e un giorno, quasi due anni dopo che ero stato assunto, guardando dei ragazzini che giocavano con spade di legno poco lontano dallo stabile, mi venne un’idea a cui non avevo mai pensato. Ne parlai con Asuaf al suo ritorno a Cartagine.
-Una scuola per guardie? Non si è mai sentita una cosa del genere-, esclamò il siriano accigliandosi e lisciandosi la barba che stava lentamente ingrigendo. –Tutte le guardie che lavorano per noi mercanti sono state addestrate nell’esercito.-
-E quante sanno fare questo mestiere appena lasciano l’esercito? Nessuna. Sono solo smaniosi di combattere, non di proteggere le merci.-
-Questo è vero. Cosa mi proponi di fare, allora?-
-Troviamo giovani che sappiano tenere in mano una spada o una lancia e io li addestrerò. Poi li faremo fare pratica qui al magazzino e con te e Kutu con la carovana. Infine ci faremo pagare dagli altri mercanti per averli al loro servizio. Con tutti quelli che ci sono qui a Cartagine faremo soldi a palate.-
-L’idea è buona. Facciamolo-, acconsentì Asuaf. –Proprio ieri parlavo con degli amici mercanti che si lamentavano del fatto che non si trovano buone guardie per le loro carovane.-
Detto fatto, mi trovai un’occupazione per diverse decine d’anni. Guadagnai abbastanza da riscattare quell’attività dal mercante siriano e, assieme al nero Kutu, mi misi in proprio. Usai la solita storiella della benedizione divina per spiegare il mio aspetto sempre giovane e, come spesso accadeva, sia Asuaf che Kutu considerarono la mia vicinanza una vera fortuna, visto come andavano gli affari. Infine però, vidi anche loro invecchiare e morire. Seppellire degli amici è sempre stato triste per me e anche se dicevo a me stesso che oramai ci ero abituato, in realtà non era vero. Non ci si abitua mai a veder morire le persone che hanno fatto parte della tua vita per molti anni.
Dopo quasi due secoli passati li, iniziai a prendere in considerazione l’idea di andarmene da Cartagine. Girando per il porto avevo sentito dire che la città si stava facendo un’antagonista di tutto rispetto nel controllo del Mediterraneo, un nemico di nome Roma, una città al di la del mare che stava conquistando terre e sottomettendo popoli in tutto il continente. Una forza combattente che non si fermava davanti a nulla e ciò che calpestava assoggettava. Rimuginando su quelle voci, un senso di inquietudine si impadronì di me. Sembrava quasi che sentissi la fine di Cartagine e della civiltà fenicia avvicinarsi. A oriente la situazione non sembrava migliore. Un condottiero macedone di nome Alessandro stava conquistando uno dopo l’altro gli stati del medioriente e si preparava a dare il colpo finale all’impero persiano. Qualcuno diceva che il giovane Alessandro era un grandissimo stratega e condottiero, altri vociferavano che il merito fosse di un generale, un uomo misterioso che affiancava sempre il macedone e che portava sempre l’elmo calato sulla testa perché orrendamente sfigurato in volto a causa di un incendio.
Merito o non merito, quell’uomo stava adottando la stessa politica di conquista attuata dai persiani. Sottometteva i popoli senza renderli schiavi, governandoli ma lasciando loro una certa libertà, inglobandoli nel suo nascente impero in modo morbido, senza continui conflitti interni.

-Molti storici sospettano effettivamente che Alessandro Magno fosse un incapace e un sodomita e che il merito delle sue vittorie fosse dei suoi generali-, mi fa notare Cristina.
-E hanno pienamente ragione. Tuttavia, ad Alessandro va riconosciuto il merito di aver sempre sostenuto lo sviluppo e la conservazione culturale dei popoli sottomessi, rendendoli più docili e meno inclini a rivoltarsi. In questo modo le loro culture sono giunte fino a noi. Lui stesso era stato istruito da filosofi e letterati e conosceva bene le conseguenze a cui poteva portare l’umiliazione dei perdenti.-
-Sembra che tu ne apprezzi le imprese. Sei forse stato al suo seguito dopo aver lasciato Cartagine?-
-No, per fortuna-, rispondo con un certo nervosismo.

Mentre l’ombra di Roma si allungava sul continente europeo, Alessandro il macedone era all’apice del suo potere ed espandeva il suo impero verso oriente, verso il mare arabico e la valle dell’Indo. Aveva disseminato i suoi uomini più capaci lungo il suo cammino, in modo da mantenere un controllo diretto sui territori occupati. A quanto sentivo però, teneva sempre al suo fianco quel misterioso generale mascherato, che si diceva fosse un guerriero fortissimo e spietato. Il giovane conquistatore aveva fondato anche diverse città, dando loro il suo nome. Fu in quel periodo che decisi di lasciare Cartagine e di fare parte della nascita di qualcosa di nuovo, di una città che avrebbe rappresentato un punto di riferimento per la cultura di tutto il mondo antico, la prima Alessandria fondata dal figlio di Filippo, quella in Egitto, che ormai consideravo quasi una seconda patria.
Giunsi ad Alessandria d’Egitto nel 330 a.c., due anni dopo che Alessandro aveva dato il via allo sviluppo dell’originario insediamento. Conoscendo a fondo la cultura egizia, non mi fu difficile farmi notare in fretta dal comando militare che presiedeva la costruzione degli edifici e delle strade. In pochi anni ero già quello che poteva definirsi un “visir”, un governatore o un sovrintendente della città. Un ruolo che cambiò alla morte del giovane conquistatore, a soli trentatre anni. Qualcuno dice di peste, altri avvelenato. La verità è che fu assassinato da quello stesso generale sfregiato, quello che si era portato appresso durante le sue conquiste, e che poi si era dileguato per sfuggire alla vendetta di coloro che erano rimasti fedeli al giovane sovrano.

-Come lo scopristi?- mi chiede Cristina.
-Me lo rivelò uno dei più fedeli generali di Alessandro, Tolomeo il greco, quando giunse ad Alessandria per prenderne possesso e diventare il primo faraone dell’ultima dinastia d’Egitto.-

Tolomeo I detto “Sotere”, il salvatore, era un uomo che, pur essendo rimasto fedele ad Alessandro fino all’ultimo, non condivise mai la sua ossessione e la sua ambizione di conquista. Al pari del conquistatore macedone era stato istruito da uomini di conoscenza che avevano condizionato grandemente la sua personalità e le sue aspirazioni.
In qualità di sovrintendente della città feci parte del comitato di benvenuto che lo accolse al suo arrivo. Mi parve subito un uomo carismatico, abituato a comandare con l’intelligenza più che con la spada. Non era un ingenuo però e dopo pochi giorni dal suo insediamento, quando capì che una buona parte del comando militare non condivideva il suo progetto di un regno d’Egitto pacifico e poco incline alle conquiste, fece prima rimuovere gli oppositori dai loro incarichi ed infine li fece giustiziare.
Per i primi tempi fui io la sua guida della città e in quel periodo nacque tra noi un sodalizio e un’amicizia davvero profonda in quanto eravamo molto simili. Entrambi non amavamo le guerre inutili e credevamo nella conservazione della conoscenza. Una sera, alcuni mesi dopo la sua presa del potere, mentre sedevamo allo stesso tavolo per la cena, mi espose i suoi progetti.
-Ti sei rivelato molto prezioso per questa città, amico mio, ma ora credo che il tuo compito come sovrintendente sia finito.-
Drizzai le orecchie come un segugio. –Ti ho forse deluso, faraone? Se ho mancato in qualcosa sono pronto a pagarne il prezzo-, dissi in modo formale anche se non mi sarei mai sacrificato per nessun re che non fosse stato come Leonida di Sparta.
-Assolutamente no, Khalàd-, disse l’ex generale scoppiando a ridere. –Penso solo che sei sprecato come capocostruttore, tutto qui. I tuoi sottoposti possono cavarsela da soli oramai. Ne promuoveremo uno a sovrintendente e la faccenda sarà sistemata.-
-Che hai in mente per me, maestà?-
-Tu sai che ho in progetto di costruire un’opera grandiosa che darà lustro alla nostra città per i secoli a venire. Hai visto i progetti.-
-La grande colonna che segnalerà la via ai naviganti del nostro mare.-
-Proprio quella. Entro breve tempo inizierà la costruzione e vorrei che ti assicurassi che i lavori procedano senza intoppi, vista la tua esperienza di comando.-
-Potrei farlo anche continuando ad essere il sovrintendente della città-, obiettai riempiendo le coppe di vino per l’ennesima volta.
-La sovrintendenza della costruzione della colonna sarà solo il minore dei tuoi incarichi. Sono rimasto affascinato dal tuo racconto su Hermopolis, la città sacra del Dio Thot.-
-Dove ho appreso i segreti della cultura egiziana.-
-Appunto. Ma l’Egitto non è più il regno potente di un tempo e si dovrebbe trovare un altro mezzo per riportare il nome di questa terra alla gloria del passato.-
-La colonna lo farà di certo, mio signore.-
-E se espandessimo l’idea della biblioteca di Hermopolis? Se creassimo una grande biblioteca, qui, ad Alessandria, e vi raccogliessimo tutto il sapere del mondo conosciuto, non solo quello dell’Egitto?-
-Sarebbe un’impresa colossale… e magnifica-, commentai a voce bassa con l’idea che già mi accarezzava la mente. Tolomeo se ne accorse immediatamente e sorrise.
-Sapevo che la cosa ti avrebbe affascinato-, disse il sovrano continuando a fissarmi.
-E come non potrebbe? Un’occasione unica per l’umanità di riunire tutto il sapere del mondo e poterlo utilizzare al bisogno.-
-Esatto! Solo di te mi posso fidare per l’aiuto che mi è necessario. In nessun altro dei miei sudditi scorre la stessa brama di apprendimento che c’è in te. Facciamola, Khalàd! Creiamo la più grande biblioteca del mondo, superiore a quella di Hermopolis e persino a quella di Babilonia! Tu ne sarai a capo e nessun altro!-
-Tu mi offri un’opportunità unica, mio faraone. Ti aiuterò con tutto me stesso a compiere questa impresa ma perché le fondamenta di una tale istituzione siano solide, tu dovrai aiutarmi a mantenere un segreto che mi riguarda.- Il mio ammonimento lo prese alla sprovvista.
-Di quale segreto parli, amico mio?- mi chiese il sovrano scrutandomi attentamente.
-Io sono un benedetto dagli Dei. Non ne conosco il motivo ma la mia vita scorre in maniera più lenta degli altri uomini e sono molto più vecchio dei vent’anni che mi si attribuiscono.-
-Mi prendi in giro forse?!-
-Non mi permetterei mai. Inoltre, le mie ferite guariscono più in fretta di qualsiasi altro uomo-, gli rivelai ancora. Per dimostrargli ciò, presi dal tavolo un coltello per la carne e mi ferii la mano, mostrandogli poi il taglio che si rimarginava all’istante.-
-Ma questo… è un miracolo!-
-Non è un miracolo e in passato ho spesso pensato che si trattasse di una maledizione. Io sono per davvero la persona più adatta ad aiutarti a creare la grande biblioteca dei tuoi sogni, poiché la dirigerò per un tempo molto più lungo di quanto lo farebbe un uomo comune.-
-Da quanto tempo sei in vita, Khalàd?- mi domandò Tolomeo ancora sconvolto dalla mia rivelazione.
-Non è importante. Sarebbe un tempo incomprensibile per un uomo di questo tempo.-
-Cosa vuoi che faccia?-

-Perché gli rivelasti il tuo segreto? In parte almeno-, mi domanda mia nipote senza comprendere.
-Perché mi si stava offrendo un’occasione unica. Essere a capo di un’istituzione culturale, fuori dal campo militare, che, in aggiunta, sarebbe stata la più grande del mondo. Mi fidavo di Tolomeo e volevo che mi aiutasse a gestire la mia presunta lunga vita in modo che nessuno si chiedesse perché non invecchiavo.-
-Funzionò?-
-A meraviglia-, commento compiaciuto di me stesso

-La carica di Custode della Biblioteca sarà ereditaria. Io la cederò a mio figlio quando questi compirà vent’anni…-, spiegai al sovrano greco.
-Ma in realtà sarai sempre tu. Davvero ingegnoso.-
-E’ l’unico per non far sorgere sospetti.-
-E sia. Non ho comunque altra scelta se voglio che sia tu a rendere questo sogno una realtà-, acconsentì il faraone. –Ci sarà molto da fare.-
-Ne ho tutto il tempo-, dissi con un mezzo sorriso che lo mise un po’ a disagio.
Negli anni a seguire ebbi davvero molto da fare. Progettammo l’edificio che avrebbe ospitato la grande biblioteca, un vasto palazzo costruito nel solido stile egizio e abbellito dalla raffinatezza del marmo bianco di Grecia. Riunii attorno a me molti uomini e le donne amanti della cultura e li spedii in tutto il mondo a raccogliere testi e informazioni per il nuovo archivio. Molti rischiarono la vita ma nessuno si tirò mai indietro. Veri guerrieri del sapere. Fu grazie a loro che la Grande Biblioteca di Alessandria iniziò a vivere di forza propria. La fama di quell’istituzione crebbe a dismisura e tutti i dotti del mondo iniziarono ad inviare le copie dei loro scritti e progetti nella nostra città perché non andassero mai perduti. Non so dire a che ritmo riempimmo i grandi saloni ma ricordo soltanto che, al momento del suo apice, nella biblioteca erano conservati oltre settecentomila pergamene, papiri e tavolette a cui si aggiungevano pezzi d’arte di unica bellezza.
Poco dopo che la biblioteca entrò in funzione, iniziarono anche i lavori di costruzione del faro che sarebbe poi stato considerato una delle sette meraviglie del mondo antico. Sarebbe stato un’altra fonte d’orgoglio per la città, anche se il mio amico Tolomeo non ne avrebbe visto l’ultimazione. Morì prima che i lavori fossero ultimati, fatto che avvenne sotto il regno di suo figlio, Tolomeo II.

-La dinastia tolemaica perdurò a lungo, se non sbaglio.-
-Quasi trecento anni, durante i quali io fui a capo della Grande Biblioteca di Alessandria.-
-Fu un periodo tranquillo per l’Egitto?- mi domanda Cristina.
-Relativamente. Ci furono alcune scaramucce con i siriani per tenerli lontani dall’Egitto ma il regno dei Tolomeo fu piuttosto tranquillo. Troppo tranquillo.-
-Che intendi dire, nonno?-
-Che fu la calma prima della tempesta. L’Egitto e le altre terre libere del medioriente avrebbero presto conosciuto la forza della più micidiale macchina da guerra del mondo, presa a modello ancora oggi per l’organizzazione degli eserciti moderni. La legione romana.-
-Come prendeste la notizia della distruzione di Cartagine?-
-Con preoccupazione, almeno da parte mia. Il generale Cornelio Scipione, dopo la vittoria di Zama, aveva inviato un messaggio al senato romano per informarlo della schiacciante vittoria e della caduta della città fenicia.-
-E’ Storia-, asserisce Cristina alzando le spalle.
-Quello che non sai è che il grande comandante inviò lo stesso messaggio anche a tutti i sovrani del bacino mediterraneo, come ad avvisarli che non sarebbe finita li. Fui io a tradurre la missiva per il faraone Tolomeo V, da poco salito al trono, che, come tutti gli altri sovrani, considerò quell’avvertimento come una spacconeria.-
-Se ben ricordo, distruggere Cartagine era diventata una necessità per Roma. Voleva essere l’unica padrona del Mediterraneo.-
-La necessità veniva dopo l’ossessione-, le spiego. –Catone, filosofo e politico romano, soprannominato “il Censore” a causa della sua ferrea moralità, era solito affermare, sia oralmente che in forma scritta, “Cartago Delenda Est”, Cartagine dev'essere distrutta.-

Come accade per ogni dinastia, anche quella tolemaica finì per indebolirsi mentre un nuovo potere divampava nel mondo, un potere chiamato Roma, guidata da un altro grande conquistatore, Caio Giulio Cesare. Oltre che con i miei inservienti, che viaggiavano in lungo e in largo per reperire scritti da archiviare, avevo sempre mantenuto i contatti con il mondo dei mercanti e da essi ottenevo informazioni fresche in continuazione. A nord, Giulio Cesare, dopo una difficile campagna militare, aveva infine conquistato la Gallia e le regioni attigue. Il tutto con una sola grande legione, la tredicesima, il cui comandante militare era un giovane ufficiale di nome Marco Antonio. Il vessillo di Cesare era invece un’aquila, che i nostri oracoli vedevano come un pessimo auspicio.
Il trono di Alessandria era a quel tempo condiviso dai due giovani figli di Tolomeo XII Aulete, ovvero Cleopatra e il piccolo Tolomeo XIII. Da tempo i faraoni della dinastia non erano più i veri padroni dell’Egitto. Il palazzo, inteso come i nobili di corte, avevano il potere e manovravano i sovrani come marionette. Ciò non fu possibile con Cleopatra che dimostrò subito un’intelligenza e un’abilità politica fuori dal comune. Il palazzo reagì e con una congiura tentò di eliminarla per lasciare tutto il potere nelle mani, si fa per dire, del fratello bambino, molto più malleabile della sorella.

-Non ci riuscirono, naturalmente-, mi fa notare mia nipote.
-No, perché intervenni io-, risposi.

Per decenni ero rimasto al mio posto, senza impicciarmi degli affari di corte. Presenziavo soltanto all’arrivo delle ambascerie straniere, quando mi univo al saluto agli ospiti che, puntualmente, lodavano la nostra biblioteca la cui fama aveva oltrepassato molti confini. Negli ultimi tempi, Roma, con cui eravamo in buoni rapporti, inviò diverse ambascerie distinte e questo mi diede da intendere che c’era dissenso all’interno del governo di quella potenza.
-Hai pienamente ragione, mio signore-, mi disse un mio amico mercante un giorno che lo interpellai a proposito. Era appena tornato proprio da quella città. -Cesare diventa ogni giorno più potente e questo non piace all’altro governatore di Roma, Pompeo. Si vocifera che, già prima del ritorno dalle Gallie, Cesare abbia avuto un’aspra disputa con il suo rivale il quale è dovuto andare via da Roma, poiché la maggioranza del senato e dei generali si è schierata con il primo.-
-Dove sta andando Pompeo?- domandai pensieroso anche se temevo di conoscere la risposta.
-Ha preso tre legioni ed è disceso lungo la Dalmazia fino in Grecia, ma intende proseguire. Sembra si diriga da questa parte.-
Il generale Gneo Pompeo Magno aveva intessuto un fitto rapporto con i dignitari della corte di Alessandria e questi prepararono la venuta dell’illustre romano e dell’esercito che si portava appresso. Cleopatra era ovviamente un ostacolo perché, come me, aveva capito che accogliere il rivale di Cesare in Egitto non avrebbe fatto altro che far allungare l’ombra dell’aquila su di noi, con il rischio di iniziare una guerra con Roma che avremmo sicuramente perso. Per questo fu deciso di eliminarla.
Avevo le mie spie a palazzo perché da tempo non mi fidavo più dei discendenti di Tolomeo. Tuttavia, avevo in simpatia la giovane regina poco più che adolescente, nonostante i vizi che le si attribuivano. Venni a sapere per tempo della congiura e mi misi in azione. Non disponevo di soldati miei ma io bastavo. Armato solo della mia fedele spada, entrai di notte nel palazzo reale. Stordii gli uomini messi segretamente a spiare Cleopatra e mi intruffolai furtivamente nella sua stanza. C’era sempre un forte odore d’incenso nella camera della regina… e di qualcos’altro. Fortunatamente, quella notte, quando la svegliai, si rivelò lucida.
-Khalàd! Cosa ci fai qui?!- esclamò appena mi riconobbe.
-Ti porto in salvo, mia regina-, le dissi a bassa voce indicandole di fare lo stesso. –C’è una congiura in atto per ucciderti e i traditori sono troppi per poterli smascherare ed eliminare.-
-Devo fuggire, allora!- sentenziò lei mettendosi immediatamente in piedi. Era bella e le sue nudità, perfettamente visibili al di sotto del sottile tessuto della veste da notte, la rendevano simile ad una dea primordiale dall’attrazione fatale. Distolsi lo sguardo mentre si vestiva e quando fu pronta la trascinai fuori dalla sua stanza, seguendo a ritroso il percorso che avevo fatto per arrivare da lei.
-Dove mi porti, Khalàd?-
-Prima alla biblioteca e poi in un posto sicuro fuori città, a sud-, le risposi senza guardarmi indietro, scrutando l’oscurità per rilevare qualsiasi movimento. Dopo anni avevo rimesso in attività i miei sensi animali e notai con piacere che non si erano per niente affievoliti. Riuscimmo a giungere al palazzo della biblioteca, il mio palazzo, senza essere visti da nessuno ed entrammo da una porticina di servizio che dava accesso alle cucine della grande costruzione.
-Ci avranno seguiti?- domandò la giovane regina scrutando l’oscurità prima di richiudere la porta alle nostre spalle.
-Nessuno ci ha visti o seguiti. Me ne sarei accorto subito-, affermai con sicurezza.
Chiamai gli inservienti che avevo già istruito sul da farsi e condussi Cleopatra alle stalle, sul retro della grande costruzione, dove un’anonima portantina senza fregi o insegne e quattro portatori dalla pelle nera erano in attesa. –Sali, mia regina. Non indugiare. I portatori sanno già dove andare. Domani anche la tua serva personale ti raggiungerà e per il momento sarai al sicuro.-
-Non so come ringraziarti, Khalàd. O forse si?- mi disse strizzando l’occhio mentre saliva sulla portantina. –Sei giovane e bello e forte… Questo paese potrebbe avere bisogno un giorno di un vero faraone.-
Ricambiai il sorriso. Forse alcune delle storie che giravano su di lei erano vere. –Il potere non mi attrae, mia signora. Ti assicuro che sono la persona meno adatta a detenerlo. Ora vai. Ti farò sapere quando le acque si saranno calmate.-

-Dove la mandasti?- mi domanda Cristina quasi divertita.
-Dove non potessero trovarla e dove, speravo, non si mettesse nei guai. L’esuberanza di quella ragazza era pari alla sua intelligenza.-
-Non hai risposto, nonno.-
-La mandai a Menfi, in una delle antiche capitali d’Egitto. Usando le parole segrete del comando, conosciute solo agli scribi reali e ai discepoli di Thot, convinsi, con un messaggio breve ma significativo, il sacerdote che reggeva il locale tempio del Dio-ibis a nascondere la regina nel più totale anonimato.-
-Obbedì?-
-Certo. Nel messaggio avevo incluso anche una bella maledizione che avrebbe colpito chi avesse osato sfidare il volere di un discepolo di Thot.-

Dopo la scomparsa di Cleopatra la corte di Alessandria calò nel caos più totale per qualche giorno, poi, vedendo che la regina non si trovava, fu dichiarata morta e il trono venne associato esclusivamente al piccolo Tolomeo XIII, un ragazzino capriccioso dalla scarsa intelligenza che altri non era che la facciata dei dignitari che reggevano realmente l’Egitto.
Oramai ero coinvolto quindi decisi di fare la mia parte. Intensificai i miei colloqui con i mercanti e, con la scusa di onorare il nuovo faraone, divenni una figura più presente a palazzo. Volevo tenere d’occhio entrambi i fronti d’azione. Quello interno della corte, per scoprire chi tra i nobili di palazzo stava a capo dei dissidenti, e quello esterno, ovvero la guerra tra Giulio Cesare e Pompeo. Era il 48 a.c.
Pochi mesi dopo la mia sortita a palazzo per far scomparire Cleopatra, un mercante di spezie mi portò la notizia che Pompeo era stato sconfitto da Cesare a Farsalo, in Grecia, e che il generale caduto veniva con la sua famiglia e il suo seguito a chiedere asilo in Egitto.
-Cosa fa Cesare dopo la vittoria, amico mio?- domandai al mercante mentre gli riempivo la coppa.
-Per ora nulla. E’ ancora in Grecia e sta sistemando la questione “traditori”. Non si muoverà da li per un bel pezzo, credo.-
-Tu sei diretto proprio in Grecia, vero?-
-Parto fra poche ore-, confermò il mercante che era un persiano.
-Puoi fare una cosa per me? Porteresti un mio messaggio a Cesare, in gran segreto?-
L’uomo si accigliò. –Cosa trami, Maestro della Biblioteca?-
-Nulla, amico mio. Cerco solo di evitare che Cesare piombi sull’Egitto e lo dilani con i suoi artigli. Se deve venire, è meglio che lo faccia da amico-, spiegai.
-In questo caso, acconsento. Passerò da te poco prima di partire. Tu prepara il messaggio.-

-Cosa scrivesti nel messaggio a Cesare?-
-Descrissi la situazione a palazzo e gli parlai di Cleopatra.-
-Ti credette?-
-La missiva non fece a tempo ad arrivargli. Il mercante persiano si era sbagliato perché il “Conquistatore delle Gallie” si mosse prima del tempo.

Giulio Cesare si mosse dalla Grecia prima del previsto. Venne ad Alessandria perché sapeva che era l’unico posto in cui il suo antico amico Pompeo poteva rifugiarsi. Con l’idea di ingraziarsi il vincitore però, i dignitari di corte avevano cambiato bandiera. Dopo aver catturato il generale caduto lo avevano decapitato. Pensando di fare un favore a Cesare, gli presentarono la testa di Gneo Pompeo Magno su di un piatto. Quale fu la loro sorpresa quando videro il grande Caio Giulio Cesare piangere su quella testa. Pompeo era stato un suo grande amico e se anche lo avesse catturato non lo avrebbe mai messo a morte. La sua reazione fu brutale. Ricordo ancora le parole che pronunciò Cesare nella sala del trono, mentre i nobili di corte iniziavano a tremare e il piccolo Tolomeo a frignare.
-Avete ucciso un generale di Roma! Ora ne pagherete le conseguenze!-
In un baleno la sua guardia fu addosso al gruppo dei dignitari, i quali furono arrestati e giustiziati. Le loro teste vennero appese alle mura della città. Anche il piccolo Tolomeo fu deposto ma Cesare si riservò del tempo per decidere la sua sorte. Egli sapeva, infatti, che l’Egitto aveva anche una regina.
Dopo che la sala del trono fu svuotata dai traditori, mi feci avanti e andai incontro a Cesare. I suoi soldati misero mano alle spade ma il conquistatore, vedendo che non avevo intenzioni ostili, fece loro cenno di fermarsi.
-Caio Giulio Cesare. Io sono Khalàd, Maestro della Grande Biblioteca di Alessandria.-
-Cosa vuoi? Tentare di salvare la pelle?-, mi rispose altezzoso il condottiero romano. Aveva appena passato i sessant’anni ma era forte e prestante come un uomo più giovane. L’emblema dell’aquila che si era scelto era davvero azzeccato. Potevo sentire lo spirito di quell’animale fuoriuscire dal suo corpo e penetrarmi come una spada.
-No. Voglio solo parlarti. Non qui, però. Alla Biblioteca. Vieni pure con la tua scorta.- Mi voltai e me ne andai, tanto per dimostrargli che non lo temevo.
Si presentò poche ore dopo, nel primo pomeriggio, accompagnato da un solo uomo. Fu la prima volta che vidi Marco Antonio, il suo braccio destro e comandante della legione. Di molto più giovane del suo signore, era di corporatura massiccia ma aveva lo stesso sguardo rapace di Cesare. Un uomo ambizioso, sicuramente, come il suo padrone.
-Spero tu abbia un buon motivo per avermi fatto venire qui. Avrei visitato comunque la famosa Biblioteca di Alessandria ma non amo essere convocato-, disse Cesare piuttosto seccato.
-Il mio era un invito, non una convocazione-, spiegai, invitando i miei ospiti a sedersi. Un inserviente portò delle coppe e una brocca di birra che io stesso avevo preparato. –Ti ho mandato una missiva poco tempo fa ma se non mi conosci ovviamente non ti è giunta in tempo.-
-Di cosa parlava?- Il suo atteggiamento si era fatto più morbido.
-Ti facevo la lista di tutti i traditori di palazzo e ti parlavo della giovane regina Cleopatra, che ho opportunamente messo in salvo prima che la assassinassero.-
-Mi chiedevo dove fosse sparita quella ragazza-, commentò il romano portandosi la coppa alle labbra.
-Che progetti hai per lei?- domandai senza mezzi termini.
-Non credo ti riguardi-, intervenne Marco Antonio.
-Finché solo io so dove si trova, la cosa mi riguarda, comandante.-
-Ho già annullato la vostra corte e il faraone è in mano mia. Potrei dichiarare già ora l’Egitto come provincia romana-, sclamò Cesare provocatorio.
-E perché non lo fai?- domandai con un mezzo sorriso. Conoscevo già la risposata.
-Uno stato libero e alleato mi è più utile che una regione sottomessa che potrebbe dare man forte alle altre popolazioni mediorientali contro di noi. Rimetterò la ragazza sul trono.-
-Pero ora, almeno-, precisai. Sapevo bene che, prima o poi, l’Egitto sarebbe diventato, in un modo o nell’altro, una provincia romana. Bisognava solo stabilire a che condizioni.
-Dov’è Cleopatra?- mi domandò Cesare facendosi impaziente.
-La farò scortare qui domani. Non tentare scherzi, romano-, lo ammonii. -Anche se sono un bibliotecario io non sono uno stolto come quei cortigiani che hai giustiziato.-
Fu Cesare a scoppiare a ridere stavolta. –Ragazzo. Avrai appena vent’anni ma se occupi un posto tanto prestigioso avrai della grandi qualità. Tuttavia ti manca l’esperienza del politico per giocare al mio gioco.-
-Attento, Cesare. Le apparenze ingannano.-

-Gli consegnasti Cleopatra?-
-Certo. Poi Cesare mandò i suoi soldati ad uccidermi-, aggiungo quasi divertito.
-Tu non avevi soldati alla biblioteca. Come te la cavasti?- mi chiede mia nipote un po’ agitata. Il mio racconto l’ha appassionata come sempre.
-Non mi servivano soldati per cavarmela. Quando i Romani combattevano in formazione contro più avversari erano praticamente invincibili. Presi singolarmente erano modesti combattenti. Li ferii superficialmente e li rimandai dal loro padrone nudi e legati come buoi.-
-Cesare come la prese?-
-Prima si arrabbiò, poi, dicono, si sia messo a ridere e con lui tutto lo stato maggiore romano. Da quel giorno non mi seccò più.-

Non avevo una grande opinione di Caio Giulio Cesare. In verità non avevo una grande opinione degli uomini ambiziosi. Spesso nella loro testa avevano solo quella, la loro ambizione. Non era il caso di Cesare ma quell’uomo non mi piaceva lo stesso e prima se ne andava meglio era. Cleopatra tornò sul trono e, come prevedibile, dimenticò in fretta la sua proposta di fare di me un faraone. Il suo obiettivo era diventato Cesare stesso, anche se avevo visto sguardi piuttosto languidi tra lei e il prestante Marco Antonio. Ben presto l’unione con il conquistatore romano diede il suo frutto, un figlio che fu chiamato Cesarione. Così facendo Cleopatra si era garantita l’amicizia di Roma e l’indipendenza dell’Egitto. Era un vero genio politico quella ragazza.
La regina seguì Cesare a Roma, lasciando un governatore a gestire il suo paese. Il giorno prima della partenza venne a farmi visita.
-Non potevo partire senza salutare il mio salvatore-, mi disse quando fummo soli.
-Stai attenta, mia signora. Se i romani sono tutti come il tuo amante, Roma è un posto molto pericoloso per te-, la misi in guardia.
-Lo so, Khalàd. Ma lo sto facendo per l’Egitto e tu sai che è l’unico modo per tenere le legioni di Roma lontane dalla nostra terra-, rispose lei. Poi mi fissò con sguardo indagatore. –Ti ho offerto di diventare governatore. Perché non hai accettato? Qui puoi dirmelo. Non c’è nessuno che ci possa sentire.-
-Ti sarò più utile rimanendo al mio posto. Il tuo uomo ha infiltrato troppi romani tra il consiglio di governo e faranno di tutto per manovrare il governatore a loro piacimento. Non amo trovarmi in certe situazioni.-
-Capisco. Ognuno fa ciò che deve.-
-Ti auguro ogni bene, regina d’Egitto ma, ti supplico, torna presto perché il tuo popolo ha bisogno di te.-
Che Cleopatra tornò in Egitto con il figlio è Storia perché ciò avvenne dopo l’assassinio di Cesare in senato, nel 44 a.c., appena quattro anni dopo che il conquistatore era giunto nella terra dei faraoni. La sua morte però, non fermò il processo di trasformazione di Roma da repubblica a potenza imperiale. Il nipote prediletto del conquistatore, Ottaviano, era in rapida ascesa e, pochi anni dopo la caduta del suo illustre protettore, era già uno dei nuovi uomini forti di Roma, assieme a Marco Antonio, con cui però era in aperto conflitto. Cesare si era fatto nominare “dittatore unico a vita” dal senato romano ma era morto senza figli legittimi. Ora, ognuno dei suoi fedeli pretendeva l’eredità del grande condottiero. Pretendeva Roma. Io ancora non immaginavo che quella lotta intestina a quello che oramai era l’Impero Romano, sarebbe stata così legata alle sorti dell’Egitto.
-Ottaviano conquista potere ogni giorni che passa-, mi confidò Cleopatra dopo il suo ritorno, un giorno in cui ero andato a farle visita. Ero diventato il suo consigliere personale e passavo molto tempo con lei, anche se mi ero sempre rifiutato di entrare nel suo letto. Avevo imparato che chi cadeva nella tela amorosa della regina d’Egitto era perduto e in suo potere. Come era accaduto al prode Marco Antonio, il suo nuovo amante.
-Antonio può contrastarlo con le forze congiunte del suo esercito e del nostro?- le domandai attendendomi una risposta sincera.
-No. Siamo troppo inferiori di numero.-
-Allora trascinatelo in mare-, suggerii.
-Come?!- fece lei sbarrando gli occhi.
-Unendo le navi di Marco Antonio e quelle egiziane potete contare su ben cinquecento navi. Ottaviano non può riunire in breve tempo una flotta in grado di contrastarvi.-
-Potrebbe funzionare, Maestro della Biblioteca-, esclamò una voce alle nostre spalle. Era Marco Antonio che veniva avanti verso il terrazzo su cui stavamo io e la regina d’Egitto. –Sei davvero sicuro di essere soltanto uno studioso?- insinuò il generale romano.
-Potrei non essere “soltanto” un studioso, generale-, risposi cordialmente versando anche al nuovo venuto una coppa di fresca e fragrante birra di malto. –Ma questo conta poco. Non è uno che vince le battaglie e le guerre, ma i molti.-
-Questo è vero-, concordò lui sedendosi. –Allora, come pensi dovrei fare per costringere Ottaviano ad affrontarmi in mare?-
-Muovendo la flotta molto velocemente, in modo da costringere il tuo rivale a correrti incontro con le forze che riuscirà a radunare in poco tempo.- Marco Antonio si fece pensieroso ma era troppo intelligente per non considerare i vantaggi di quella strategia. –Se puoi, cerca di affrontarlo al largo delle coste dell’Epiro, dove in caso di necessità avrai porti a te amici per i rifornimenti ed eventuali imprevisti.-
-Potrebbe funzionare, amore mio-, esclamò Cleopatra sostenendo la mia idea.
-Si. Forse è davvero la nostra unica possibilità-, concordò il romano. –Faremo così ma devo mettere in moto il piano fin da ora. Dobbiamo partire il prima possibile.-

-Aspetta un momento!- esclama sbalordita Cristina. –Stai dicendo che sei stato tu a mandarli per mare fino alla battaglia di Azio?!-
-Non ce li ho mandati io-, preciso. –Suggerii loro la mossa migliore da fare. Se poi si sono fatti sconfiggere avendo una superiorità di navi e uomini di ben quattro a uno, beh… affari loro.-
-Ma nonno! La battaglia di Azio fu un terremoto per tutta l’Europa e il bacino mediterraneo. Ottaviano eliminò il suo ultimo rivale e divenne imperatore, seppellendo di fatto la repubblica di Roma, e l’Egitto perse la sua indipendenza, come molti altri territori del medioriente.-
-Sarebbe accaduto lo stesso, cara. Marco Antonio sarebbe stato comunque sconfitto a terra. La battaglia di Azio fece solo più rumore.-

Ignaro di aver effettivamente suggerito loro la strada che avrebbe portato all’inizio della fine, guardai Antonio e Cleopatra mettersi in azione e far preparare una grande flotta di quasi cinquecento navi, tra romane ed egiziane. Gli egiziani non combattevano in mare quindi i capitani africani furono affiancati da ufficiali romani più esperti. La regina d’Egitto volle essere al fianco del suo uomo e si imbarcò col la flotta. Guardandoli partire alla volta del mare di Grecia, dall’alto del grande faro, tornò dopo tanto tempo a farsi sentire quel senso di inquietudine che già in passato mi aveva fatto visita. Era per me il tempo di riprendere il mio viaggio perché, evidentemente, il mio oscuro compito era compiuto anche in quel luogo.
Non avevo fretta e feci i miei preparativi con calma. Non ultima tra le cose da fare, nominai un successore alla guida della Grande Biblioteca. La scelta cadde su un giovane studioso che mi era stato al fianco fin dall’infanzia e che si era dimostrato devoto e affidabile. La mia creatura era in buone mani.
Circa un mese dopo la partenza della flotta, a pochi giorni dalla data che avevo scelto per andarmene, anche se non sapevo per dove, la flotta di Antonio e Cleopatra fece ritorno. Era stata quasi dimezzata e le navi che entrarono in porto erano ridotte male. Erano stati sconfitti, ma questo era il male minore.
-Cosa è successo?!- domandai sorpreso quando giunsi a palazzo e fui ricevuto dalla regina e dal suo amante.
-Siamo stati sconfitti, dannato burocrate!- inveì contro di me il generale romano. –Erano in inferiorità numerica ma Ottaviano ci ha sconfitti! E’ tutta colpa tua! Tu ci hai detto di andare!- Quella discussione iniziava male… per Marco Antonio.
-Antonio! Non è colpa sua!- esclamò Cleopatra.
-Taci! Che ne può sapere una donna....-
Questo era troppo. In quasi trecento anni non mi ero mai considerato un vero suddito del regno d’Egitto, ma non potevo sopportare quell’insulto alla donna che avevo protetto fin da bambina e che era abbastanza sveglia da aver capito cosa fosse andato storto. Il manrovescio che rifilai a Marco Antonio fece volare il generale sconfitto di parecchi metri indietro.
-Fai tu silenzio, romano!- lo ammonii con lo sguardo più feroce che sapevo fare, lo sguardo del Leone. –Mia regina-, chiamai poi Cleopatra. –Per quale motivo siete stati sconfitti?-
Ora anche lo sguardo di lei era duro e freddo nei confronti del suo amante. –Perché i comandanti romani si sono dimostrati degli inetti. Pensando che la nostra superiorità numerica bastasse a vincere la battaglia, si sono lanciati allo sbaraglio con le loro navi e sono caduti nella trappola di Ottaviano. E’ stato un disastro totale.-
Un sibilo metallico fece attivare i miei sensi animali. Antonio aveva estratto il suo gladio. –Pensi davvero di potermi umiliare così davanti alla mia donna?!- mi urlò contro. Il suo attacco, dettato dalla rabbia e alimentato dalla cocente umiliazione, fu prevedibile e goffo. Lo schivai con facilità e con pochi pugni ben assestati lo disarmai e lo feci volare nuovamente gambe all’aria. –Lo sapevo! Tu sei un guerriero!- disse il romano rialzandosi e asciugandosi il sangue che gli colava da un labbro ferito.
-Se anche fosse, tu non te ne devi preoccupare. Fai il tuo dovere e raggiungi l’esercito. Ottaviano starà sicuramente venendo qui e devi preparati ad affrontarlo.-
-Ottaviano è già qui-, mi riferì la regina senza più speranza. -Oramai avrà gia bloccato il porto con le sue navi.-
-Motivo di più per combattere… o fuggire. Io me ne sto andando. Vieni con me, Cleopatra. Ti porterò in un luogo sicuro.-
-Sei un codardo! Fuggi nel momento del pericolo!- Un altro mio gelido sguardo fu sufficiente a zittire Antonio.
-Mi hai già salvato una volta, Khalàd. Ora è giusto che resti accanto al mio popolo. Ma tu hai già fatto molto per me e voglio che tu ti metta in salvo-, mi disse la regina abbracciandomi come un fratello maggiore. Il suo viso era rigato di lacrime. –Ho vissuto la mia vita intensamente. Se devo, morirò da regina.-
La tristezza per quelle parole mi inondò violentemente e fui sul punto di cambiare idea e restare. Nella mia lunga vita, però, avevo imparato che chi gode degli onori del popolo deve anche sopportarne gli oneri. Avrei reso un maggior servigio alla giovane sovrana lasciandola al suo destino, lasciando che il suo nome divenisse immortale come me.
-Se me ne vado non è per codardìa. Potrei affrontare l’intero esercito di Ottaviano da solo e vedere il sole sorgere domani, ma sento dentro di me che non posso influire troppo sugli eventi che devono accadere. Addio, mia regina. Ti auguro una sorte migliore di quella che tu stessa immagini.-
Mi voltai senza guardarla ed uscii dalla sala per lasciare definitivamente il palazzo, Alessandria e l’Egitto.
-Soldati! Uccidetelo!- sentii la voce di Marco Antonio echeggiare nel corridoio che mi avrebbe portato all’esterno.
-Antonio! No!- gridò Cleopatra in preda alla disperazione.
Innumerevoli frecce trapassarono la veste e si piantarono nella carne della mia schiena. Caddi in ginocchio ma strinsi i denti. Mi strappai la tunica di dosso e mostrai loro qualcosa che li avrebbe sbalorditi. Avevo imparato molto sul mio corpo da quando mi ero reso conto di essere immortale. Gonfiai i muscoli della schiena e lentamente spinsi fuori le frecce, facendole cadere sul pavimento. Le ferite si richiusero all’istante e fu silenzio. Gli amanti e le guardie che avevano scagliato i dardi erano impietriti per lo stupore e qualcuno aveva persino iniziato ad indietreggiare. Raccolsi i brandelli della mia tunica e me li avvolsi intorno alla meglio. Sarei tornato alla Biblioteca a prendere le mie cose e me ne sarei andato, anche se non sapevo dove.

-Non ti pesa non aver salvato Cleopatra?-
-All’inizio fu doloroso convivere con quella scelta ma poi, riflettendo sulle conseguenze di quel gesto, capii che fu la cosa migliore per l’Egitto. Il regno dei faraoni doveva finire li-, rispondo prendendo dalla mia cassa un fagotto di tela di lino avvolto in una busta di plastica. Tolgo il fagotto dalla plastica e lo passo a Cristina. –Fai attenzione. È ben conservato ma devi maneggiarlo con delicatezza.-
Mia nipote apre l’involucro di tela sopra il tavolo e rivela un rotolo di papiro. Con estrema delicatezza lo apre e ne osserva stupita il contenuto. Nella tela ho inserito anche il certificato di datazione che anni addietro ho fatto fare da un laboratorio specializzato.
-E’ un testo in antico egizio… e in greco… e in latino! Ma come è possibile?!-
-Proviene dalla Grande Biblioteca di Alessandria, poi andata a fuoco con tutto il suo immenso sapere. E’ forse l’unico rotolo esistente al mondo. Se fosse appartenuto a qualcun altro, i geroglifici egiziani sarebbero stati decodificati molto tempo prima del ritrovamento della Stele di Rosetta.-
-Strabiliante… ma non prova che tu sia stato realmente li-, mi fa notare lei accigliandosi ma senza staccare gli occhi dal papiro.
-Guarda il marchio dell’archivista che l’ha catalogato, sull’angolo in basso a destra-, le suggerisco.
Quando abbassa gli occhi sul punto che le ho indicato credo sia preda di un capogiro perché la vedo barcollare. Sul sottile foglio di papiro vi è impresso, ad inchiostro nero, il simbolo dell’ibis di Thot accompagnato da un nome in greco antico. Il mio.

lunedì 2 giugno 2008

FACCIAMO IL PUNTO (1)

Per iniziare voglio ringraziare tutti coloro che sono venuti a visitare il mio blog e sono diventati miei lettori affezionati. Siete davvero tanti, molti di più delle mie più rosee aspettative in così poco tempo.
Nessuno di voi si è lamentato esplicitamente per i leggeri ritardi nelle pubblicazioni rispetto alle date da me dichiarate ma ritengo sia doveroso, e segno di rispetto verso i lettori, dare qualche spiegazione e trovare una soluzione al problema. All’inizio di questa avventura qualcuno l’ha definita coraggiosa per le modalità con cui scrivo “Il Guerriero” e aveva ragione. Non è affatto facile scrivere e revisionare un capitolo in otto giorni, tenendo conto che devo conciliare il lavoro e il tempo per la mia famiglia. Senza dimenticare che, in alcuni casi, devo spendere anche del tempo per approfondire le mie conoscenze storiche sugli avvenimenti a cui faccio riferimento. Finora sono riuscito a fare tutto ciò discretamente bene, a giudicare da quanti di voi tornano al mio blog per leggere i nuovi capitoli. Vorrei però riuscirci meglio, a cominciare dalla puntualità a cui tengo tantissimo. La soluzione che ho trovato la vedete a fianco, sotto la data dell’uscita del prossimo capitolo. Ho creato una newsletter per permettere a tutti coloro che seguono le avventure de “Il Guerriero” di essere informati del momento preciso in cui il nuovo capitolo è online. La data che indico, d’ora in poi, sarà quindi da ritenersi presunta, anche se spero sempre di rispettarla. L’iscrizione è facile e gratuita e ci si può cancellare quando si vuole altrettanto facilmente. Non sarà invadente perché gli invii riguarderanno soltanto l’uscita del nuovo capitolo, quindi niente spam. Chiaramente il servizio a cui mi sono iscritto per creare la newsletter potrebbe inserire dei propri banner pubblicitari nelle singole mail ma questo è accettabile in quanto è un servizio gratuito. Vi chiedo quindi di iscrivervi in molti e vi lascio alla lettura de “Lo spirito del leone”, il nuovo capitolo de “Il Guerriero”!

5 - LO SPIRITO DEL LEONE

Sono passati ormai quattro giorni da quando ho incontrato Cristina per iniziare il racconto della mia vita e oggi, finalmente, posso riprendere. Mia nipote mi ha chiesto una pausa per riflettere sulla mia storia e sugli oggetti che di volta in volta le mostro. Da l’impressione di volermi credere ma quella parte di lei che predomina, quella razionale, le dice che le mie sono tutte invenzioni. Sono stato io a proporle di portare la spilla di bronzo spartana ad esaminare, con discrezione s’intende, al laboratorio che serve l’università. E’ sicuramente un pezzo unico al mondo e forse riuscirà a convincerla un po’ di più che io ero li, al fianco di Leonida e dei suoi Trecento, a combattere per la libertà della Grecia.
Cristina bussa con garbo alla porta della mia stanza. E’ molto presto e il sole deve ancora spuntare ma ci sono tante cose da dire e il tempo sembra volare. Facciamo colazione insieme come l’altra volta, dopodiché torniamo a sederci accanto alla finestra, quella che da sul mare. Mi ha restituito la spilla ma non ha detto nulla in proposito. Evidentemente la sua speranza che fosse un falso è svanita presto. Credo cerchi disperatamente di trovare un appiglio razionale a quanto le sto narrando e il non riuscirci la pone in una situazione di forte contrasto interiore.
-Eravamo rimasti a Sparta, nonno-, mi dice posando sul tavolo il registratore digitale appena attivato.

Lasciai Sparta il giorno seguente al mio discorso al consiglio. Avevo assolto il compito affidatomi. Avevo scatenato contro Serse e i suoi Immortali il flagello più terribile che potesse scaturire dalla Grecia. Un intero esercito di spartani infuriati. Non era più affar mio ora. Potevo tornarmene a Tiro con il mio nuovo bagaglio di esperienza… e di dolore. La morte di Leonida fu un duro colpo per me, il secondo dopo la perdita di Ettore. Per la prima volta avevo trovato in solo uomo un guerriero mio pari, un amico e, soprattutto, un re giusto che aveva a cuore i suoi sudditi prima che se stesso. Ero deciso a tornare da dove ero partito vent’anni prima ma non avevo intenzione di restare. Il mio uomo di fiducia e i suoi figli si erano appropriati della mia attività ma questo lo avevo previsto. Mi presentai a loro come il figlio dell’antico padrone del conservificio, tanto per dare una spiegazione al fatto che vedevano un uomo totalmente uguale a quello partito due decenni avanti. Mi chiesero timidamente se avevo intenzione di riprendermi le proprietà di “mio padre”, ma si tranquillizzarono quando spiegai loro che non ero venuto per quello. Tuttavia, avevano ottenuto quella sorta di miniera d’oro che era la fabbrica praticamente gratis, quindi proposi loro di pagarmi almeno una piccola somma di denaro per il mio sostentamento personale. Non fecero obiezioni e l’affare fu fatto.

-Eri ancora in cerca di avventure? Qualcosa dentro di te ti diceva che dovevi andartene?- mi chiede Cristina in tono un po’ impertinente. Temo che in quattro giorni la parte razionale del suo cervello abbia conquistato dei punti.
-Stavolta ero proprio io a volermene andare. Volevo stare solo per un po’. Per un bel po’-, le rispondo in antico fenicio, un’altra lingua antica che solo poche persone al mondo sanno interpretare, figurarsi parlare correttamente come faccio io. Mia nipote la riconosce e sbianca.
-Scusami, nonno. Vai… avanti…-, balbetta, ancora inebetita per la sorpresa.
-Così va meglio, bambina mia-, le dico annuendo, poi le traduco quello che ho detto poco prima.

Volevo restare davvero solo con me stesso. Avevo molto su cui riflettere e nessun posto in cui ero stato in passato sembrava adatto per farlo. Decisi di dirigermi verso un qualche luogo che non avevo mai visto. Quando ero scriba in Egitto avevo visitato spesso, al seguito dei faraoni, le regioni della Nubia attraversate dal Nilo. Era una terra selvaggia, popolata da uomini forti dalla pelle nera e da bestie di ogni genere. I nubiani e i loro simili erano popoli che vivevano in tribù, in modo quasi primitivo, ma con un tessuto sociale molto complesso e ben organizzato. Decisi di esplorare quel continente semisconosciuto, così lasciai Tiro e tornai in Egitto. Evitai tutte le città e mi fermai nei villaggi lungo il Nilo solo per rifornirmi di acqua e cibo. Non mi interessava cosa accadeva in quella terra che per secoli mi aveva visto protagonista. Non volevo neppure sapere chi fosse il faraone, anche se ero a conoscenza che il paese era stato conquistato dai persiani e potevo immaginare chi si fosse proclamato re.
Seguii il corso del fiume fin nel cuore della Nubia, fino ad un luogo chiamato Abu Simbel, dove quattro enormi statue di un faraone egiziano facevano da guardia all’entrata di un imponente tempio. Era una costruzione colossale e stavolta la mia curiosità fu stuzzicata. Mi avvicinai all’edificio e lessi le iscrizioni alla base dei colossi di pietra. Si trattava di un tempio fatto costruire da Ramses II, il “Figlio della Luce” in onore della sua amata sposa Nefertari. Ciò che doveva essere con la restaurazione degli antichi Dei in Egitto era stato e me ne andai da li con la consapevolezza che la breve vita e il sacrificio di Tuthankamon non erano stati vani.
Abbandonai il Nilo e mi diressi verso sud-ovest, nel cuore del continente nero. Attraversai giungle e immense praterie e vidi animali di ogni specie, molte delle quali neppure conoscevo. L’acqua e il cibo erano difficili da trovare ma riuscii comunque a cavarmela. Alcune volte rischiai la vita, si fa per dire, passando involontariamente molto vicino a branchi di leoni o di giganteschi elefanti. Anche i serpenti non mancavano in quelle lande selvagge e fu proprio un rettile ad indirizzare il mio cammino, una settimana dopo che avevo lasciato i confini del regno d’Egitto. Avevo finito tutto il cibo e anche l’acqua era ormai agli sgoccioli. Era di primo mattino e la temperatura risultava ancora sopportabile. Nelle ore più calde della giornata ero costretto a fermarmi da qualche parte all’ombra, altrimenti il sole mi avrebbe bruciato il cervello. Stavo camminando in direzione di una catena montuosa che vedevo all’orizzonte, quando sentii una voce venire da un enorme albero frondoso del quale non avevo mai visto eguali. Pensai di aver sognato ma poco dopo la risenti. Una voce carica di tensione e paura. Feci il giro del tronco del grande albero e trovai una donna con in braccio un neonato. Avevano la pelle nera e lei era vestita di pelli e portava ai polsi, al collo e alle orecchie ornamenti colorati di vario genere. Parlava al bambino in modo sommesso, per non farlo piangere, ma non staccava gli occhi dal grande serpente nero che la teneva inchiodata con le spalle all’albero. Mi feci vedere ma ne lei ne il serpente si spaventarono. Il rettile, almeno, avrebbe dovuto. L’animale guardò con i suoi occhi gialli e malvagi la lama della mia spada arrivargli appena sotto la testa, che volò subito via con un piccolo schizzo di sangue. A quel punto la donna si rilassò impercettibilmente ma non abbandonò la sua posizione difensiva. Ora ero io il bersaglio del suo sguardo, assieme alla mia minacciosa spada sporca del sangue del serpente.
-Non ti farò del male-, provai a dire in nubiano, l’unica lingua dei popoli dalla pelle nera che conoscessi.

-Parlavi il Nubiano?! E come lo hai appreso?!- mi domanda sbalordita Cristina.
-Sono stato scriba reale in Egitto per sei secoli. Era il minimo per me conoscere la lingua di quel popolo tanto legato alla terra dei faraoni.-
-Ti sei mai annoiato in tutto quel tempo? Non dev’essere facile fare la stessa cosa tutti i giorni per seicento anni-, mi domanda con uno dei suoi caratteristici sprazzi di curiosità frivola e infantile.
-Imparare e studiare per me non è mai stato noioso. Avrei potuto continuare quella vita in eterno. Mi sono annoiato di più a Tiro, ad accatastare denaro per secoli.-
-La donna ti rispose?- torna a chiedermi riportando l’attenzione sulla mia storia.
-Si, ma in una specie di derivazione di quella lingua, quasi un dialetto.-

-Io ringrazio, uomo del nord-, riuscii a capire. I neri d’Africa chiamavano tutti quelli che avevano la pelle più chiara della loro “uomini del nord”.
-Mi chiamo Khalàd e vengo dalla Mesopotamia.- Sembrava non le importasse il mio nome. Continuava a stringere il bambino, che si era messo anche a piangere, e a guardare la mia spada. –Sei una nubiana?- Ancora nessuna risposta. Solo allora mi accorsi che fissava la mia arma. –Ora la metto via-, le dissi indietreggiando lentamente. Pulii la spada con dell’erba secca raccolta da terra e la rimisi nel suo fodero. Ne avevo trovato uno della misura giusta in Grecia, anche se i motivi tipicamente ellenici mal si abbinavano alla testa di sciacallo in stile egizio.
-Io no nubiana. Io “Popolo dei Leoni”-, rispose finalmente lei avvicinandosi a me. -Io Kuia. Lui Asun-, concluse presentando se stessa e il figlioletto.
-Tu sai dove posso trovare un po’ di cibo e acqua?- le chiesi indicando il mio otre ormai vuoto.
Si fece pensierosa, poi esitante. –In mio villaggio. Non lontano. Cibo e acqua.-
Ci incamminammo nella stessa direzione in cui ero diretto poco prima, ma non andammo molto lontano. Passate alcune macchie di alberi e aggirati dei branchi di animali per evitare di spaventarli, ci ritrovammo di fronte ad una bassa collina ai cui piedi sorgeva il villaggio di Kuia. L’abitato comprendeva circa un centinaio di capanne circolari fatte di legno, fango e paglia e il perimetro era delimitato da una robusta palizzata. I tronchi erano stati resi acuminati e puntati verso l’esterno, forse per tenere lontani gli animali feroci. All’entrata dell’insediamento erano appesi numerosi teschi che sembravano di leone.
-Aspetta qui-, mi disse la donna quando fummo prossimi all’entrata. –Chiedo a capo villaggio-.
Kuia oltrepassò il varco nella palizzata sul quale erano appese le teste di leone e scomparve tra le capanne. Intanto, molti bambini erano usciti e mi guardavano incuriositi da lontano. Fino a quel momento il villaggio era stato tranquillo ma, qualche istante più tardi, sentii levarsi diverse voci e poco dopo un gruppo di uomini, vestiti solo con una pelle di animale a cingere loro la vita, uscì minacciosamente dal villaggio e venne verso di me. Erano tutti alti e possenti, proprio come i nubiani che avevo conosciuto, ma questi erano diversi, avevano uno sguardo feroce negli occhi, simile a quello dei leoni a cui si paragonavano. Uno di loro, un uomo di mezza età con i capelli che iniziavano ad imbiancare, si fece avanti. Oltre a molti ornamenti colorati come quelli che avevo visto addosso a Kuia, l’uomo esibiva una strana cicatrice sul petto che andava a disegnare un leone stilizzato. Erano tutti armati di lancia dalla punta sottile ma letale.
-Io sono Uluda, capo di Popolo dei Leoni. Cosa cerchi tu qui?-
-Io sono Khalàd di Uruk. Cerco solo un po’ di cibo e dell’acqua per riempire il mio otre. E un posto all’ombra dove riposare un po’. Poi andrò via.-
Il capo Uluda mi squadrò da testa a piedi, poi annuì. –Hai aiutato mia sorella Kuia. Io do cibo e acqua ma poi tu via subito.-
-Va bene. Ti ringrazio-, risposi nel modo più cortese che mi riusciva di esprimere con quella lingua.
-Aspetta, Uluda-, disse una voce alle spalle del gruppo di uomini. –Non mandare lui via.-
Si fece largo un uomo anziano e incurvato che si appoggiava ad un bastone. Anche sul suo petto intravidi la cicatrice del leone.
-Saggio Monbà. Lui non può stare qui. Uomini del nord devono stare lontani da Popolo dei Leoni-, protestò Uluda ma senza troppa foga. Evidentemente il vecchio godeva di molta autorità, nonostante non fosse il capo.
-Io consultato “Ossa del Leone”. Dicono lui amico. Dicono lui guerriero giusto. Noi possiamo aiutare-, insistette il vecchio guardandomi.
Uluda si voltò nuovamente verso di me. –Tu non farai male nostre donne e nostri bambini? Non ruberai nostre cose?- mi chiede sospettoso.
-Sono solo un viandante, capo Uluda.-
-Allora dai me tuo grande coltello finché tu stai qui. Io credo a Ossa ma devo proteggere mio popolo.-
-Come ogni grande capo-, gli risposi togliendomi la spada di dosso e porgendogliela.

-Diciamolo, nonno. Fu una ruffianata bella e buona-, esclama mia nipote con un accenno di sorriso.
Scoppiai a ridere. –Si, lo ammetto. Lo feci per ingraziarmelo. Ho imparato che non c’è modo migliore di conquistare la fiducia un capo che quello di lodarlo davanti alla sua gente.-

Fui ospitato nella grande “Capanna della Caccia”, una costruzione più grande e solida delle altre in cui, probabilmente, si riuniva il loro consiglio. Si presentò a me anche Idao, il marito di Kuia.
-Tu salvato vita di mia moglie e mio figlio. Io sono debitore. Darò te cibo, acqua e riposo-, mi disse il corpulento nero. Anche sul suo petto spuntava il simbolo del leone.
Mi fu portato da mangiare e da bere. La carne non era ancora pronta perché era troppo presto, ma frutta, pane, latte e formaggio non mancavano e potei riempirmi lo stomaco in modo soddisfacente. Uluda, Idao e molti anziani, tra cui Mombà, mi si fecero attorno mentre mangiavo.
-Tu vieni da terra di “montagne di pietra”?- mi domandò Uluda.
-Terra di montagne di pietra? Ah… vuoi dire le piramidi-, capii dopo un po’ di ragionamento. Non venivano più costruite da secoli ma forse loro non lo sapevano. –No, non vengo da quella terra ma ci ho vissuto per molto tempo. Ho imparato li la vostra lingua.-
-Tu parli antico Nubai-, specificò Mombà.
-Siete Nubiani? Provenite dalla terra a sud dell’Egitto?-
-Nostri antenati venivano da li. Non volevano essere schiavi di altri popoli e andarono via-, mi spiega un altro anziano. –Tu cosa cerchi in nostre terre?-
-Proprio nulla-, risposi con un filo di tristezza. –Ho perso molti amici in battaglia e ora il mio spirito è vuoto e stanco. Ho bisogno di stare da solo per ritrovarlo.-
-Noi chiamiamo quelli come te “Cercatori di Visione”. Uomini che non sanno via da prendere e cercano segni di spiriti.-
-Io dico, resta ospite qualche giorno-, propose Idao. –Se tu non venuto per fare male o per rubare, tu benvenuto. Mia casa tua.-
-Lui non può fare male o rubare con Uomini Leone in villaggio-, disse Uluda ridendo e mostrando i suoi denti bianchissimi. Anche gli altri presenti si misero a ridere.
-Non voglio disturbarvi…-, tentai di dire.
-Resta, uomo del nord, così dirai noi cosa succede in terre lontane-, mi incitò il capo Uluda accogliendo la richiesta di suo cognato.

-Ti era già meno ostile-, commenta Cristina.
-In verità non lo era mai stato. Era semplicemente molto guardingo e prima di fidarsi di qualcuno, Uluda lo soppesava attentamente. A dispetto del nome, il Popolo dei Leoni era gente pacifica.-
-Cacciatori immagino.-
-Si. Pioveva troppo poco per poter coltivare qualcosa, senza contare che un elefante in pochi minuti poteva distruggere il lavoro di mesi.-
-Dove si procuravano la farina per il pane se non coltivavano nulla?-
-Me lo chiesi anch’io quando arrivai li, poi mi spiegarono che si trattava di una farina vegetale ricavata dalla polpa essiccata e sminuzzata di una particolare pianta. Naturalmente non conoscevano il processo di lievitazione.-

Decisi di accettare l’invito e di fermarmi qualche giorno. Tuttavia non volli occupare la capanna di Idao e Kuia. La loro ospitalità era esemplare ma privarli dell’intimità familiare era una cosa che non avrei mai fatto. Ero abituato a dormire all’aperto e mi feci un giaciglio fuori della loro casa, a ridosso del muro. Il cielo stellato di quelle notti limpide era uno spettacolo unico e mi diede il primo vero riposo da molto tempo.
Nei giorni seguenti fui una specie di celebrità nel villaggio. Durante il giorno passeggiavo con gli anziani e conversavo con loro, facendo domande e dando spiegazioni. Osservando la vita di quella comunità mi accorsi subito che potevo offrire loro molto. Conoscenze semplici ma che in poco tempo avrebbero migliorato la qualità della loro vita. Dal modo di conservare il cibo a come utilizzarlo, dalle piccole potenzialità agricole di quella terra così selvaggia alla metallurgia. La sera del quinto giorno gli anziani del villaggio e il capo Uluda vennero a parlarmi. Avevo migliorato molto la mia pronuncia del loro nubiano e ora anche comprenderli mi risultava più facile.
-Ci insegni cose utili, Khalàd-, esordì uno degli anziani. –Cose utili per la nostra intera comunità.-
-E’ stato per me un piacere. Ho passato molti anni ad imparare. Se posso, ora insegnerò le mie conoscenze a chi ne ha bisogno-, risposi grato dell’apprezzamento dimostratomi.
-Molti uomini sono gelosi del loro sapere e non amano condividerlo. Il fatto che tu lo faccia di tu spontanea volontà ti fa onore. Noi ti onoriamo, Khalàd di Uruk, e vorremmo chiederti di fermarti a vivere con noi, con il Popolo dei Leoni.-
-E’ davvero un grande onore quello che mi fate, anziano, ma sto cercando di ritrovare la pace perduta dentro di me e questo posso farlo solo in solitudine-, risposi.
-La solitudine ti farà solo rimuginare sul tuo passato, qualunque esso sia. Vivere tra la gente, tra persone che ti considerano loro amico, questo ti farà trovare la pace.-
-Resta con noi, amico-, intervenne Uluda restituendomi la mia spada. –Vivere con noi è bello e poi andremo anche a caccia insieme.-
Sorrisi al pensiero di quei piaceri semplici ma genuini. Quella gente non conosceva avidità o brama di potere. Se combattevano lo facevano solo per difendere quel poco che avevano, la loro vita semplice.
-Un giorno me ne andrò-, dissi ad Uluda guardandolo negli occhi. Lui annuì.
-Quel giorno sarai un uomo diverso. Un uomo in pace.-
-Allora sarò felice di restare-, acconsentii infine.
Quando lo vennero a sapere, gli altri abitanti del villaggio mandarono un grido di gioia. Mai mi ero sentito così ben voluto come in quel posto. Inizialmente avevo creduto che lo facessero per interesse, per ottenere le mie conoscenze e migliorare la loro vita. Con il passare dei giorni però, mi accorsi che non era così. Certamente Uluda e gli anziani avevano messo in conto i vantaggi che avrei portato loro. Quel poco che avevo insegnato nei primi giorni era andato a beneficio di tutta la tribù e questo per era considerato un atto grandioso tra quella gente. La comunità viene prima del singolo, il primo insegnamento che trassi dal Popolo dei Leoni.
Inizialmente mi fu concesso di dormire nella Capanna della Caccia, ma i miei nuovi amici promisero che mi avrebbero aiutato a costruire una capanna tutta mia e magari a… riempirla con una moglie. A quindici anni le ragazze erano in età da marito e molte di quelle giovinette facevano a gara per mandarmi sorrisi e sguardi carichi di significato. Non era per quello, però, che ero venuto.
Insegnai loro come essiccare ed affumicare il cibo, come far lievitare il pane e soprattutto come praticare della piccola agricoltura. Scoprii nuovi prodotti della terra, in particolare una grossa radice, probabilmente una specie di patata, dalla quale riuscii a ricavare una farina migliore di quella che già utilizzavano. Riuscii così a variare la loro alimentazione. In Egitto avevo imparato che un’alimentazione più diversificata migliorava la salute e giovava alla longevità.

-Cosa di cui tu non avevi bisogno, immagino-, mi fa notare Cristina.
-Della longevità no, ma anche il mio corpo poteva ammalarsi e risentire di problemi legati al cibo.-
-Ma la patata non fu portata dal Nuovo Mondo dopo il periodo delle Scoperte?-
-Quella che noi conosciamo si, ma la famiglia dei tuberi è più vasta di quello che pensi ed in Africa crescono spontaneamente molte specie di patate assai deliziose.-

Anche io imparai molto dal Popolo del Leone. Tanto per cominciare a proteggere la mia pelle dai raggi violenti del sole, specie quella sottile che copriva la mia cicatrice, quella lasciatami dal fulmine. Appresi come conciare le pelli per farne abiti, a riconoscere i frutti commestibili e a cacciare alla loro maniera. In verità questo lo imparai con il tempo in quanto non ero un cacciatore. Dopo l’addestramento spartano pensavo di aver raggiunto il massimo livello di forza e resistenza che un essere umano potesse conquistare. Mi sbagliavo. Solo la buccia era matura ma dentro di me ero ancora acerbo. Me lo spiegò una sera uno degli anziani, dopo che alla prima caccia a cui avevo partecipato non ero riuscito a stare dietro al gruppo guidato da Uluda e Idao.
-Uluda mi ha detto che hai avuto molte difficoltà oggi, durante la caccia-, esordì il vecchio sedendosi accanto a me mentre attendevo che il fuoco si ravvivasse.
-Evidentemente non sono un cacciatore. Sinceramente pensavo di essere più forte.-
-Non è la forza che conta nella caccia-, disse lui scuotendo la testa. –Ma essere in armonia con la natura che ti circonda, in particolare con gli esseri viventi che, come noi, la popolano.-
-Non riesco a comprendere.-
-Se corri con lo spirito di un uomo, un branco di zebre fuggirà da te, ma se corri con lo spirito di una zebra, allora potrai farlo assieme a loro. Se cacci la gazzella o l’antilope come un uomo, il più delle volte ti sfuggiranno, ma se ti avvicinerai a loro eguagliando i loro pensieri e le loro sensazioni, allora le avrai a portata di lancia.-
-Devo imparare ad assorbire i loro spiriti…-
-Vedo che inizi a comprendere il nostro modo di cacciare… e di combattere.-
-Combattere?- domandai accigliandomi.
-Capita a volte che popoli in cerca di nuove terre tentino di appropriarsi della nostra. In quel caso combattiamo come cacciamo, ponendo davanti a noi il serpente e la gazzella, la zebra e l’elefante… ed infine il leone.-
-E’ questo che significa la cicatrice del leone che tu ed alcuni altri portate sul petto?- domandai.
-Questo marchio è riservato solo ai pochi che riescono a diventare “Uomini Leone”. Io lo diventai in gioventù.-
-Significa che possedete lo spirito del leone?-
-Si, ma non solo. Hai visto durante le nostre cerimonie che veneriamo il leone come animale sacro. Esso è il re della terra e noi temiamo e rispettiamo la sua forza. Lo teniamo lontano dai nostri villaggi ma non cerchiamo di ucciderlo. Il leone in questo modo non ci attacca. Come l’uomo, l’animale ha solo due necessità vitali, ovvero trovare acqua e cibo. Capita a volte, però, che alcuni leoni non seguano le regole dell’equilibrio della natura e attacchino per il gusto di uccidere. Questi leoni impazziti li chiamiamo “simbaio”, Leoni Neri.-
-E cosa fate quando ne compare uno? Lo uccidete?-
-Solitamente il simbaio è più forte degli altri leoni, e più feroce. Gli diamo la caccia e il cacciatore che riesce ad uccidere una bestia di tale ferocia e malvagità ne conquista lo spirito e diventa l’Uomo Leone.-
-E si merita quel simbolo sul petto. Tu ne hai ucciso uno, allora-, gli dissi indicando il marchio sul petto.
-Molto tempo fa. Ora i simbaio sono più rari. Sono anni che non ne compare uno. L’ultimo l’ha ucciso Uluda ed è divenuto capo del nostro popolo.-

-Ma è davvero possibile fare questo? Muoversi e pensare come un animale?-
-E’ possibile, con pazienza e calma interiore. L’affinità animale è un’arte antica quanto rara che oramai sta scomparendo. Io fui uno dei primi ad apprenderla.-
-Riuscivi a correre con le zebre?!-
-Non veloce quanto loro ma almeno non mi scacciavano dal branco.-

Da quella sera cambiò tutto. Iniziai a guardare ciò che mi circondava con occhi diversi. Osservavo attentamente ogni animale che incontravo per capire il suo modo di muoversi, le sue necessità, i suoi istinti. Cercai di diventare più affine anche alla gente che mi ospitava. La mia capanna era ormai pronta, vestivo con pelli di animale come loro e Kuia, la moglie di Idao, aveva intrecciato i miei capelli neri come l’ebano, che da tempo lasciavo crescere, in sottili fili crespi che lasciavano scorrere via il sudore e la pioggia, in modo che non mi infastidissero il viso.
Il giorno in cui finimmo la capanna, Aodon, uno dei cacciatori con il quale avevo legato di più, venne da me accompagnato da sua moglie e da una giovinetta che sapevo essere sua figlia. Non ricordavo il suo nome perché la vedevo molto di rado. Solitamente le altre ragazze del villaggio facevano a gara per starmi intorno ma lei no, mostrando un atteggiamento più riservato. Suo padre non era un Uomo Leone ma era comunque molto rispettato per la sua abilità nel cacciare. Uluda mi aveva confidato che se mai un simbaio fosse tornato a terrorizzare le loro terre, sarebbe stato sicuramente Aodon ad ucciderlo.
-Tu sei amico del nostro popolo-, esordì il cacciatore mentre attorno a noi si radunava una nutrita folla di gente. -Ci hai portato grandi insegnamenti e ora la nostra vita è più ricca. Per onorarti, ora che hai anche una degna casa, voglio offrirti in moglie mia figlia Netia, il mio unico fiore.-
Era davvero grande l’onore che mi stava facendo e temevo che un rifiuto potesse guastare i nostri rapporti. Io non avevo nessuna intenzione di sposarmi ma avevo anche scelto di vivere come loro, di seguire le loro usanze, di appartenere al Popolo del Leone. Guardai Netia in volto e per la prima volta la vidi veramente. Doveva avere appena quindici anni con un fisico acerbo ma sensuale. Il tratti del suo viso erano più delicati di quelli delle altre donne, in questo assomigliava a sua madre. Se entrambe avessero avuto la pelle più chiara potevano essere scambiate per egiziane. I suoi grandi occhi erano vivi, intelligenti e sembravano promettere gioie infinite.
-Sono onorato della tua offerta e accetto con gioia-, risposi continuando a fissare la ragazza che, alla mia risposta, sembrò però contrariata. Evidentemente non era una sua scelta ma dei suoi genitori.
A quella risposta, un grido di esultanza si levò da tutto il villaggio e in breve fu stabilito il giorno delle nozze. Uluda in persona mi spiegò tutte le fasi e i preparativi da fare per quell’unione. Lui stesso, in qualità di capo, avrebbe celebrato il rito e ci avrebbe sposati.

-Non avevano sacerdoti? Di solito le popolazioni a carattere tribale hanno sempre un uomo sacro a fare da intermediario con le divinità-, mi domanda Cristina perplessa. In effetti non avevo mai parlato di sacerdoti.
-Il Popolo del Leone venerava la natura e tutti gli esseri viventi che ne seguivano le leggi. Veneravano il leone su tutti. Colui che doveva vivere secondo le regole della natura era primariamente il cacciatore e quindi ogni uomo di quella gente era a tutti gli effetti un sacerdote. Uluda era il capo del villaggio e dei cacciatori, quindi anche il primo tra i sacerdoti.-

Dovevo procurarmi un dono per la famiglia e uno per la futura sposa, mi spiegò Uluda. Doveva essere qualcosa di importante, qualcosa che desse prestigio sia alla nuova coppia che alla famiglia di lei. Naturalmente non avevo idea di cosa potesse rispondere a tali requisiti per il Popolo del Leone. Il mio amico mi parlò dei suoi doni e di quelli di altri cacciatori, in occasione delle loro nozze, e così mi feci un’idea di cosa dovessi cercare. Iniziai dal regalo più facile. Frugai nella mia sacca finché non trovai la borsa di cuoio in cui tenevo il mio piccolo tesoro, delle monete d’oro e delle pietre preziose. Nel mio nascondiglio segreto, vicino a Tiro, avevo anche dei gioielli di pregevole fattura e mi rammaricai di non averne con me nessuno. Presi una manciata di monete d’oro e tre gemme, tre smeraldi di uguale dimensione. Per quel popolo la ricchezza era ciò che li faceva sopravvivere, quindi non avevano bisogno di denaro. Tuttavia avevo notato che le donne amavano molto gli ornamenti e più erano vistosi e colorati più si pavoneggiavano. Erano monili semplici, qualche pietra preziosa grezza o quarzi colorati, probabilmente provenienti dalle vicine montagne. Il verde aveva però un significato particolare nella loro cultura perché era il colore dell’erba, che di tale tonalità rimaneva per pochissimo tempo dopo le piogge. Un barlume di fresca vita in una terra bruciata dal sole. Contando su ciò, scelsi appunto tre stupendi smeraldi e…

-Eri innamorato di lei?- mi chiede seria Cristina.
Ci rifletto un attimo perché rischio di farla irritare con una risposta superficiale. Quando si parla di sentimenti mia nipote si infiamma facilmente. Difficilmente comprende il maschilismo globale che ha sempre caratterizzato la storia dell’essere umano.
-No-, ammisi sinceramente. –Non all’inizio, almeno. Si trattava pur sempre di un matrimonio combinato.-
-Perché la sposasti allora?-
-Come ti ho già detto, era una questione di coerenza. Voler vivere come loro significava anche questo. Con il Popolo del Leone ho conosciuto il mio primo, vero periodo di pace e non volevo che finisse. Non ho mai amato Netia come amai Cassandra ma il nostro matrimonio, finché durò, fu felice e mi fece capire molte cose sull’amore e sul rapporto tra uomo e donna.-
-Vai avanti-, mi incita impassibile. Pericolo scampato.

Con le mie conoscenze sulla metallurgia fusi le monete d’oro e le ridussi in tanti fili sottili ma resistenti. Li lucidai uno per un uno con una pelle di animale ed infine, con pazienza, li intrecciai e li modellai in modo da ottenere una collana in cui vi inserii i tre smeraldi. Non avevo l’abilità degli orafi di Damasco o di Tebe ma ottenni comunque un oggetto di grande bellezza. Ora non restava che trovare un dono adatto alla famiglia. Il Popolo del Leone non poteva contare sul sale, una delle maggiori ricchezze del mondo antico, perché troppo lontano sia dal mare, sia dai pochi laghi salati presenti in Africa. Fortunatamente ne avevo una piccola quantità tra i miei effetti personali, che contavano anche una rara mistura di spezie provenienti dalla Grecia. Non mi rammaricavo di sacrificarle perché dovevano servire per delle occasioni particolari e quale occasione poteva essere più speciale del mio matrimonio?. Chiesi a Uluda se voleva uscire con me per una caccia solitaria. Avevo bisogno di carne fresca, possibilmente di un animale di medie dimensioni come una gazzella o una giovane antilope. Non fummo così fortunati ma riuscimmo ad abbattere una zebra e fui comunque soddisfatto. La carne equina si prestava bene al procedimento che avevo in mente.
-Cosa vuoi farne ora?- mi domandò Uluda mentre insieme trascinavamo l’animale fino al villaggio.
-Se mi aiuterai, imparerai un nuovo modo di preparare e conservare il cibo. Chiameremo anche Idao perché ci serviranno due braccia in più.-
Giunti al villaggio scuoiammo l’animale e mettemmo da parte la pelle. Dovevo scambiarla con una già conciata e abbastanza grande da contenere il mio dono.
-La vuoi cucinare? Tutta?- mi domandò Idao perplesso.
-Non la voglio cucinare, amico mio. In ogni caso non mi serve tutta ma solo le parti più tenere. Il resto lo divideremo tra di noi visto che io e Uluda l’abbiamo uccisa e tu ci stai aiutando a prepararla.-
-Non essere modesto, Khalàd-, disse Uluda sorridente. –E’ stata la tua lancia ad uccidere la zebra. Non è ancora sorta la tredicesima luna da quando sei qui e già sei un cacciatore bravo quasi quanto noi.-
Era vero. Ero li da meno di un anno ma avevo già imparato molto sul modo di cacciare del Popolo del Leone. Correvo veloce quasi come una zebra, saltavo come una gazzella ed ero silenzioso come un serpente nell’avvicinarmi alle prede. I miei sensi si erano affinati molto in quei pochi mesi. Olfatto, vista, udito e persino il gusto. Non ero ancora al livello di Uluda e dei suoi ma ben presto ci sarei arrivato.
-Tagliate la carne a strisce sottili mentre io la condisco con il sale e la mia mistura di erbe-, dissi loro.
-Dev’essere ben preziosa quella roba se l’hai conservata così gelosamente-, mi fece notare Idao.
-Molto. Soprattutto perché viene da lontano. Tuttavia credo di averne abbastanza da poter preparare un po’ di carne anche per voi, a patto che non lo diciate a nessuno.-
-Saremo muti come sassi-, esclamò Uluda ridendo.
Così condita, lasciai riposare la carne per un giorno e una notte all’ombra e in un luogo fresco, una fossa che avevo scavato nel pavimento della mia capanna, dove la terra era un po’ più umida. Passato quel tempo, sempre con l’aiuto dei miei due complici, la affumicai e l’appesi a stagionare. Il matrimonio sarebbe stato celebrato alla luce della seguente luna piena a cui mancavano una ventina di giorni. Un tempo limitato ma sufficiente perché la carne esaltasse il suo sapore.
-Un dono insolito, sicuramente, Khalàd-, commentò Uluda guardando le strisce di carne appese a stagionare. –Originale direi. Se sarà così buona come appare, sarà certamente un dono degno di essere ricordato.-
-Lo spero proprio, Uluda. Ci tengo a fare bella figura.-
Giunse il giorno delle nozze e io, vestito e lavato per l’occasione, andai con i miei doni alla casa della sposa come il cerimoniale prevedeva. Idao si era offerto come portatore per la carne, racchiusa nella pelle di animale che mi ero procurato scambiando quella di zebra. Io tenevo in mano la collana di smeraldi per Netia. Tutti rimasero impressionati dai miei doni. Per la prima volta vidi un barlume di sincera felicità anche negli occhi della mia futura sposa. La collana che le stavo allacciando al collo era davvero un dono magnifico. Netia era vestita con un abito di pelle chiara e sottile che evidenziava in maniera quasi impertinente le sue giovani forme. Su di esso erano dipinte a colori vivaci innumerevoli scene di vita domestica, come si confaceva ad una donna che stava per sposarsi. I neri capelli erano raccolti in piccole ciocche fermate da spille fatte d’osso e pietre colorate. Per la prima volta la trovai veramente bellissima. Non che prima non lo fosse, ma forse non mi ero mai preso la briga di osservarla, di vedere in lei tutte le sfumature del suo corpo e della sua personalità. In verità non la conoscevo affatto e lei non conosceva me.
La cerimonia, al comparire della luna, fu un semplice scambio di promesse e di impegni. Assomigliava molto agli odierni matrimoni civili, dove si accettano precisi obblighi e doveri nei confronti del coniuge. Tutto il villaggio era presente e quando pronunciammo il nostro assenso e Uluda buttò in aria le braccia, un boato di gioia salutò la nostra unione.

-Mi avevi detto, però, che non ti eri mai sposato. Che la nonna fu la prima e unica donna-, mi fa notare un po’ acida Cristina.
-Ti ho detto la verità. Non ho mai considerato quello con Netia un vero e proprio matrimonio. Era molto lontano dalla mia concezione di unione e, quando ne parlai con Uluda, mi diede da intendere che la loro forma di sposalizio era prevalentemente un abbinamento tra un uomo e una donna per i fini ultimi della nostra natura, ovvero mutuo aiuto e procreazione. Non a caso i matrimoni venivano tutti combinati.-
-Era davvero una cosa triste-, commenta mia nipote un po’ delusa.
-In verità no. Non erano unioni cariche di sentimento come in altre culture ma garantivano a tutti i membri della tribù di non essere mai soli. In molti casi poi, l’amore sbocciava davvero. Era una forma un po’ forzata di matrimonio che però aiutava a mantenere saldo il tessuto sociale del Popolo del Leone.-
-Durò molto? Il tuo matrimonio con Netia, intendo.-
-No.-

Terminata la grande festa, io e Netia venimmo accompagnati alla nostra capanna dove avremmo consumato la prima notte di nozze. Entrati nella casa, la folla finalmente si disperse e rimanemmo davvero soli. La guardai fissa negli occhi.
-Non è stata una mia idea, Netia-, le dissi quasi a scusarmi.
-Lo so. E capisco che non ti conveniva opporti alla proposta dei miei genitori-, mi rispose lei serenamente.
-Se vorrai che il nostro matrimonio sia solo una unione di facciata, acconsentirò.-
-Perché dovrei? Non amo questa tradizione di combinare i matrimoni ma in fondo è per il bene del nostro popolo. E poi poteva capitarmi qualcuno peggiore di te, Khalàd-, disse con un sorriso. Era la prima volta che la sentivo pronunciare il mio nome. Quella notte ci comportammo esattamente come tutti i novelli sposi.
Iniziò così la mia vita matrimoniale, un periodo davvero felice anche se non coronato dall’amore. C’era però una questione che mi preoccupava. Non avevo ancora affrontato con nessuno il problema della mia immortalità e soprattutto della mia sterilità. Il fine ultimo del matrimonio tra quella gente era la procreazione e io non ne sarei stato in grado. Fu il mio maledetto destino a venirmi in aiuto, nel modo più crudele e sbrigativo possibile.
Era passato quasi un anno da quando mi ero sposato e un mattino mi trovavo assieme a Uluda e a Idao intento a costruire delle nuove lance per la caccia. Netia era uscita con delle altre donne a raccogliere della frutta. Verso metà mattinata una di loro giunse di corsa al villaggio. Aveva gli occhi sbarrati per il terrore ed era senza fiato. Quando si riprese iniziò ad urlare come una pazza, un’unica parola.
-Simbaio! Simbaio!-
-Dove sono le tue compagne?! Dov’è Netia?!- le chiesi quasi urlando, tenendola per le spalle e scuotendola per cercare di farla rinsavire. Lei continuava a fissarmi con occhi vacui. La lascia andare, afferrai la lancia e, seguito a ruota dai miei amici, mi lanciai di corsa nella direzione da cui la donna era venuta. Conoscevo la zona in cui Netia andava a fare il raccolto e, anche se era piuttosto lontana dal villaggio, coprii tutta quella distanza di corsa. Uluda e Idao, dopo un po’, dovettero fermarsi. I cacciatori del Popolo del Leone erano veloci come zebre ma solo per brevi tratti. Io ero dotato anche della durezza e della resistenza dello spartano. Quando giunsi al frutteto, all’ombra di quelle che chiamavano le Colline Aride, basse alture rocciose che spesso ospitavano le tane di feroci predatori, caddi in ginocchio per l’orrore. Non se ne era salvata nessuna. Netia era seduta con la schiena contro un albero. Il petto era squarciato ma si muoveva ancora, impercettibilmente. Corsi da lei e le sollevai la testa accarezzandole il viso con le mani. Ebbe il tempo di guardarmi per un’ultima volta, con la vita che abbandonava i suoi stupendi occhi, poi spirò. Giunsero anche Idao e Uluda. Entrambi rimasero paralizzati per lo spettacolo che si trovarono davanti. Le donne erano state tutte ferite a morte dagli artigli del Leone Nero, il Simbaio, ma nessuna portata via dall’animale per essere divorata.
-Mai vista una tale crudeltà da parte di un Simbaio-, disse il capo della tribù con un filo di voce.
-Guarda!- esclamò Idao indicando una donna con una gamba mezza spellata. –Ne ha bevuto il sangue! Questo leone non è solo malvagio! E’ un vero spirito maligno!-
Piansi dirotto per una ragazza che non avevo mai veramente amato, ma per la quale avevo provato un affetto immenso. Uluda e Idao mi si fecero a fianco.
-Capiamo il tuo dolore, Khalàd, e ti assicuro che qualcuno vendicherà Netia e le altre, ma ora dobbiamo assolvere ad un triste compito-, mi disse con tono gentile il capo della tribù.
-Dobbiamo accatastare i corpi e bruciarli-, spiegò Idao. -Siamo lontani dal villaggio e portarle li per il rito funebre attirerebbe troppi predatori, forse ancora lo stesso Simbaio e noi non siamo ancora pronti ad affrontarlo.-
Annuii e mi lasciai trarre indietro come un bambino. Non vollero che li aiutassi a radunare i corpi ma mi diedero l’onore di accendere la paglia che avevano messo sul macabro ammasso di carne umana. Per rispetto verso di me avevano posto Netia sopra tutte le altre. Guardai il fuoco arrampicarsi fino a lei ed avvilupparne il corpo, come fosse la mano della Morte venuta per portarla nell’oltretomba. Fissai il fumo nero e odoroso che saliva verso il cielo e si portava via la mia dolce Netia, verso il cielo e verso il sole, mio protettore. Un ruggito possente mi distolse dal mio silenzioso addio. Il leone, il Simbaio, si era arrampicato su una rupe poco lontano e ora faceva sentire la sua voce in tutta la prateria. Era davvero enorme.
-Mai visto un leone di quelle dimensioni-, esclamò Idao paralizzandosi.
-Sicuramente uno spirito maligno lo possiede-, convenne Uluda. –Torniamo al villaggio. Dobbiamo preparare la spedizione di caccia.-
Tornammo lentamente al villaggio del Popolo del Leone, senza correre. Io non proferii parola per tutto il tempo, tanto era lo strazio che provavo dentro.

-Eri andato nelle savane per cercare pace e vi avevi trovato ancora dolore-, commenta Cristina dispiaciuta.
-Stavolta era differente. Quello che era successo a Netia era stato un evento causato dalla natura. Questo lo potevo capire ed accettare, anche se ne soffrivo. Io volevo isolarmi dalla brama di guerra di un essere dotato di coscienza come l’uomo.-
-Andasti tu a caccia del Simbaio, vero?-

Tornati al villaggio, Uluda e Idao raccontarono ciò che era successo e, mentre le donne facevano i preparativi per il rito funebre e piangevano le loro figlie, sorelle e amiche, i cacciatori si radunarono per organizzare la caccia al Leone Nero. Un nuovo Uomo Leone stava per sorgere tra di loro.
Partecipai anche io alla riunione e ascoltai Uluda dare disposizioni per i preparativi. La partenza fu fissata il mattino seguente in modo da poter cacciare con la luce del giorno, favorevole più all’uomo che al feroce felino. Naturalmente, io avevo già fatto il mio piano. Non avrei permesso a nessuno di uccidere quella belva al posto mio. Mi resi infine conto, mentre il capo del Popolo del Leone parlava, che il guerriero che era dentro di me non se ne era mai andato, anzi, era diventato ancora più forte. Capii che prima accettavo ciò che ero, prima il destino avrebbe smesso di darmi contro.
Finita la riunione, andai alla mia capanna e, dopo un momento di raccoglimento personale in memoria di Netia, riordinai le sue cose e impugnai nuovamente, dopo molto tempo, la mia spada. Il Popolo del Leone cacciava con la lancia ma quell’animale dall’anima nera avrebbe conosciuto la morte per mezzo del mio metallo celeste. Affilai la lama anche se non ce n’era bisogno, mangiai qualcosa e andai a riempire un otre di acqua. Attesi il buio. Quando la falce di luna calante comparve nel cielo stellato seppi che era il momento di muovermi. Fu grande la mia sorpresa quando, giunto al varco nella palizzata per uscire dal villaggio, trovai Uluda ad attendermi.
-So cosa vuoi fare e ti dico che è una follia, Khalàd-, mi disse il nero amico guardandomi negli occhi.
-Non sono io a dovermi preoccupare, Uluda. E’ quel maledetto leone. Non mi interessa diventare un Uomo Leone, ma io lo ucciderò e porterò la testa al villaggio perché possa essere impalata davanti alla Capanna della Caccia.-
-Attendi domattina, amico. Saremo in molti e sono sicuro che avrai la tua occasione di uccidere il Simbaio-, mi supplico Uluda. Questa sua dimostrazione di affetto mi commosse.
-Non puoi favorirmi di fronte agli altri, amico mio. E poi io devo essere di fronte a lui al sorgere del sole, perché quello è il momento in cui io sarò più forte e lui più vulnerabile.-
-Non posso fermarti quindi.-
-No-, risposi deciso.
-Allora ti auguro di tornare, Khalàd, e che la forza di tutti gli Uomini Leone sia con te quando affronterai quella belva. Al nostro arrivo, se potremo, ti aiuteremo.- Detto questo, si voltò e tornò alla sua capanna mentre io mi incamminai a passo sostenuto verso le Colline Aride, verso il Simbaio.
Mancavano un paio d’ore all’alba quando giunsi in vista della sagoma delle colline rocciose, illuminate dalla fioca luce della luna. Un terribile ruggito si fece sentire da lontano, viaggiando sulle ali della brezza notturna. Era il Simbaio che faceva sentire la sua voce su quelli che aveva proclamato suoi domini.
-Pensi di spaventarmi?!- gli urlai contro di rimando. –Ti sbagli! Conoscerai presto la ferocia di un vero leone!- Estrassi la mia spada egizia e la levai in alto. –Grande Seth, Signore delle Tempeste, fai sentire a quella bestia senza cuore la forza della nostra voce tonante!-
In risposta alla mia invocazione, il vento iniziò a soffiare più forte, in direzione delle colline, sollevando polvere e portando con se l’ululato di cento sciacalli. Il leone tacque. Seth era sicuramente con me. Speravo che al sorgere del sole anche Amon-Ra, il Luminoso, fosse ancora al mio fianco.
Alle prime luci dell’alba raggiunsi il frutteto dove Netia e le sue compagne erano state massacrate. Guardai la nera catasta dei loro corpi, ancora calda e fumante, e levai una silenziosa preghiera alle potenze del cielo perché accogliessero quelle anime innocenti. Ripresi il cammino e mi inoltrai tra le rocce con la spada stretta in pugno e i miei nuovi sensi animali tutti all’erta. Il Simbaio poteva attaccarmi a tradimento in qualsiasi momento. Nel mio lento e silenzioso procedere di serpente trovai molte ossa di animali sparse sul sentiero. La tana del leone era vicina. Dopo aver scansato alcuni massi che deviavano il sentiero, passai sotto al tronco di un albero caduto, forse sradicato dalla sommità della collina, su cui erano impigliati ciuffi di peli color marrone scuro. Sbucai in uno spiazzo libero da pietre, completamente disseminato di ossa, qualcuna anche umana, e vidi proprio di fronte a me l’entrata di una grotta, la tana della belva. Stavo per prendere dalla cintura la piccola torcia che mi ero portato dal villaggio quando, con un sordo ruggito, il Simbaio, il Leone Nero, balzò da una roccia e si pose tra me e la sua tana.

-Non avevi paura di lui?-
-Da qualche parte, dentro di me, qualcosa mi diceva che avrei dovuto averne, ma il mio odio per quella bestia superava ogni esitazione. Ero assolutamente convinto che fosse lui a dover temere me.-
-Era pur sempre un leone assassino…-
-Bambina mia. Ero furioso con quella bestia, è vero, ma avevo imparato a tenere a bada la mia rabbia e il mio odio e ad incanalarli nel mio braccio.-

Mollai ogni cosa tranne la spada e la feci volteggiare un paio di volte per provare le reazioni del leone. Nessun movimento. La bestia era calma e fredda almeno quanto me. Oltre ad essere di dimensioni doppie rispetto agli altri leoni, aveva il pelo scuro e una criniera folta e irsuta che gli conferiva un aspetto maestoso e terribile allo stesso tempo. Denti colanti bava si allungavano da una bocca enorme che sembrava distorta in un ghigno malefico. I suoi occhi erano neri e sprizzavano malvagità ad ogni sguardo. Forse Uluda aveva ragione. Quello non era un leone ma uno spirito del male.
Come avevo imparato in molti scontri, era opportuno che inducessi il mio avversario ad attaccare per primo. Ero convinto di poterlo abbattere prima del sorgere del sole, prima di chiedere l’aiuto del Dio-sole. Come mi sbagliavo. La belva era più intelligente di quello che pensassi.
-Vieni avanti, ammasso di pelo! Vieni contro la mia spada!- lo stuzzicai facendo delle finte in avanti.
Il leone camminava da una parte all’altra senza distogliere lo sguardo da me e, soprattutto, senza abbandonare la sua posizione di attesa. Quando finalmente credetti che attaccasse, mi sorprese con la mia stessa tattica. Fece una finta con una zampa e, quando alzai la spada per proteggermi, mi lacerò la pelle delle cosce con un colpo di artiglio sferrato con l’altro micidiale arto. Mi ritrassi velocemente con le gambe infiammate dal dolore. Per fortuna durò poco perché le ferite smisero di sanguinare in pochi istanti e la pelle si richiuse. Il sangue era comunque sgorgato e il suo odore eccitò a tal punto il Simbaio da farlo attaccare con tutta la sua forza, senza nessuna prudenza. Sorpreso nuovamente da quell’assalto improvviso non feci in tempo a difendermi e l’animale riuscì a piantarmi i suoi artigli dritti nel petto, trapassandomi il cuore. Stava per stringere le sue fauci sulla mia testa quando, vincendo il dolore che mi attanagliava, mollai la spada e gli strinsi le mie forti mani sulla sua gola, allontanando la sua testa da me. In quel momento i primi raggi del sole ci avvolsero con la loro potenza vitale.
-Amon-Ra, Signore della Luce! Concedimi la forza di abbattere il mio nemico!- invocai e nuovament eil Dio rispose al mio richiamo. Di colpo mi sentii rinvigorito dai raggi del sole e la fatica scomparve da me, lasciando il posto ad una straordinaria forza che sorprese anche il Simbaio. Lentamente, lo respinsi indietro senza mai mollare la presa. Estrasse finalmente i suoi artigli dal mio petto e le ferite, che per un essere umano comune sarebbero state mortali, iniziarono subito a guarire. Il leone tuttavia non smetteva di lottare, prigioniero della mia morsa soffocante che tenevo su di lui con uno sforzo sovrumano. Menava su di me grandi colpi di artiglio che mi ferivano in profondità alle braccia, al volto e ancora al petto. E più il sangue scorreva più lui si inferociva. Infine stremato, mollai la presa e lo spinsi indietro. Avevo paura che il mio potere di guarigione non avrebbe fatto in tempo a operare su di me il miracolo ad una tale velocità. Temetti veramente di morire e non potevo ancora permettermelo. Anche il Simbaio faceva fatica a stare in piedi. Rantolava a testa bassa, come un gatto che deve sputare il pelo, ma sapevo che sarebbe tornato all’attacco. Avrebbe attaccato per tentare ancora di uccidermi, come aveva ucciso quelle donne, come aveva ucciso Netia. Raccolsi la spada e liberai tutta la mia rabbia, emettendo un ruggito degno del mio avversario. Prima ancora che potesse rialzare la testa affondai la mia spada nel suo fianco, dritta fino al cuore.
-Tu non sei… immortale… dannata bestiaccia…-, gli dissi ansimando per lo sforzo. –E adesso… scendi nel regno degli inferi… per non tornare mai più!-
Estrassi la spada e la calai con tutta la forza che mi restava sul suo collo, decapitandolo. Il corpo ebbe ancora degli spasmi, poi solo immobilità. Avevo vinto ma non era finita. Fissando gli occhi di quella malefica testa, occhi che si stavano definitivamente spegnendo, sentii quello spirito entrarmi dentro e pervadermi tutto. Stavo diventando un Uomo Leone. Fu come subire nuovamente l’effetto del fulmine, tanto era intensa quella sensazione. Caddi in ginocchio stremato dopo pochi minuti.

-Come ti cambiò lo spirito del leone?- mi domanda Cristina incuriosita.
-Mi completava. Avevo imparato ad assorbire l’essenza degli animali ma mi mancava ancora lo spirito necessario per dominarli. Ora ne avevo la capacità, anche se ancora non ne ero cosciente. Ci ho messo anni per capire quella mia nuova capacità.-

Dopo essermi ripreso mi dissetai dall’otre che mi ero portato appresso e pulii la spada sul corpo del leone morto. Afferrai un ciuffo della criniera di quella enorme testa e, trascinandomela dietro, ripresi lentamente la via del villaggio. Incontrai Uluda e gli altri a metà strada tra le colline e il villaggio e tutti rimasero stupefatti dell’impresa che avevo compiuto. Aodon sembrava in realtà dispiaciuto perché sperava di essere lui ad uccidere il Simbaio e diventare Uomo Leone. Mi aiutarono a turno a portare la testa e quando arrivammo al villaggio fummo accolti come eroi. Un alto palo acuminato era stato eretto di fronte alla Capanna della Caccia dove, salendo sulle spalle di Idao, piantai la testa del Simbaio come testimonianza della mia impresa. Mai un Leone Nero era stato ucciso tanto in fretta e da un uomo solo, soprattutto uno così grosso. Quella sera, durante una grande festa, sarei stato insignito del simbolo dell’Uomo Leone.

-Ma su di te nessuna cicatrice….-, obietta Cristina perplessa.
-Appunto-, concordo io inespressivo.

Ci fu un grande banchetto a cui presero parte tutti i membri della comunità. Non mancò un momento di commemorazione per le vittime del Simbaio. Mangiai in silenzio, con la mente vuota, e quasi non sentii Uluda che mi chiamava.
-Khalàd. E’ ora.-
Annuii e mi alzai da terra per raggiungere il capo del Popolo del Leone. Portavo al mio fianco la spada con cui avevo ucciso il mostro, affinché tutti la ammirassero. Uluda mi accompagnò al palo dove avevo infilzato la testa del leone ucciso e alzò le braccia in alto per chiedere silenzio.
-Oggi quest’uomo ha dimostrato ancora una volta il suo valore!- recitò. –Da solo ha ucciso la minaccia che opprimeva la nostra gente, come altri prima di lui! Lo spirito della belva lo ha reso più forte e ora egli è Uomo Leone!- Un boato di esultanza si levò dalla folla che tornò in silenzio ad un nuovo gesto del loro capo. –In segno di omaggio, io, Uluda, capo del Popolo del Leone, imprimerò sul suo corpo il segno dell’Uomo Leone, affinché tutti sappiano che Khalàd è un valoroso e un grande cacciatore!-
Solo allora ritornai in me e compresi in che guaio mi trovavo. Era troppo tardi. Uluda aveva in mano la punta di una lancia e già stava incidendo la carne del mio petto tracciando il disegno sacro del leone. Fece un balzo indietro quando vide il sangue smettere di scorrere e la pelle richiudersi.
-Che magia è questa?!- esclamò il capo della tribù guardandomi con gli occhi sbarrati. –Nessun uomo può fare questo!-
-Solo i demoni possono! E’ stato corrotto dallo spirito malvagio del Simbao!- urlò una donna che aveva visto la scena.
-Uluda! Lascia che ti spieghi…-, stavo tentando di dire avanzando verso il mio amico ma lui si ritrasse intimandomi di fermarmi.-
-E’ vero! Non sei riuscito a scacciare la malvagità dello spirito del Simbaio e ora sei come lui, uno spirito maligno!-
-Uccidiamolo!- urlò qualcuno e molte altre grida manifestarono assenso. Una pietra mi colpì in pieno volto lacerandomi una guancia e alla mia nuova guarigione si scatenò l’inferno. Gente che mi spingeva, che mi tirava pietre, che mi piantava lame nel corpo. Cadevo, faticavo a rialzarmi, sbalzato da un angolo all’altro. Un uomo mi diede uno spintone più poderoso degli altri, proprio verso la porta nella palizzata, poi lo stesso uomo si buttò su di me prima che arrivassero altri. Era Idao. Mi mise al collo qualcosa e mi disse solo una parola.
-Scappa!-
Mi alzai e, stringendo la spada per non rischiare di perderla, mi misi a correre nella notte, senza sapere che stavo andando nella stessa direzione dalla quale ero venuto quasi due anni prima. Idao aveva voluto aiutarmi. Mi aveva messo al collo un otre d’acqua e la piccola sacca contenente i miei averi. Probabilmente, visto quello che accadeva, era andato a recuperarla nella mia capanna. Non so dire quale motivo lo spinse a farlo ma fu l’unico a comportarsi da vero amico e per questo non l’ho mai dimenticato.

-Ti scacciarono proprio come un’animale.-
-Peggio, perché fino a pochi istanti prima si reputavano miei amici e io li consideravo tali. La superstizione aveva prevalso ma, in fondo, potevo dargli torto? Neppure io conoscevo il motivo della mia immortalità.-
-Esiste ancora quella tribù? Magari sotto un altro nome?- mi chiede mia nipote.
-No. Si estinsero non molti anni dopo la mia fuga. Non so cosa ne sia stato di loro ma quando molto tempo dopo ripassai da quelle parti trovai solo le rovine del villaggio. Solo una cosa era ancora ben visibile, ovvero il palo con il teschio del leone che avevo ucciso.-
-Immagino non portasti nulla con te da quel luogo-, commenta lei un po’ ironica. Ironia che non gradisco perché quell’esperienza mi aveva profondamente ferito.
-Nulla di materiale, se è quello che intendi. Appresi però il più triste e duro degli insegnamenti-, le dico chiudendo gli occhi e iniziando a perdermi nelle mie riflessioni. -L’uomo teme e scaccia ciò che non conosce e non comprende-, recito come una sentenza inappellabile. –E questo, temo, non cambierà mai.-